domenica 12 gennaio 2014

shalom & altro

Are you a couple ? Do you live in the same house ? Which countries have you visited in the last five years ? Do you have any arab friends living in Israel or in Europe ? Are you carrying anything for them in your luggage ? Did you visit Syria before the civil war ? Which is the tour operator that has organized your trip to Syria ? Why did you visit Malaysia ?
Le solerti domande del personale di terra allungano l’attesa al check-in del volo Milano-Tel Aviv confermando la pre-annunciata meticolosità nei controlli di sicurezza previsti per i voli El Al, peraltro guardati a vista e scortati da un mezzo della polizia italiana fino al decollo. Inevitabilmente si è infastiditi dall’eccesso di zelo e dall’invadente approccio investigativo del personale El Al, ma tutto ciò fa sicuramente riflettere sui processi e protocolli di controllo richiesti dallo stato di Israele, siano essi da giudicare eccessivi e paranoici o necessari come risposta ad un calcolato rischio terroristico.

Ancora frastornati dal volo notturno, prendiamo uno sherut (taxi collettivo) dall’aeroporto Ben Gurion fino alla porta di Damasco di Gerusalemme da cui ci avviamo attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia, ancora deserto e silenzioso alle 7 del mattino prima dell’apertura dei negozi; da qui ri-scendiamo verso il Monte del Tempio con l’inevitabile controllo con metal detector: il Muro Occidentale si sta già affollando di famiglie ebree per il bar mitzvah, che viene spesso celebrato contestualmente alle preghiere del mattino del lunedì o giovedì, come oggi; i ragazzi vengono accompagnati da amici e parenti, e spesso anche da musicisti, verso il piazzale antistante il Muro; durante il rito – o dopo, non capisco – i familiari lanciano caramelle in segno di gioia. L’atmosfera festosa della celebrazione si confonde con il fervore degli ortodossi e le loro preghiere dondolanti davanti al Muro. Nel lato sud della piazza, si apre l’unico accesso per i non-musulmani al Monte del Tempio (al-Haram al-qudsī al-sharīf), attraverso un’anti-estetica passerella in legno che convoglia i turisti, dopo un’estenuante coda, attraverso l’ennesimo metal detector fino alla porta Mughrabi. Lo scenario del Monte, o Spianata delle Moschee, è pacifico e arioso, immediatamente così lontano dal brusio e dai vicoli contorti della Città Vecchia: lo splendore della Cupola della Roccia e della moschea Al-Aqsa, i capannelli di donne e uomini arabi, rigorosamente separati, le spesse mura a dividere dal resto della città, la vista sul Monte degli Ulivi ed il suo sterminato cimitero ebraico.

Capisci subito che non sei finito in una città ma in un centrifugato di storia: tutto parla di tradizioni secolari, di eredità millenarie ancora incrollabili, di incredibile concentrazione e sovrapposizione di credi e sacralità.

Sulla roccia del sacrificio di Isacco, nell’VIII secolo a.C. Salomone costruì il primo Tempio per ospitarvi l’Arca dell’Alleanza, custodita nel Sancta Sanctorum. Distrutto dai babilonesi, il Tempio venne ricostruito nel V secolo a.C. e nuovamente distrutto dall’imperatore romano Tito nel 70 d.C., dopo la prima guerra giudaica. Nel VI secolo d.C., dopo secoli di abbandono, gli arabi edificarono la moschea Al-Aqsa e la Cupola della Roccia, secondo l’Islam il punto di arrivo di Maometto durante il suo miracoloso viaggio notturno (isrāʾ, dalla Mecca fino al ‘Tempio Ultimo’ identificato con Gerusalemme), seguito dall’ascesa al cielo (miʿrāj). Il Monte è quindi venerato sia dagli arabi che dagli ebrei, ma i secondi si limitano al Muro Occidentale, unico residuo del Tempio che fu, non potendo accedere al Monte per il rischio di calpestare il Sancta Sanctorum (non sapendo esattamente dove si trovi e assumendo che l’ubicazione islamica della Roccia non sia corretta, non possono rischiare di profanare il luogo più sacro dell’ebraismo). Ma Gerusalemme è città santa anche per il Cristianesimo, perché qui predicò e morì Gesù Cristo: la consacrazione e venerazione di questi luoghi iniziò nel III secolo d.C., sotto Giustiniano, quando venne edificata la Basilica del Santo Sepolcro. Dopo la conquista araba del VI secolo d.C., i secoli di lotte sanguinose fra Crociati e “infedeli”, Saladino ri-affermerà il dominio arabo in “Terra Santa”. I luoghi sacri della Cristianità attraversano la città e sono oggi co-gestiti dalle confessioni religiose (Cattolici, Ortodossi, Armeni, Copti) secondo quanto stabilito dalla Statu Quo del 1852, che regola i diritti di accesso delle comunità cristiane. La Via Dolorosa attraversa il Quartiere Musulmano con le stazioni della Passione di Cristo e converge verso la Basilica del Santo Sepolcro, ubicata nel Quartiere Cristiano, dove si trova sia il Golgota (luogo della Crocifissione) che il Sepolcro di Gesù. Emblematica della sovrapposizione storico-culturale di Gerusalemme, è la gestione della Basilica: sede del Patriarcato Ortodosso, è venerata anche dai cattolici che però non possono celebrarvi Messa; le chiavi della Basilica sono da secoli affidate a due famiglie arabe, una custode delle chiavi e una della porta. Pertanto, ogni giorno, la Basilica viene aperta da musulmani. Simbolico retaggio fotografico della Statu Quo è la scala inamovibile nel cortile della Basilica.

La Città Vecchia è quindi un dedalo di vicoli, scalinate, salite e discese, suddivisa fra il più caotico e rumoroso Quartiere Arabo a nord verso la porta di Damasco, il più ordinato e ristrutturato Quartiere Ebraico a sud-est, il Quartiere Armeno a sud-ovest e il Quartiere Cristiano a nord della porta di Giaffa, l’unico addobbato per le feste natalizie con qualche Babbo Natale appeso alla finestre ed un grande albero illuminato all’ingresso della Porta Nuova. Per le strade si incrociano arabi, ebrei ortodossi che camminano rapidi verso il Muro, pellegrini cristiani, turisti generici, poliziotti israeliani. Di notte è deserta, probabilmente sazia dell’invasione turistica diurna.

Al di fuori delle mura della Città Vecchia, Gerusalemme rispecchia invece i decenni di irrisolto conflitto e separazione fra arabi e israeliani essendo di fatto una città divisa e con uno statuto ufficialmente non riconosciuto dalla comunità internazionale. Alla fine del Mandato britannico in Palestina, l’ONU aveva proposto una gestione comune della città ma con la guerra del 1948 era stata divisa in due aree, di cui l’area orientale sotto il controllo giordano come il resto della Cisgiordania (West Bank). Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha di fatto occupato completamente la città riconoscendola come capitale dello stato e sede del parlamento (la Knesset): la comunità internazionale non riconosce questo status e mantiene le ambasciate a Tel Aviv. In ogni modo, la parte orientale della città rimane araba mentre la parte occidentale, la Città Nuova, è israeliana: questo comporta un’interessante alternanza di stili e atmosfere, sorprendentemente vicini e al limite della sovrapposizione. Uscendo dalla porta di Damasco, la toponomastica è improvvisamente islamica – Solimano, Saladino, Ibn-Battuta, Al-Muqaddasi – si incontrano tassisti e dimesse stazioni di autobus locali, bancarelle e la tipica disorganizzazione funzionale dei paesi arabi. Uscendo dalla porta di Giaffa, invece, si entra nella moderna Città Nuova israeliana: la via commerciale Mamilla, la strada pedonale Jaffa percorsa dal tram leggero, le caffetterie, le vie dello shopping, le strade dei ristoranti, i cani al guinzaglio (seppur pochi sempre un’anomalia in Medio Oriente). Mehane Yehuda è un vivace e coloratissimo mercato su Jaffa, piuttosto ordinato e pulito, con interessanti contrasti cromatici che scatenano le reflex dei turisti: fragole e peperoni rossissimi a contrasto con gli abiti neri degli ortodossi, le distese di dolci mediorientali e i forni con pane pita e challah (il pane morbido a treccia tipico dello Shabbat). A nord della via Jaffa, si estende il quartiere ultra-ortodosso di Mea Shearim, isolato e chiuso nelle sue tradizioni e aspetto da ghetto dell’europa orientale. Cartelli in inglese intimano ai turisti di rispettare la riservatezza (e arretratezza) del quartiere, in quanto il contatto con normali comportamenti e stili occidentali costituisce un’offesa per gli Haredim abitanti il quartiere.
A est della Città Vecchia, superata la valle di Giosafat, sorge il Monte degli Ulivi sede di varie chiese cristiane e di un impressionante cimitero ebraico. Ai piedi del monte sorgono da un lato la cattolica Chiesa di tutte le Nazioni (o dell’Agonia), a fianco del giardino del Getsemani, l’uliveto dove Gesù si ritirò dopo l’Ultima Cena, e la ortodossa Chiesa dell’Assunzione (o Tomba di Maria) con una toccante chiesa sotterranea. La vita mondana nella Città Nuova sembra essere piuttosto attiva, opinione che mi viene confermata dal dj del Roza, un ristorante-cocktail bar nel vicolo Feingold, vivace locale che propone cibi kosher, focacce, piatti medio-orientali e qualche contaminazione fusion in un ambiente moderno, che vira verso il locale notturno con il passare delle ore.

Venerdì, mentre mangiamo un felafel tardo-pomeridiano da Basti lungo la Via Dolorosa, vediamo aumentare il flusso di ebrei verso il Monte, in preparazione della preghiera del Venerdì: la vista del Muro Occidentale affollato per lo Shabbat è sorprendente, un fiume di persone che prega, si riunisce in gruppi, canta e balla. C’è un fervore brulicante e caotico, che mischia appartenenza e credo religioso ad orgoglio nazionalista e di gruppo. I turisti che osano fotografare vengono redarguiti malamente. La folla sciama dalla piazza e si riversa nella città verso la cena del venerdì sera: le attività si fermano, i negozi e molti ristoranti sono chiusi, i servizi pubblici sono sospesi o ridotti fino al tramonto del sabato.

Ad un passo da Gerusalemme, siamo in Cisgiordania (West Bank), protagonista insieme a Gaza degli ultimi decenni di storia del conflitto arabo-israeliano. Sotto il controllo giordano dal 1948 al 1967, è stata occupata da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni; gli accordi di Oslo del 1993 hanno sancito la suddivisione del territorio in 3 zone: area A controllata e amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese, area B controllata da Israele ma amministrata dalla ANP e area C controllata e amministrata da Israele. A questo si deve aggiungere l’inseverimento delle misure di controllo del territorio israeliano successivo alla seconda intifada, con la costruzione della “barriera di separazione” (il muro) e la perdurante situazione di tensione fra arabi e insediamenti israeliani (coloni) in alcune zone nevralgiche. La questione Palestinese – ossia la situazione dei Territori, “Occupati” o “Contesi” a seconda dei punti di vista, dei profughi e della striscia di Gaza, del terrorismo e delle correnti palestinesi, del comportamento del governo israeliano, autoritario o necessario a seconda dei punti di vista – mi risulta ancora più complessa adesso che ho visitato il paese.

Sabato mattina arriviamo a Betlemme con l’autobus arabo n.21 che parte dalla porta di Damasco di Gerusalemme. Betlemme è una caotica città araba, con souq, vie affollate, e, alla fine, la Basilica della Natività nel luogo dove nacque Gesù, ovviamente gremita di turisti e pellegrini cattolici e ortodossi. Veniamo abbordati da Ahmed, sedicente ingegnere arabo che si offre come guida e svicolatore professionista di code: la sua specialità, infatti, non consiste nello spacciare due o tre banali informazioni sulla chiesa bensì nel trovare un modo per farti saltare la lunghissima coda per visitare la Grotta della Natività. Dopo il fallimento del primo tentativo – farci entrare dall’uscita con l’aiuto dei guardiani arabi compiacenti – Ahmed ha il colpo di genio: ci aggrega forzatamente alla processione cattolica che scende nella Grotta, infilandoci nella coda fra i frati italiani e recuperando alcune candele per farci calare nella parte. Geniale, sebbene il tutto sia molto surreale e smorzi eventuali trasporti religiosi di fronte alla sacralità del luogo.

Dopo poco più di un’ora in servìs (taxi collettivo arabo) arriviamo a Ramallah, città palestinese a nord di Gerusalemme, sede dell’ANP. Piuttosto vivace, ma inevitabilmente caotico, il centro città nei dintorni della piazza Al Manara, piccola rotonda con i suoi inusuali leoni in pietra. Ramallah ospita la Muqāṭaʿa, complesso di edifici sede dell’ANP che comprende anche il mausoleo di Arafat, un edificio bianco guardato a vista da soldati – stile molto austero e freddo, mi aspettavo qualcosa di meno celebrativo, più popolare e meno dittatoriale nella scelta architettonica.

Al rientro sperimentiamo il passaggio del checkpoint di Qalandia. I giovanissimi militari israeliani mitra-dotati non parlano inglese, ci fanno scendere dall’autobus e ci intimano di attraversare il check-point a piedi. Il passaggio pedonale è in pratica una gabbia con tornelli automatici da cui si accede in piccoli gruppi al metal detector e contestuale controllo documenti. Alla fine niente di preoccupante ma i tempi morti, i metodi militari e l’atmosfera di controllo totale devono costituire un peso – sia pratico che emotivo – non trascurabile per chi vive quotidianamente questa realtà.

La domenica siamo ad Hebron, altra città emblematica del conflitto arabo-israeliano sia per il suo ruolo religioso che storico. Le Tombe dei Patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe e le relative mogli) rendono Hebron un luogo sacro per ebrei, cattolici e musulmani e sono oggi due ambienti distinti nello stesso edificio, con accessi separati: da una parte la moschea e dall’altra la sinagoga, comunicanti attraverso il cenotafio di Abramo, che si trova in una “terra di nessuno” intermedia su cui possono affacciarsi sia gli arabi dalla moschea che gli ebrei dalla sinagoga (per stare tranquilli ed evitare eventuali pensieri strani, è stato piazzato un vetro anti-proiettile lungo la traiettoria di tiro fra le due grate…). Qui nel 1994 un colono ebreo uccise 29 arabi in preghiera, facendo irruzione armato nella moschea. Ad Hebron viveva storicamente una comunità ebraica, apparentemente in pace e sintonia con gli arabi, che fu vittima del Massacro del 1929, quando la rivolta della popolazione araba portò alla morte di 67 ebrei, i quali avevano rifiutato la protezione dell’Haganah contando sui buoni rapporti con la comunità locale. Gli ebrei lasciarono quindi la città che, nel 1948, passò al controllo giordano come il resto della Cisgiordania. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, gruppi di coloni ebrei cominciarono ad occupare Hebron: prima fondando l’insediamento Kiryat Arba fuori città (quartiere che oggi conta più di 7.000 residenti) poi insediandosi direttamente nel centro città occupando edifici abitati da palestinesi ed inasprendo la tensione con la popolazione locale in una continua sfida (“usurpazione” e “occupazione” per il punto di vista palestinese e di molta comunità internazionale, “diritto alla ri-appropriazione” per i coloni e gli israeliani più integralisti). Oggi Hebron è quindi divisa in due parti (H1 sotto il controllo palestinese e H2 sotto il controllo israeliano) e conta circa 40.000 abitanti palestinesi contro 500 coloni ebrei insediati in città, massicciamente protetti dall’esercito israeliano. I frequenti scontri fra coloni e palestinesi e gli attacchi terroristici degli anni passati hanno portato ad una surreale suddivisione della città fra quartieri off-limits ai palestinesi, strade bloccate, check-point, muri e fili spinati, vie commerciali ormai deserte e abbandonate. La città vecchia in H1 è una tipica città araba con vicoli, negozi e le celebri reti di protezione, che servono ad impedire che quanto lanciato dai coloni dalle soprastanti finestre – spazzatura, cibo, altro – finisca in testa ai passanti. Alcune aree di H2 sono quanto di più vicino ad uno scenario di guerra mi sia mai capitato di vedere: strade deserte, edifici abbandonati, militari israeliani mitra-dotati che passeggiano stancamente, solitarie torrette che presidiano il territorio. Incredibile ai miei occhi la caparbietà militante degli ebrei di Hebron che rispondono agli attacchi terroristici costruendo e mettendo ancora più radici: emblematica la costruzione di una yeshivah (centro studi ebraico) sul luogo dove una bambina fu uccisa da un terrorista. Incontriamo anche un israeliano integralista che sostiene i metodi repressivi del governo: “cos’altro fare quando loro ti uccidono ?” e “il primo dovere di un governo è difendere i suoi cittadini” le sue perle di saggezza.

Al tramonto saliamo su una collina, passeggiando in un uliveto conteso fra arabi e israeliani e fra rampanti insediamenti di coloni. Il sole scende sulla città indorando gli edifici ocra: per un attimo non si vedono le strade deserte, il filo spinato, gli edifici diroccati ed il nuovo cemento armato degli insediamenti, ma soltanto una città. “Pace in Medio Oriente”: termine quasi mitico che sentivo rimbalzare in TV fin da bambino, gode di alterne fortune a seconda degli equilibri mondiali. Lo stallo fa forse comodo a tutti coloro che vivono sulle roadmap e i negoziati di pace: c’è forse un’intera industria della pace che perderebbe la sua raison d'être se si trovasse una soluzione. Soluzione che deve necessariamente nascere dal dialogo e dal trovare un terreno comune, fatto di concessioni e compromessi. Ho più domande e dubbi in testa che idee: continuo a pensare che l’idea originaria del sionismo e della dichiarazione Balfour, se non sbagliata, andasse gestita diversamente (sì al ritorno, no all’occupazione e usurpazione sulla base di un “diritto al ritorno” difficilmente reclamabile dopo secoli); continuo a pensare che i metodi repressivi del governo israeliano siano spesso eccessivi e spesso sono portato a parteggiare per le cause dei palestinesi. Credo vada rispettata la forza e coesione degli israeliani, la caparbietà nel costruirsi una patria, re-inventarsi una lingua, ma proprio per questa sua posizione dominante dovrebbe essere altrettanto forte nell’accettare il dialogo, frenare le istanze più militanti e integraliste. Sono profondamente scettico, ma voglio convincermi a credere che possa esistere una possibilità di dialogo.

Lunedì mattina arriviamo a Tel Aviv, nella scalcinata stazione degli autobus centrale da cui riusciamo ad uscire con fatica, dopo aver evitato le stratosferiche proposte dei tassisti in favore di un autobus urbano (comodo, basta capire da dove parte). Tel Aviv è una vivacissima città di mare, giovane e vitale, ricca di locali, ristoranti e negozi: probabilmente un posto piacevole dove passare un weekend di mare e sofisticata mondanità, ma sono così sovraccarico di sensazioni e spessore storico che la città riesce a trasmettermi molto poco. In ogni modo, le vie strette e i semplici ristorantini del quartiere yemenita lasciano spazio alle bancarelle del mercato Carmel; da qui scendiamo sul lungomare per una passeggiata al sole ed un piacevole pranzo di mezze all’aperto – nonostante la cameriera diversamente cortese, che sembra essere una caratteristica piuttosto diffusa a Tel Aviv. Giaffa è un borgo ristrutturato di vicoli e botteghe artigiane, bello ma un po’ troppo pulitino e rimesso a lucido. Neve Tzedek, uno dei quartieri più vecchi di Tel Aviv (fine Ottocento), è diventato oggi un quartiere alla moda, popolato di ristoranti, bar, locali e studi; forse meno famosi, magari più bohemienne, i caffè e locali di Florentin, poco più a sud. Dopo l’inevitabile controllo passaporti, visitiamo l’Haganah museum che racconta con fervente orgoglio la difesa del popolo d’Israele, da organizzazione quasi amatoriale fino a diventare la base dell’esercito israeliano (IDF) nel 1948. Le derive terroristiche di Irgun e Banda Stern vengono citate solo marginalmente, con un’interpretazione sufficientemente neutra. Nel quartiere universitario a nord, si trova invece il Museo della Diaspora, un lungo percorso sul destino di esule del popolo ebraico, effettivamente toccante e profondo.

La notte di San Silvestro è occasione di grande mondanità e i locali si affollano: nessuno è interessato allo scoccare della mezzanotte e non esistono brindisi per il nuovo anno, ma di certo la festa va avanti tutta la notte. Noi siamo in aeroporto alle 4 del mattino, sufficientemente storditi per l’ora: fortunatamente i controlli di El Al sono rapidi e indolori.

sabato 28 settembre 2013

Thai & C.

Prologo
Il Frecciarossa decelera al passaggio da Rho Fiera e in lontananza appare il profilo della torre Unicredit, icona della nuova skyline milanese del progetto Porta Nuova: la slanciata spire del complesso progettato da César Pelli anticipa simbolicamente l’ambizione architettonica che incontrerò nei primi giorni di viaggio, il Burj Khalifa come paradigma dello sviluppo degli Emirati Arabi e le Petronas Tower come testimonianza del progresso malese di fine anni Novanta, peraltro opera dello stesso Pelli.

Dubai
Della mia breve permanenza in attesa del volo notturno per la Malesia, rimangono alcune impressioni sufficientemente banali e immediate: Dubai è calda, ricca, esagerata e nuovissima. Uscito dal colossale aeroporto, la linea rossa della metro direzione Jebel Ali mi scarica a Downtown Dubai, dove un lungo tunnel iper-condizionato porta al Dubai Mall, il più grande centro commerciale del mondo, una vastità imbarazzante di marmi e negozi che comprende pure un acquario ed una pista di pattinaggio su ghiaccio. Frastornato da tanto commercio, appena riesco ad uscire vengo investito da un bel caldo ottundente e mi trovo davanti un laghetto artificiale su cui svetta il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, opera di Skidmore, Owing & Merrill, storico studio americano fondato a Chicago negli anni Trenta e a cui si deve buona parte della skyline della città americana, oltre a vari edifici sparsi per il mondo. Sviluppato dalla Emaar properties, la più grande società immobiliare del Golfo, il progetto Downtown Dubai ben rappresenta l’ipertrofia della città, il ricco sviluppo urbanistico garantito da un’inesauribile vena di denaro e investimenti, sintetizzato dall’affascinante slancio del Burj Khalifa con il suo contorno di anacronistici edifici retrò e spettacoli d’acqua. Altre rapide impressioni: l’immacolata eleganza delle tuniche maschili (thawb) che già mi aveva affascinato in Oman; l’ovattata atmosfera del taxi Lexus che mi riporta all’aeroporto; la disponibilità apparentemente illimitata di spazio; le luci notturne della città a contrasto del nero del Golfo in lontananza. Verso le 3 di notte mi imbarco su un Airbus A380, l’aereo passeggeri più grande del mondo: crollo addormentato sommerso da tutti questi record.

Kuala Lumpur
L’umidità malese si fa sentire per le strade di KL, che immaginavo più estesa come città: comunque caotica e trafficata, alterna la città “vecchia” intorno a Merdeka square e Chinatown, al quartiere “nuovo” che gravita intorno alle Petronas Tower. Chinatown è colorata e pittoresca, ma niente di più della solita accozzaglia di bancarelle di prodotti contraffatti e chioschi alimentari. Merdeka square è praticamente deserta di sera, mentre giovani malesi e stranieri affollano la zona mondana di Changkat Bukit Bintang, una sequenza di cocktail e discobar, terrazze vista struscio e automobili sportive parcheggiate da improvvisati doorman. Le Petronas Tower, corredate da un ameno giardino con piscina pubblica e gratuita per i bambini, sono notevoli: oltre all’altezza, resto colpito dalla struttura degli edifici, basata su uno schema caratterisco dell’architettura araba ripetuto nelle due torri. Il traffico locale viene smaltito dalla monorotaia e dalla linea di treni sopraelevati LRT mentre il traffico aereo è gestito dal moderno scalo KLIA a cui si affianca il modesto ma affollatissimo LCCT, hub dei voli low cost. L’atmosfera dell’LCCT ricorda una stazione ferroviaria, caotica, con carrelli carichi di bagagli – di gran moda lo scatolone in cartone tipo trasloco – e percorsi pedonali nel piazzale per raggiungere gli aerei parcheggiati (non vedo shuttle bus, figurarsi i finger…).

Tailandia, a nord
Nella prima serata a Chiang Mai vengo sommerso dall’infinito mercato domenicale in Ratchadamnoen, da cui evado con fatica guadagnando il primo piatto di pad thai del viaggio, accompagnato da un curry verde di pollo. Il giorno successivo, a dispetto della stagione umida, il sole esplode su Chiang Mai mentre vaghiamo in bicicletta per i vari templi, stroncando i miei desideri di uscire dalla città vecchia per raggiungere mete fuori porta. L’overdose di sole, afa e templi mi vede provato nel tardo pomeriggio a bere smoothie praticamente gelati in un locale esterofilo per occidentali wifi-dipendenti, prima della cena da Morradoke ed il primo massaggio Thai, che scopro essere abbastanza energico, oltre che vergognosamente economico (meno di 4 € per 1 ora) anche se confrontato ai bassissimi costi della vita per un turista in Tailandia. Il giorno dopo, blindato in un van Toyota iper-condizionato, supero Chiang Rai e raggiungo il Mekong che scorre torbido al confine fra Myanmar, Tailandia e Laos nel celebre Triangolo d’oro, una volta principale area mondiale di produzione di oppio, poi superata dall’Afghanistan. Da quel poco che ho letto, credo che il traffico di droga sia ancora una specialità della zona, anche se la produzione si è spostata verso il Myanmar e in parallelo si sono sviluppati altri settori oltre l’eroina. Ciò che mi ha sorpreso e di cui non ero minimamente a conoscenza, è l’esistenza di una “Zona Economica Speciale” (SEZ) in territorio laotiano dove Wei Zhao, un intraprendente imprenditore cinese, sta costruendo un complesso turistico incentrato sul casinò Kings Roman, scherzosamente chiamato Laos Vegas. L’idea di base è quella di offrire al pubblico, principalmente cinese, una zona franca dove è permesso il gioco d’azzardo, esportando il modello Macao al Triangolo d’oro; l’investimento solleva tuttavia alcune perplessità: innanzitutto sulla posizione, potenzialmente rischiosa per il parallelo traffico di droga e non così facilmente raggiungibile se non via fiume dalla Cina o via terra dall’aeroporto Chiang Rai; poi sul sospetto che possa venire utilizzato per riciclare proventi del traffico di droga o per esportare valuta dalla Cina, un po’ come succede con i casinò di Macao; ed infine per il rischio che attiri prostituzione e malavita. Da banali turisti non riusciamo a visitare il Kings Roman ma solo Don Sao, isoletta del Laos poco lontana con uno squallido mercato di souvenir e paccottiglia cinese. Attraversiamo Mae Sai sotto una bella pioggia tropicale che si abbatte sul confine fra Tailandia e Myanmar, prima di rientrare a Chiang Mai per una cena, nuovamente dall’affidabile Morradoke.

Tailandia, da nord a sud
Con scarsa lungimiranza, decidiamo di attraversare il paese in treno, da Chiang Mai fino alla vecchia capitale Ayuttaya, poco distante da Bangkok. Il viaggio si rivela estenuante dato che il treno accumula quasi 3 ore di ritardo sulle 10 già previste dall’orario, e rimaniamo bloccati nei vagoni congelati dall’aria condizionata mentre fuori scorrono campi di tè, un verde rigoglioso e piccoli paesi sotto la pioggia battente. Le hostess distribuiscono coperte e cibo durante tutto il viaggio. Giriamo in bicicletta per i templi sotto le nuvole afose di Ayuttaya, affascinati dal Wat Chaiwatthanaram, con le sue rovine e il prang lungo la riva del Chao Praya che scorre verso sud. I viaggi organizzati affollano il Wat Phra Si Sanphet, dove vengo offerte addirittura gite a dorso di elefante per le strade della città pur di offrire un tocco di esotismo thai ai turisti in gita giornaliera da Bangkok. Durante un breve passaggio logistico da Bangkok, sfruttiamo l’attesa del treno notturno per il sud uscendo dalla stazione Hua Lamphong per una breve passeggiata nella caotica Chinatown, un’affollata sequenza di bancarelle alimentari, vicoli e palazzi fatiscenti. Il caos è aumentato dai lavori stradali in Charoen Krung road con passaggi pedonali obbligati fra le botteghe nel frastuono dei lavori. Alcune bancarelle espongono cibi non meglio identificati e identificabili, altre sono cariche di durian, il fantomatico frutto del sud-est asiatico bandito da molti hotel per il suo pessimo odore, che non avrò modo di sperimentare. Le 9 ore sul treno 85 da Bangkok a Chumpon sono piuttosto faticose nei posti in seconda classe, senza aria condizionata, con finestrini aperti e luci accese tutta la notte. Dopo altre 3 ore di viaggio il traghetto Songserm mi scarica irrimediabilmente esausto al porto di Koh Tao.

Tailandia, le isole
Koh Tao è ricoperta da una fitta vegetazione ed è oggi fondata sull’industria del diving: la località principale Sairee Beach è una processione di diving resort e locali, popolata da giovani turisti che si intrattengono fra corsi di immersione e serate alcoliche. L’isola è abitata solo dalla metà del secolo scorso, dopo che l’amnistia l’aveva svuotata dei detenuti politici esiliati. Con qualche incertezza da neofita, prendo il brevetto PADI Open Water e inizio timidamente a scoprire il mondo sommerso in alcuni classici siti di immersione di Koh Tao, Twin Rocks e Japanese Garden davanti all’isoletta di Koh Nang Yuan, paradiso terrestre invaso dai turisti in gita giornaliera e dalle scuole di diving. Brevetto a parte, rimane poco tempo da trascorrere in spiaggia o mollemente sdraiati sui divani di qualche bar-terrazza, fra cibi esterofili (qui va più di moda il burger che i noodles ed abbondano i barbecue di pesce fresco ad uso dei turisti), gli immancabili shake di frutta e le birre locali, ovviamente gelate. I giovani si dilettano invece con i secchielli di cocktail, che vengono miscelati anche per strada dalle bancarelle lungo la passeggiata di Sairee. Non evitiamo qualche sano temporale tropicale, immediato e violento. Koh Pha Ngan è principalmente nota per i Full Moon Party, colossali serate danzanti ad Haad Rin, e per le sue spiagge. Nonostante l’abbondanza di resort e turisti in viaggio organizzato, in questo periodo di luna crescente l’isola non è particolarmente affollata e le spiagge offrono spazio e tranquillità, almeno per quel poco che riesco a vedere in due giorni. Le giornate a Pha Ngan scorrono comunque rilassate, fra palme, spiaggia, mare azzurro e bar direttamente sulla sabbia. Rinomata ed effettivamente bella la spiaggia di Haad Knuat (Bottle Beach), raggiungibile via mare da Chalok Lum: dopo un avvio spedito e fiducioso, il nostro longtail boat fonde il motore sulla via del rientro, fra gli sguardi amareggiati del pilota, che aggiunge invano acqua al circuito di raffreddamento.

Tailandia, Bangkok
Bangkok è calda, affollata e vasta. Nella zona “vecchia” (Ko Ratanakosin e Banglamphu) un fiume di turisti assalta il tempio Wat Phra Kaew e il palazzo imperiale, rendendoli invivibili nonostante la ricchezza architettonica. Non bastasse la folla, è richiesto un abbigliamento consono e all’ingresso vengono prestati dei pantaloni lunghi, caldissimi, ai visitatori in braghette. Pittoresco il mercato degli amuleti su Th Maharat, circondato dalla solita offerta sovrabbondante di cibo da strada: alle 9 del mattino le signore dei banchetti sono intente a friggere quantità industriali di pollo e pesce per affrontare la giornata di vendita. Khao San è un’accozzaglia di bancarelle e ristorantini, pittoresca ma posticcia e ripetitiva (ed il cibo non mi sembra niente di che). La città cambia faccia addentrandosi nella Bangkok benestante, quella dei grandi hotel lungo fiume o degli elitari bar sulle terrazze (Sirocco Sky bar, Moon bar at Vertigo), vero colpo d’occhio metropolitano. L’altro scorcio imperdibile è la città vista dal fiume: il Chao Praya scorre ampio e gonfio d’acqua, percorso da traghetti urbani, chiatte scure e motoscafi privati, e la città appare fra grattacieli, hotel di lusso ed edifici modesti, monaci in arancio attendono su pontili galleggianti.

Epilogo
Il ritorno è un’estenuante trafila di voli e scali e noiose attese notturne: prima l’aeroporto Don Muang di Bangkok, una volta unico scalo di Bangkok, poi chiuso e sostituito dal più moderno Suvarnabhumi, infine riaperto come hub dei voli low-cost. Oggi rimane una struttura di vecchia concezione, sovradimensionata rispetto al traffico quindi in buona parte deserta: è curioso vedere gli aerei attraversare interi piazzali deserti prima di raggiungere la propria area di sosta. Più tardi il caos del LCCT di KL, poi il KLIA e infine lo sfarzo del duty free di Dubai.

sabato 2 febbraio 2013

mi sono perso ad Istanbul

Wir sind die Turken von morgen salmodiava Giovanni Lindo Ferretti nel brano Punk Islam, citando Kebab-Träume degli allora celebri tedeschi D.A.F. Noi siamo i turchi di domani, cantavano, nel tentativo di accostare l’estetica dell’Europa continentale anni Ottanta al mondo islamico della Turchia, ponte verso il Medio Oriente. Questa citazione mantiene il fascino nostalgico per la contro-cultura europea dell’epoca e sembrerebbe quanto mai anacronistica dopo venti anni di storia: i riferimenti culturali sono evoluti, il Medio Oriente è molto più presente nel nostro immaginario, Istanbul è una metropoli da 13 milioni di abitanti, modello avanzato di città globale e proiettata verso il futuro. Eppure, se ribaltata di prospettiva, questa citazione sembra ancora attuale: i turchi sono gli europei di domani ?

Appena arrivati dall’aeroporto Atatürk e lasciati i bagagli nell’economico scantinato dell’Orient Hostel di Sultanhament, ci avviamo ad una prima passeggiata serale nel centro città, fra i minareti magicamente illuminati della Moschea Blu, scendendo fino al Corno d’oro, con il traffico del ponte Galata, i suoi pescatori e gli insistenti ristoratori, poi le ripide scalinate che salgono a Tünel e il primo incontro con lo struscio perenne di Istiklal caddesi. Prima cena in un meyhane, con raki e meze, un gatto che cammina guardingo su un cornicione, due coppie di giovani professionisti benestanti che, ovviamente, fumano come dei turchi.

Sultanhamet è il quartiere storico, costellato di monumenti: eccessivamente affollato di giorno, si spopola parecchio la sera pur mantenendo una sua piacevole atmosfera. Santa Sofia (Aya Sofya in turco), inaugurata nel VI secolo d.C. da Giustiniano come principale chiesa della città, saccheggiata dai Crociati, convertita in moschea nel XV secolo e infine sconsacrata e convertita in museo da Atatürk negli anni ’30 del secolo scorso, è un’imponente testimonianza degli strati storici sedimentati nella città, fra splendore bizantino e conquista islamica. A due passi, la ricchezza architettonica delle cisterne sotterranee di Yerebatan Sarnici e la maestosità della Moschea Sultanhamet (Blu) che con i suoi morbidi tappetti e gli interni ariosi ci introduce ad un’overdose di moschee: dalla raccolta e preziosa Küçük Aya Sofya con il suo patio assolato, a Sokollu Mehmet Pasa con i bambini che giocano a calcio nel cortile, passando per Sehzade vicino ai resti dell’acquedotto fino all’enorme Süleymaniye, commissionata da Solimano il Magnifico al celebre architetto Sinan e posizionata su un colle a guardia del Corno d’oro.

A differenza degli altri paesi islamici che ho visitato, le moschee sono tutte aperte ai turisti, non so per precisa volontà dei turchi di offrire i loro luoghi di culto agli occhi degli infedeli, per superare i confini fra le grandi religioni monoteistiche. Le decorazioni iconoclaste, il rito della preghiera, i tappeti e gli enormi lampadari che scendono dalle cupole mi trasmettono nuovamente il fascino dell’Islam.

A pranzo passeggiamo per Fatih, quartiere a nord di Sultanhament: servendoci un saporito adana kebab, un ristoratore di Itfaye caddesi che assomiglia al cantante brutto dei Ricchi e poveri, sottolinea sorridente le somiglianze fra turchi e italiani: una faccia una razza…

Trovo il Gran Bazar piuttosto deludente, più simile ad un centro commerciale moderno che ad un animato bazar arabo. Più interessante il Bazar egiziano a Eminomu, ricco e colorato grazie ai banchi di spezie. Poco distante da quest’ultimo, la stazione di Sirkeci era in passato il punto di arrivo dell’Orient Express: oggi, oltre a gestire treni locali, ospita un modesto e gratuito museo sul passato delle ferrovie turche. Altra esperienza non pienamente soddisfacente, ma devo ammettere che me lo aspettavo, è il rito dell’hammam al Cagaloglu: architettura storica ed elegante, il rito del corpo sempre affascinante, ma il servizio è costoso e sbrigativo. In fondo non mi aspettavo un trattamento di favore in uno degli hammam più famosi al mondo, che autocelebra fin dall’insegna l’essere stato inserito da Patricia Schultz nei suoi “1000 posti da visitare prima di morire”.

Come in ogni città globale che si rispetti, il museo Istanbul Modern ricavato in ex magazzino sul Bosforo, espone opere di arte contemporanea e un interessante percorso sull’arte turca negli ultimi secoli. Solita fauna di hipster che vagano fra le opere; biglietto adesivo da attaccarsi addosso come al MCA di Chicago (probabilmente lo fanno in molti altri posti, ma io l’ho visto solo lì).

Il quartiere di Beyoglu, a est del Corno d’Oro, concentra i quartieri più moderni del centro città: in alto, la via commerciale Istiklal caddesi, pedonale e percorsa da un vecchio e lento tram, allinea i negozi delle grandi catene mondiali. Sorprende la perenne fiumana di gente che scivola davanti alle vetrine, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno. Svicolando dalla folla dello struscio e scendendo verso il Bosforo, si incontrano le vie più caratteristiche di Cihangir e Cukurcuma, con piazze e animati caffè dove sorseggiare un tè sotto le lampade a infrarossi: anche nella stagione invernale, molti locali di Istanbul si vivono all’esterno, dato che tutti hanno un dehor o una terrazza riscaldata.

Con uno dei frequenti traghetti in partenza da Eminomu, attraversiamo il Bosforo verso il quartiere di Kadiköy sulla sponda asiatica. Il quartiere si rivela vivace e animato fra Mühürdar caddesi e Güneşlibahçe sokak, vie pedonali di mercati, bar e meyhane. Anche qui, un grande affollamento di turchi a passeggio per il sabato pomeriggio, seppur piovoso.

E’ indubbio che gli scorci più affascinanti e rappresentativi della città siano quelli visti dall’acqua: dal Bosforo appare il magico profilo di Sultanhamet, che sembra un’astronave con la rotondità delle sue cupole e i minareti slanciati; sempre dal Bosforo, sfilano i villaggi lungo la costa, da Ortaköy fino a Bebek sulla sponda europea e le ville sul mare della sponda asiatica. Altro scorcio suggestivo si ha all’entrata del porto di Kadiköy, con la silhouette tedesca della stazione ferroviaria di Haydarpaşa e la vicina moschea, in una contaminazione di stili che ben simboleggia la storia passata e l’attuale natura cosmpolita della città.

lunedì 22 ottobre 2012

peru, bolivia

Prologo sudamericano
L’aeroporto di Caracas ha deboli luci al neon, travi in cemento armato a vista e schermi LCD su cui scorrono le immagini di Londra 2012. Il mio vicino sul volo Taca è un predicatore venezuelano secondo il quale Dio ha in serbo un grande progetto per me, apparentemente lo stesso che viene prospettato poco dopo allo steward, un giovane butterato che riesce ad evitare l’argomento religione grazie ad esplicita policy aziendale.
Qualche mese dopo, Hugo Chavez vincerà le elezioni del 7 ottobre, confermandosi per il quarto mandato consecutivo: salute permettendo, il presidente venezuelano potrà lavorare per altri sei anni al suo progetto socialista del 21esimo secolo, statalista e anti-americano, osservato con sospetto dal mondo capitalista preoccupato per la diffusione dell’onda nazionalizzatrice in Sudamerica (Kirchner e Morales in primis, seppur con approcci diversi). Tuttavia, mi rendo conto di come lo scenario socio-politico sudamericano sia molto più complicato di quanto appare ad una prima lettura: di certo si dovrebbe superare lo schematismo interpretativo e la semplificazione figli del localismo occidentale.

Lima e la garúa
Con la sua anonima berlina a GPL, l’autista Luis mi accompagna a Miraflores nella notte umida: non ha servizi programmati per l’indomani e si fermerà a bere una birra con gli amici. Miraflores, il quartiere costiero benestante di Lima, accoglie l’oceano Pacifico sotto le onnipresenti nuvole invernali della garúa: un muro grigio e basso che affronta gli ambiziosi grattacieli vista mare e accompagna i surfisti di Playa Waikiki, dove appositi pannelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami. Dopo il terremoto del 2007, le autorità peruviane sembrano essersi dedicate alla prevenzione: in ogni edificio pubblico è riportata la massima capienza ammessa ed un cartello verde indica le colonne portanti come zona segura en caso de sismos.
Il traffico di Lima è caotico e clacsonante, dalle portiere aperte dei colectivos si urlano fermate e destinazioni. Negli abiti dominano i colori scuri e anonimi, come a coordinare il grigio immutabile del cielo invernale. La centrale Plaza de Armas è una spianata con cattedrale ed edifici neocoloniali che ospitano il Palazzo del Governo ed il Municipio. Meritevole il monastero di San Francisco con le sue catacombe, nonostante la monotonia della guida che recita a memoria.

Lungo la costa
Uscendo da Lima scorre un’anonima e desolata pianura, a tratti desertica, punteggiata da solitari insediamenti abitativi semi-abbandonati. Attraversiamo Pisco, ancora devastata dal terremoto e animata da piccoli tuk tuk che sfilano come moscerini a fianco del nostro autobus Cruz del Sur a due piani, e arriviamo a Paracas alla fine di una violenta tempesta di sabbia. Il paesino è placido e silenzioso, i pochi turisti finiscono nei pochi ristoranti sul lungomare, fra ceviche, lomo saltado, i primi pisco sour e i biblici tempi di attesa del servizio peruviano. La mattina, invece, arriva l’orda dei turisti che si imbarca sui motoscafi per i tour alle isole Ballestas. Nonostante la folla di visitatori e l’elevato rischio di prendersi del guano in testa – meglio portarsi un cappello o poncho - lo scenario naturale è sorprendente: migliaia di uccelli appollaiati in hitchcockiana attesa sugli scogli ricoperti di guano, rari pinguini di Humboldt, avvoltoi, delfini e leoni marini.
Pochi chilometri più a sud, la riserva di Paracas è altrettanto spettacolare, con i suoi spazi desertici e abbaglianti, le lunghe scogliere e l’atmosfera lunare. L’intraprendente Angel scatta foto panoramiche per la pagina facebook della sua agenzia Angel Desert Tours e mi dice che in questa zona ci sono i sargassi, facendomi tornare in mente Salgari e i suoi intrecci ambientati in altri mari esotici.
L’autista Santos, vagamente rimbambito, imbocca un contromano da manuale nel centro di Ica, dove la plaza de Armas è l’unica zona ristrutturata fra gli edifici diroccati dal terremoto. Dopo un rapido passaggio dal pueblo di Cachiche, il sobborgo delle streghe (brujas) nella dimessa periferia di Ica, andiamo a divertirci e spaccarci la schiena in dune buggy sulle dune di Huacachina.
La Panamericana taglia come una lama d’asfalto il deserto sempre più arido e inospitale, una striscia bruciata che accompagna la costa del sudamerica fino ad Atacama in Cile.
La città di Nazca è inutile: pausa mordi e fuggi per i turisti, ha ben poco da offrire. Significato e dimensioni delle linee sono indubbiamente affascinanti, così come la storia di Maria Reiche, l’esploratrice tedesca che le ha portate alla luce. Sfiancato dai continui ritardi dell’agenzia, abbandono l’idea del sorvolo delle linee: so che era l’unico motivo per essere lì, ma mi accontento della sensazione di spazio e mistero interpretativo dall’esile mirador metallico lungo la Panamericana.

Verso le Ande
Arequipa è molto bella e pittoresca, tipica città da cartolina: incorniciata dal cono perfetto del Misti e dalle vette innevate del Chachani, ha un’animata Plaza de Armas con un’ampia cattedrale, ristoranti con terrazze, gruppi di peruviani manifestanti o indolenti, alcuni vicoli di locali per turisti, strade pedonali per shopping globalizzato, una serie infinita di agenzie e tour operator, un ristorante del celebre chef Gaston Acurio. Sul dominante bianco, rimangono gli accesi colori del Monastero di Santa Catalina.
Dopo aver attraversato la Reserva de Salinas y Aguada Blanca, un altopiano di 4.000 metri con picchi a 4.900 lungo la Carretera Interoceanica, nel pomeriggio ci assestiamo ai 3.600 metri di Chivay, quota minima che non lasceremo per una decina di giorni. A fine giornata, rientrato dal bagno nelle acque termali di La Calera – una vasca di acqua calda, vagamente sulfurea, nel freddo dell’imbrunire peruviano – cado vittima del soroche (mal di quota) e il mio fisico mi abbandona miseramente: solo al terzo giorno in altitudine riuscirò a superare la nausea serale.
Alle 8 del mattino una valanga di turisti è asserragliata sul mirador per osservare con stupore il volo dei condor sulla profonda spaccatura del canyon del Colca. L’altopiano andino ci accompagna fino a Juliaca e Puno, sulle sponde del lago Titicaca: irreale la sensazione di vastità dell’orizzonte a queste quote, fra isolate abitazioni e rare vigogne, che scopro essere non addomesticate nonostante la preziosa lana, e piuttosto esili, a differenza di lama e alpaca, più robusti.
Mastico la foglia di coca, con annesso catalizzatore: la sensazione è effettivamente anestetizzante al palato, non so dire di altri effetti corroboranti, che richiederebbero probabilmente un consumo continuativo.
Al ricco buffet della Casa del Mamayacchi di Coporaque assaggio finalmente la carne di alpaca, decantata per il suo basso livello di colesterolo: forse suggestionato, la trovo effettivamente molto leggera, così come il lama che nei giorni successivi mi verrà offerto sotto forma di filetto ma anche in una re-interpretazione peruviana dei ravioli italiani.

Sul lago
La città di Puno è sufficientemente inutile ma essendo un punto di passaggio obbligato – base per le escursioni sul Titicaca, snodo logistico fra Cuzco, Arequipa e la Bolivia – offre una via pedonale di negozi e ristoranti con velleitarie proposte gastronomiche fusion (i rolls di pollo e sesamo da Colors, i piatti di pasta dell’Inkabar).
Nonostante l’atmosfera da zoo antropologico, le isole galleggianti Uros sorprendono per l’esplosione di colori: gli accesi abiti degli abitanti indigeni invadono gli occhi insieme al giallo delle capanne e all’azzurro del cielo.
Sull’isola di Amantani soggiorniamo presso la famiglia di Reina: nella piccola cucina contadina, la padrona di casa ci prepara zuppa e una selezione di tuberi bolliti, accompagnati dall’inevitabile mate di coca o infusione di muña. Seduta su uno sgabello davanti al fuoco, mangiucchiando insieme alla famiglia, ci lancia qualche sorriso e pone qualche incomprensibile domanda sdentata in aymara: grazie alla traduzione in spagnolo dei figli, riusciamo a stabilire un minimo di comunicazione scambiandoci nomi ed età. Non fosse per la fatica, non ti accorgeresti di essere ad oltre 3.800 metri di quota: il sole tramonta su Pachamama, Pachatata e sulle acque del Titicaca lasciandoci con un cielo gonfio di stelle – semplicemente bello e totale.
La piazza centrale di Taquile sembra un film di Sergio Leone.
Ogni accordo funziona: con un voucher cartaceo firmato da Teresa, intraprendente tour operator arequipeña, trovi qualcuno che ti aspetta al porto di Puno per consegnarti i biglietti dell’autobus, scendi in Bolivia e ci sarà una ragazza che urla il tuo nome, seppur storpiato, per portarti al colectivo per La Paz. Tutto si incastra.

In Bolivia
Il confine si passa a piedi, attraversando le due dogane fra cambiasoldi tuttofare.
La cattedrale moresca della Virgen della Candelaria è intrisa di una profonda religiosità fisica fra le candele degli ex-voto e la rituale benedizione delle auto addobbate; da lì, la città di Copacabana scende fino alla riva del Titicaca, in un inatteso mix fra tradizione locale e turismo alternativo (pseudo-freak occidentali che vendono bigiotteria artigianale, locali etnici e caffetterie con wi-fi). La spiaggia mostra i tratti tipici dell’indifferente abbandono sudamericano: l’onnipresente spazzatura in plastica, i pattìni a noleggio visibilmente abbandonati.
Da Copacabana a La Paz prendiamo un popolare colectivo: all’altezza dello stretto di Tiquina, l’autobus viene traghettato su una chiatta mentre i passeggeri attraversano il Titicaca su piccole barche a motore. Tutto al buio: per un attimo ci sentiamo scafisti.
La Paz è una città srotolata in un canyon: mentre le principali avenidas scendono a valle attraversando quartieri sempre più benestanti, case alveari si arrampicano sulle colline. Il tutto sotto lo sguardo vigile dei poveri di El Alto, città satellite di un milione di abitanti adagiata sull’altopiano andino a 4.000 metri: El Alto è una lunga sequenza di case semi abitate, strade poco illuminate, saltuari cumuli di spazzatura dove rovistano i cani. Ad arricchire ulteriormente il panorama, all’orizzonte spiccano le vette innevate della Cordillera Real. La Paz è caotica, colorata e vivace: autobus e camion arrancano sbuffando sulle avenidas in salita, vicoli e strade scivolano verso il centro città, il mercato di Las Brujas vende canonici souvenir accanto ad amuleti e vari oggetti occulti per riti propiziatori, compresi scheletri di animali. La zona dei musei (calle Jaen) è un angolo turistico isolato, con strade acciottolate e negozi di artigianato creativo: sicuramente suggestivo ma forse un po’ in contrasto con l’atmosfera cittadina più disordinata (personalmente ho trovato molto più rappresentativa l’atmosfera di plaza Murillo). Oltrepassate le case signorili del quartiere benestante a valle città, raggiungiamo le rocce erose della Valle della Luna, in un paesaggio irreale.
Nel centro storico di La Paz alcuni locali originali soddisfano le esigenze del viaggiatore velleitario, dal curato arredamento di Etno in calle Jaen, ai panini occidentali e le insalate di Cafè del Mundo in calle Sagarnaga, fino alle candele e all’atmosfera accogliente da vecchio bistrot di Angelo Colonial in calle Linares.
In uscita dalla Bolivia, prima le rovine di Tiwanaku e poi la frontiera di Desaguadero a piedi, in mezzo al confine animato da un confusionario mercato.

L’ombelico del mondo
L’abusato Inkaexpress ci porta da Puno a Cuzco, con interessanti tappe turistiche intermedie (i toritos di Pukarà, le imponenti seppur ricostruite rovine di Raqchi e soprattutto le sorprendenti decorazioni della chiesa di Andahuayllas) e un canonico pranzo a buffet tipo villaggio vacanze.
Cuzco era l’ombelico del mondo inca, fondato dal mitico Manco Capac partito dalle acque del Titicaca alla ricerca della valle promessa. Cuzco è ricca di chiese cattoliche, prontamente costruite dagli spagnoli per imporre la religione dei conquistatori alla ex-capitale inca; sembra che ci sia sempre una manifestazione colorata o un corteo di protesta nella Plaza de Armas. Gli affascinanti vicoli acciottolati che salgono verso San Blas ammaliano i turisti e li conducono al quartiere bohémien sulla collina, da cui partono le ripide scalinate verso il Cristo Blanco che domina la città, sotto un cielo costellato di aquiloni nella domenica pomeriggio delle famiglie peruviane.
Nonostante la sovrabbondante offerta turistica – quasi nauseante la sequenza di negozi di souvenir – in alcuni angoli la città mantiene un suo fascino suggestivo, di luogo speciale, quasi magico. Sensazione che cresce man mano che ci si addentra nella valle sacra, dalle rovine assolate di Pisac ai ventosi panorami di Ollantaytambo, ma forse ancora prima, quando scendendo da Cuzco la strada si apre panoramica sulla valle dell’Urubamba, in un unico colpo d’occhio totale.
Alla fine, Machu Picchu.
Macchina turistica efficiente: si arriva ad Aguas Calientes con il costoso treno della Perurail, si vaga fra una serie infinita di negozi di souvenir, alberghetti e ristoranti ed il mattino presto si sale al sito. Macchu Picchu è scenograficamente sorprendente, poco altro da aggiungere: le vette, le rovine, il verde, le nuvole basse e poi il sole.

Epilogo peruviano
L’ultimo giorno a Lima vaghiamo stanchi, di certo il passaggio dal sole andino e dagli scenari della Valle Sacra al grigiore urbano della capitale non ci rallegra. Un signore anziano ci avvicina mentre vaghiamo nel supermercato Metro, in un abito grigio liso, una volta elegante: amareggiato, di punto in bianco denuncia l’operato delle compagnie internazionali che sfruttano le risorse peruviane, portando fuori dal paese i profitti delle miniere del nord.

domenica 12 febbraio 2012

a Vaiano

Voglio andare a Vaiano, per provare di nascosto l’effetto che fa
Federico Fiumani, Vaiano

perché ti sembra strano che in una canzone che canta lo svagato desiderio di andare a Vaiano per trovare un disperato ma reale aggancio con la realtà, che brama l’erba verde, l’erba alta che da lontano sembra schiuma, che aspira ad un campo di calcio dell’Appennino Tosco-Emiliano, ti sembra proprio strano che ad un certo punto arrivi una chitarra tagliente che lascia una vibrazione tesa, al limite del dolore, e ti regala un profondo senso di fuga o memoria o desiderio, non capisco bene qual è la sensazione dominante, ma di sicuro qualcosa che arriva in profondo e ti prende là dove fa più male.

domenica 15 gennaio 2012

sultanato

Fra gli auguri e i rapidi scambi di informazioni prenatalizie, qualcuno finisce sempre per chiedermi dove sia l’Oman. Di solito mi salvo con uno sbrigativo sotto Dubai. Più difficile rispondere con altrettanta sintesi alla successiva domanda (e perché l’Oman ?).

Nelle vuote ore all’aeroporto del Cairo in attesa del volo notturno per Muscat, un cartellone pubblicitario cita una frase di Berlusconi: Nothing new has happened here, Egyptians are making history as usual. Non capisco come vada interpretata: irriverenza egiziana nei confronti di Berlusconi che ha sottostimato la primavera araba oppure riconoscenza per il tributo al peso storico del popolo egiziano ?
Nuova attesa indolente nella hall del Radisson finché Europcar non ci consegna i Land Cruiser appena immatricolati, 40 km di tachimetro, con cui usciamo finalmente da Muscat, attraversando un’infinita serie di cantieri, svincoli e centri commerciali in costruzione a conferma del continuo sviluppo della capitale dell’Oman.

Salito al potere nel 1970, l’attuale sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd, monarca assoluto, ha contribuito alla rapida crescita del paese, investendo in infrastrutture ed educazione, facendo leva sulle esportazioni di petrolio e gas ma, vista la scarsità delle risorse fossili, avviando anche progetti di diversificazione economica (turismo, sviluppo industriale, attrazione di capitali esteri).
Il palazzo del sultano, fra l’altro, è un pacchiano edificio dorato a Muscat, con obsolete mitragliatrici puntate verso il mare, immerso nella pace asfaltata e simmetrica del quartiere del potere politico.

Lasciando la costa e addentrandoci nella regione di Al Batinah, ci attende il primo forte (Nakhal) e una sorgente di acqua calda, Ath Towra, dove tamarri omaniti lavano la loro auto mentre i bambini fanno il bagno vestiti e i turisti occidentali si concedono una fish pedicure gratuita. Karma Police ci accompagna nel Wadi Beni Awf, fra rocce maestose e, di nuovo, inesauribili lavori di costruzione della strada asfaltata lungo il wadi.
Un omanita loquace e simpaticamente marpione, si improvvisa guida turistica del villaggio abbandonato di As Sulaif, prima di spostarci alle tombe di Al Ayn, tumuli di pietra nello scenario arido del Jebel Misht.
La roccia domina il paesaggio omanita, la strada ridotta ad un nastro d’asfalto nella vastità della natura. Il senso della prospettiva scatena la voglia di foto, i frequenti saliscendi immortalati di continuo, come se ogni curva svelasse un’angolazione imprevista.
Ancora forti (Jabrin, Bahla), le grotte di Al Hoota attrezzatissime per visite turistiche, il villaggio abbandonato di Tanuf, il suq di Nizwa. Dopo un posto di blocco della polizia, ci si arrampica sul Jebel Akhdar fino al Siq Plateau, un sorprendente altopiano di oltre 2.000 m. Quasi non si ha la percezione della quota finché il panorama roccioso non si spalanca imprevisto sotto gli occhi.

Superate le incertezze della pista sabbiosa (encomio ai nostri autisti), arriviamo in uno sfarzoso campo tendato. Le dune di Wahiba confermano le sensazioni già provate nel deserto: il senso dello spazio, la fuga dell’orizzonte, il silenzio del vento. Qualche nuvola vela il cielo notturno, poi si dirada e riappaiono le stelle.
Sulla via del rientro, fermiamo i fuoristrada per avvicinarci ad un gruppo di dromedari allo stato brado che attraversano serafici la pista. Alcuni si allontanano indifferenti, altri si avvicinano curiosi dimostrando inaspettato interesse per la mia t-shirt pugliese.
Il primo tuffo è nel Wadi Bani Khalid, vicino ad una pozza dove sguazzano allegri immigrati pakistani (o del Bangladesh o indiani, non saprei dire con esattezza), che rappresentano una buona percentuale della popolazione omanita.

Come facilmente prevedibile, il turtle-watching a Ras al Jinz è un trappolone turistico: un’unica tartaruga assediata mentre ricopre le uova, tartarughe neonate che vengono depositate a mano direttamente sul bagnasciuga ad uso delle foto dei turisti. Nonostante la sospetta manipolazione, lo spettacolo della natura riesce comunque ad avere il sopravvento sugli animi più scettici, quando l’alba illumina una spiaggia stupenda.
Invece di recuperare qualche proficua ora di sonno, trasformiamo la mattinata al Turtle Beach di Ras al Hadd in un brunch infinito, un paio d’ore seduti al tavolo vista mare, cullati dalla brezza mattutina a parlare di cinema e altro, con frequenti visite al buffet della colazione.

Pessima cena indiana e slavato caffè al cardamomo a Sur per ammazzare l’attesa della mezzanotte, accolta sulla terrazza dell’hotel, grazie ad Eugenio e Renzo che con provvidenziale bottiglia di spumante nascosta nel bagaglio ci permettono l’immancabile brindisi al 2012.
Nella mattinata del primo gennaio, la sorpresa del Wadi Shab, con la bella grotta raggiungibile a nuoto e con breve tratto di immersione.
In serata siamo a Muscat, nel suq sommersi dalle pashmine. Dopo cena, ci riaffacciamo alla mondanità occidentale infilandoci al Trader Vic’s, catena di locali in stile polinesiano ospitata dall’Intercontinental Hotel nel quartiere di Qurm. Il Mai Tai segna il nostro ritorno al peccaminoso mondo dell’alcool, dopo giorni di lassi e succhi di mango.
Le montagne spigolose avvolgono Muscat, con l’elegante corniche ed il porto dove è ancorato lo yacht del sultano. Vista dal mare, non si direbbe che dietro lo spazio raccolto di Mutrah esista una città da oltre un milione di abitanti, moderna e attraversata da superstrade ad alto scorrimento. Al mercato del pesce, mi trovo a fissare rapito l’abilità dei tagliatori, non tutti propriamente amichevoli nei confronti dei turisti.

Fra i rapidi saluto del rientro, cerco di sintetizzare perché l’Oman. Di solito riporto della natura rocciosa, degli spazi e prospettive, dei colori e atmosfera della penisola arabica (il bianco immacolato delle tuniche maschili dishdasha, il nero profondo degli abiti femminili, l’azzurro del cielo). Continuo a leggere perplessità nei più refrattari.

sabato 7 gennaio 2012

picchiare la testa

Come quando mia madre mi diceva:
- Cosa ci vai a fa’ in giro fuori che ci stanno i ladri e le puttane ?
- Appunto, mamma. Esco
Bobo Rondelli, L’Uomo che aveva picchiato la testa (regia di Paolo Virzì)

Dice bene Bollani nel film-documentario di Virzì: è come se Rondelli non avesse mai voluto uscire dal guscio della sua livornesità. Forse per ritrosia, disinteresse, attaccamento, orgoglio, Bobo è un fenomeno prettamente locale, sebbene abbia tutti i numeri per diventare uno chansonnier ammaliante e profondo ma al tempo stesso brillante e sdrammatizzante. Complimenti a Virzì che, con l’abituale umanità e leggerezza che lo contraddistingue, confeziona una serie di appunti sentiti sul suo amico Rondelli e sulla sua Livorno e i suoi uomini.

martedì 15 novembre 2011

ancora (più) vicini

Quasi per caso, aprendo il giornale vedo che questa sera suonano i Casino Royale. Beh, vado, sono curioso di ascoltare i nuovi brani. Guardandomi intorno, vedo che il pubblico non ha subito alcun ricambio generazionale, i presenti sono tutti over 30 che ascoltavano Dainamaita, Sempre più vicini e CRX negli anni Novanta. E il concerto è un piacevole amarcord: i nuovi CR reinterpretano, acidificano, ma tengono alta la bandiera old school, con orgoglio e fierezza: ritmi in levare, l’efficace miscela fra radici ska, sollecitazioni hip-hop, vibrazioni trip-hop e d’n’b, un campionario di avanguardia anni Novanta. E il pubblico balla e salta, gioiosamente partecipe della celebrazione di un passato comune.

lunedì 17 ottobre 2011

trans 2011

00 – prologo

Irkutsk, Siberia centrale, poco dopo le 4 del 14 Agosto.

La luce affaticata della sala d’aspetto accoglie frammenti di viaggi e di ordinaria desolazione notturna, il televisore trasmette Lawrence d’Arabia in versione originale sovraddoppiata in russo. Ammaliato dalla situazione surreale, mi fisso a seguire gli occhi impossibilmente azzurri di Peter O’Toole nella tenda araba, mentre i display della stazione ripetono imperterriti l’ora di Mosca, a cinque fusi orari e oltre 5.000 km da qui, in un evidente anacronismo con il fuso locale che risulta indispensabile per gestire gli orari ferroviari attraverso la vastità del continente russo.

Qui è nato Nureyev e, per la prima volta, ho la chiara percezione del viaggio.


01 – Mosca (Москва)

Appena arrivati dall’aeroporto Sheremetyevo, passeggiamo per Arbat in cerca di un bancomat e di una cena notturna. Il tassista ha avuto qualche problema a trovare il nostro indirizzo, scena che si ripeterà spesso, come se l’unica Arbat nota alla categoria fosse lo stradone Novy Arbat e non la via originaria, oggi trasformata in zona pedonale commerciale, un’anonima sequenza di negozi, ristoranti, fast food e catene internazionali, in cui sopravvive l’elegante casa di Pushkin, con il suo parquet pregiato, le lettere autografe e gli arredi ottocenteschi.

Come prevedibile, Mosca miscela le ampie prospettive della capitale storica con i resti del passato sovietico e i segni della nuova Russia.

La Mosca dei grandi spazi affascina con le prospettive ordinate del Cremlino, le guglie fiabesche di San Basilio, il placido scorrere della Moscova, l’arioso acciottolato della Piazza Rossa osservato dai Magazzini Gum, una volta seriosi Magazzini di Stato in un paese che rifiutava il commercio per statuto, oggi canonici department store di respiro internazionale. I viali e le arterie giustificano la grandeur cittadina, fuggono dal centro geografico o lo circondano ad anello, sebbene sommersi dal caotico traffico moscovita e dai perenni, e apparentemente approssimativi, lavori di ripavimentazione dei marciapiedi.

Nel tardo pomeriggio di domenica pranziamo all’Avocado, velleitario cafè vegetariano che accoglie giovani russi benestanti a due passi dalle placide acque del laghetto di Chistye Prudy sull’Anello dei Giardini. In generale, è più facile mangiare sushi o kebab che bliny o solyanka, in una città occidentalizzata nei gusti e tendenze, che offre caffetterie e cocktail bar eleganti e curati nel design. Passeggiando per Tverskoy, si incrociano le boutique internazionali e l’alta moda italiana, la sede moscovita di Nobu, la catena di alimentari Azbuka Vkusa, tempio dei gourmet locali, il concessionario Lamborghini-Bentley poco distante dalla statua di Marx in Teatralnaya ploshchad. Gli autisti dei Nuovi Ricchi dormono parcheggiati a climatizzatore acceso davanti ai locali alla moda, nascosti dai vetri oscurati di berline e fuoristrada tedeschi.

Il mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa, algido e silenzioso, ha una laica sacralità.

Qualche settimana dopo, viene naturale paragonarlo a quello di Mao a Tienanmen, più maestoso e luminoso, seppur severo. Davanti al padre della Rivoluzione Russa c’è un rispetto intimo e deferente, davanti al grande Mao c’è la celebrazione pubblica del leader del popolo, tanto marmo e cumuli di fiori a omaggiarne la memoria.

Il turismo non sembra interessare molto ai moscoviti come fonte di reddito, prova ne è il sistema museale che, sebbene curato e inappuntabile, appare come un vecchio apparato statale sovietico, funzionante ma per nulla modernizzato. Passi per il Museo di Storia Contemporanea – peraltro interessantissimo – e le sue babushke in biglietteria, ma sorprende al MMOMA la retrospettiva di Bonalumi controllata da anziane signore in calze di nylon. Anche la Nuova Tretyakov, una curata rassegna del Novecento Russo, è un decadente hangar sovietico, affascinante per il sapore di passato idealista, severo e privo di orpelli, ma per niente valorizzato.

Nelle piacevoli pieghe di Kitay Gorod, troviamo un cortile occupato da laboratori e attività creative, fra cui un atelier di giovani stilisti, una scuola di ballo e un anacronistico negozio di prodotti per fumatori di erba, inevitabilmente inneggiante alla Giamaica; non lontano si trova l’Art Garbage, locale notturno di sicuro interessante, ma purtroppo deserto il lunedì sera. A Gorky Park beviamo kvas in un elegante locale all’aperto, con comodi divani bianchi e, di nuovo, giovani russi benestanti che sorseggiano soft drinks e mangiano cibo internazionale. Mi viene in mente una ballatona rock banale degli Scorpions, incentrata sul vento del cambiamento dopo la caduta del Muro.

Sulla riva settentrionale della Moscova procedono i lavori nei cantieri di Moskva City, l’ambizioso progetto di un business centre internazionale, fortemente sponsorizzato dall’ex sindaco-padrone Luzhkov ma pesantemente ridimensionato dopo la crisi del 2008. Peraltro, il controverso Luzhkov ha guidato Mosca per quasi tutta la sua storia post-sovietica, dal 1992 fino al suo licenziamento nel 2010 per ordine diretto di Medvedev.

Paccottiglia nostalgica a parte, la Russia sovietica riappare laddove i simboli del passato non sono stati cancellati – vedi qualche falce e martello sopravvissuta – oppure volutamente raccolti, come nell’Art Muzeon, dove trovano spazio statue di Lenin, Stalin e Breznev rimosse dai propri piedistalli.

Rappresentazione molto più efficace dell’utopia socialista è il monumento del Museo del Cosmonauta – lucido e slanciato decollo verso le future sorti e progressive – e gli edifici del VDNKh, una volta ambizioso Centro Espositivo dell’URSS, oggi banale fiera di paese. Ma, architettonicamente, l’idea è chiara.


02 – in treno dalla Russia alla Mongolia

La taiga siberiana scorre ininterrotta dai finestrini del treno 6, i nostri compagni di viaggio mongoli commerciano ad ogni stazione dove la polizia russa glielo permette, scendono sui binari e vendono abiti e scarpe a russi di periferia. Passiamo da Ekaterinburg di notte, per cui mi perdo l’obelisco che segna l’ingresso in Asia. Nella memoria, già confondo le varie stazioni: Omsk, Novosibirsk, Krasnoyarsk, i centri siberiani minori. La nostra provodnitsa, mongola, ci presta gentilmente le tazze della Mongolian Railway per farci il caffè solubile con l’acqua del samovar, per il resto si fa abbastanza i fatti suoi, oltre a commerciare anche lei con i suoi connazionali (risulta essere l’addetta alla vendita delle tute di acetato, che evidentemente hanno ancora un florido mercato fra i popoli dell’est). La cameriera del vagone ristorante, russa, ci sorride amichevole e tenta di colmare a gesti la reciproca incomunicabilità. Non so come, ma si riesce ad attendere più di un’ora per un piatto di carne. Solo le zuppe arrivano subito.

Irkutsk, principale città della Siberia, è una cittadina piacevole e viva, seppur povera di attrattive turistiche. Un ponte sull’Angara ospita lucchetti come Ponte Milvio, al che mi chiedo se il successo di Moccia sia arrivato fino a qui o se la storia dei lucchetti esistesse indipendentemente da Moccia.

Il Baikal potrebbe essere meta interessante, ma piove e fa freddo e la visita si riduce ad una pigra passeggiata a Listvyanka, dove mangio plov e una specie di arancino ripieno di pesce, che immagino essere il celebre omul siberiano ma non ho modo di chiedere conferma alla cameriera.

Alla frontiera russo-mongola (Naushki da una parte, Sükhbaatar dall’altra) il treno 362 sosta almeno cinque ore, spese a leggere, mangiare tonno in scatola, bere birra, cambiare i pochi rubli avanzati dai cambiavalute abusivi che bazzicano la stazione mongola.


03 – Ulaan Baatar (Улаан-Баатар)

Alle 6 del mattino Ulaan Baatar è fredda, anche se già alto e luminoso il sole non riesce a scaldarla. Bastano un paio d’ore e quello stesso sole incendia piazza Sukhbaatar, grande spianata osservata da un serafico Gengis Khan assiso e da un cavalcante Sukhbaatar su piedistallo. Sullo sfondo, la vela di vetro della Blue Sky Tower spunta fra la caligine estiva. Sembra che il traffico sia esploso nelle mani dei mongoli, impreparati a gestire il possesso di un’auto e una città da attraversare: code caotiche, clacson perenni, nessuna precedenza ai pedoni, è sufficiente un evento straordinario a bloccare tutto (nel nostro caso, la visita del premier coreano).

Probabilmente terra di potenziali investimenti esteri e grandi possibilità di crescita, oggi Ulaan Baatar sembra accettare uno sviluppo eterogeneo e caotico come unica via per non rallentare il Sistema.

Una clientela cosmopolita si incrocia chez Michele, velleitaria caffetteria-panetteria francese a due passi da Peace av., caratteristica per gli ottimi ingredienti occidentali. La tradizione di origine taiwanese e diffusione statunitense del Mongolian Barbecue, si è contradditoriamente insediata anche a Ulaan Baatar con la catena americana BD’s e la catena autoctona Altai.

Il museo di Scienze Naturali fa tenerezza per la sua genuinità involontariamente kitsch: tolta la sala dei dinosauri, il resto è una raccolta di animali impagliati, compreso un anacronistico coccodrillo regalato da Castro in epoca sovietica (perché la Mongolia era nell’area di influenza dell’URSS, che, alfabetizzandola, ha importato il cirillico, soppiantando la pre-esistente scrittura mongola verticale, come imparo dalla nostra guida, studente di ingegneria mineraria).

Appena si riesce ad uscire dalla città, fra scorciatoie dissestate e polverose in cui si ammassa una periferia indistinta, la Mongolia appare per quello che ci si aspetta: una terra di orizzonti infiniti e cielo azzurro.

Di Karakorum capitale rimane poco o nulla, mentre il monastero di Erdene Zuu spicca con i suoi Stupa bianchi in mezzo alla steppa assolata.

I proprietari delle gher interagiscono poco con i turisti, solo i bambini dimostrano curiosità verso lo straniero: il contatto si stabilisce attraverso lo strumento del gioco e la gestualità, non c’è l’ingombro di sovrastrutture che rendono imprescindibile il dialogo per stabilire un rapporto.

Complici caldo e irregolarità del fondo stradale, le bottiglie di airag esplodono nel bagagliaio del pulmino. Come lo Champagne, il latte ha continuato a fermentare in bottiglia e basta svitare i tappi per far partire una doccia da Gran Premio. Bevuto dalla tazza di legno in mezzo alla steppa, l’airag ha un suo fascino di solida tradizione nomade, quando impregna il tuo zaino diventa immediatamente mero latte rancido.

Ho dedotto l’interesse per la Mongolia dall’esperienza di Ferrario e dei CSI – il disco Tabula Rasa Elettrificata, gli appunti ispirati di Zamboni di In Mongolia in retromarcia, i pensieri di Ferretti ne Il traboccare del vuoto, il documentario di Ferrario Sul 45° parallelo – per cui, nonostante il poco tempo a disposizione e l’impossibilità di spingermi al di fuori della sola Mongolia Centrale, ho cercato di vivere appieno gli spazi concessimi.

Su tutti, mi restano due momenti.

La prima notte, usciamo dal nostro posticcio accampamento di gher per una passeggiata sulla collina erbosa. Il gruppo si scioglie subito e proseguo da solo sul pendio, spegnendo la pila frontale e affidandomi alla luna.

In cima alla collina mi fermo, per una volta non provo il desiderio di proseguire perché al di là c’è una collina forse più alta, forse più bella. Al mio fianco un ovoo con teschi bovini, l’aria è fresca, mi sdraio sull’erba ammiro le nuvole striate e concentro le sensazioni.

Arrampicandomi per un erto sentiero nel parco del Terelji, sento dei rumori in mezzo agli alberi, e di colpo mi trovo davanti un gruppo di cavalli al galoppo, condotti da una ragazzina a suo agio con la cavalcata sul ripido pendio. E’ un attimo, sorprendente, di pura natura.


04 – in treno dalla Mongolia alla Cina

Al risveglio, il Gobi scorre fuori dal finestrino, piatto e infinito, il passaggio del treno alza turbini di sabbia.

All’ingresso del treno 34 in Cina, la polizia di frontiera è schierata sull’attenti nella stazione di Erlian. La sosta è ulteriormente allungata dal cambio carrelli per differente scartamento fra binari mongoli e cinesi.

Verso sera arriviamo a Jining-Nan, forse unici occidentali in città e mangiamo la prima ciotola di udon in brodo. Il viaggio da Jining-Nan a Pechino Ovest con il treno K90 sarà infernale, sei ore notturne in piedi o accampati sugli zaini in un treno affollato come una metropolitana.


05 – Pechino (北京市)

Cielo grigio e sole pallido dietro una cortina di smog, traffico bloccato: Pechino alle 7 del mattino.

Pechino mi sorprende, perché ha tutto.

Monumenti maestosi – la Città Proibita, il tempio del Cielo, ma anche la collina Jingshan, il tempio dei Lama e le torri del tamburo e campanaria; parchi rilassanti e suggestivi come il Beihai – magico all’imbrunire, quando si accendono le lanterne e si riflettono nel laghetto sotto la collina dello Stupa Bianco; ampi spazi autocelebrativi come piazza Tienanmen con il mausoleo di Mao; mercati alimentari come Donghuamen, forse un po’ posticci ma scenografici; quartieri pittoreschi come Liulichang o Dashilar; grandi viali e traffico continuo di auto e due ruote (non dico biciclette, perché in pratica sono tutti scooter elettrici e biciclette a pedalata assistita) intervallati da minuscoli hutong a senso unico; aree commerciali moderne, anonime ma fornitissime, come Wangfujing; un quartiere olimpico con edifici avveniristici come lo stadio a nido d’uccello e il Water Cube; un intero quartiere creativo – 798 – ricavato da un ex fabbrica di apparecchiature elettriche.

Pechino mi sorprende perché è l’espressione della Cina, pedina determinante nell’equilibrio geopolitico mondiale, fabbrica del mondo, famelica di risorse, ricca di liquidità, proprietaria del debito statunitense. E la società cinese non può non incuriosire noi occidentali: quali le possibilità di sviluppo dell’enorme popolo cinese ? Il dibattito sociologico è aperto, fra sostenitori della teoria dell’essenzialità cinese – i cinesi non sono come noi – e dell’universalità dei cicli storici – è solo questione di tempo: la modernizzazione arriverà anche per i cinesi che diventeranno come noi – e teorici della terza via (ammetto che il tema mi ha incuriosito: mi sono letto un saggio del sociologo francesce Jean Louis Rocca, che ho però trovato un po’ inconcludente, soprattutto per i non addetti al settore).

I cinesi continuano a sputare, non rispettano le code – ma lo fanno senza desiderio di prevaricazione, semplicemente non sembrano concepirle – si muovono sempre e sono tantissimi. Sono incuriositi dagli occidentali, non danno precedenza ai pedoni, negoziano, sembrano essere accecati dal profitto, fanno volare gli aquiloni, amano vivere la loro città, ballando e facendo ginnastica all’aperto, amano la musica.

Usciamo da Pechino sotto il diluvio che paralizza il traffico mattutino, che immagino essere caotico già di per sé, e arrivati a Mutianyu troviamo la Muraglia avvolta da nebbia umida e nuvole basse e immersa in una vegetazione rigogliosa. Nei giorni successivi pagherò lo strappo a passo sostenuto sulla ripidissima scalinata che sale alla torre 20.

La negoziazione al Silk Market è divertente i primi cinque minuti, poi rompe il cazzo.

Al rientro da una serie di cuba libre a Sanlitun nessun tassista sembra essere disposto a riportarci in albergo. Nonostante siamo in pieno centro, il nostro foglietto con indirizzo in cinese non riscuote successo.

Meta finale per tutti, Pechino raccoglie i volti incontrati lungo la Transmongolica: capita di ritrovarsi per caso all’uscita di un ristorante di Dashilar, o incrociarsi carichi di sacchetti di plastica nera al Silk Market, o ancora persi in una mappa per trovare l’hutong del Tempio di Confucio. In automatico, ci si racconta brevemente i tratti di viaggio non condivisi e, inevitabilmente, l’esperienza cinese.