domenica 12 febbraio 2012

a Vaiano

Voglio andare a Vaiano, per provare di nascosto l’effetto che fa
Federico Fiumani, Vaiano

perché ti sembra strano che in una canzone che canta lo svagato desiderio di andare a Vaiano per trovare un disperato ma reale aggancio con la realtà, che brama l’erba verde, l’erba alta che da lontano sembra schiuma, che aspira ad un campo di calcio dell’Appennino Tosco-Emiliano, ti sembra proprio strano che ad un certo punto arrivi una chitarra tagliente che lascia una vibrazione tesa, al limite del dolore, e ti regala un profondo senso di fuga o memoria o desiderio, non capisco bene qual è la sensazione dominante, ma di sicuro qualcosa che arriva in profondo e ti prende là dove fa più male.

domenica 15 gennaio 2012

sultanato

Fra gli auguri e i rapidi scambi di informazioni prenatalizie, qualcuno finisce sempre per chiedermi dove sia l’Oman. Di solito mi salvo con uno sbrigativo sotto Dubai. Più difficile rispondere con altrettanta sintesi alla successiva domanda (e perché l’Oman ?).

Nelle vuote ore all’aeroporto del Cairo in attesa del volo notturno per Muscat, un cartellone pubblicitario cita una frase di Berlusconi: Nothing new has happened here, Egyptians are making history as usual. Non capisco come vada interpretata: irriverenza egiziana nei confronti di Berlusconi che ha sottostimato la primavera araba oppure riconoscenza per il tributo al peso storico del popolo egiziano ?
Nuova attesa indolente nella hall del Radisson finché Europcar non ci consegna i Land Cruiser appena immatricolati, 40 km di tachimetro, con cui usciamo finalmente da Muscat, attraversando un’infinita serie di cantieri, svincoli e centri commerciali in costruzione a conferma del continuo sviluppo della capitale dell’Oman.

Salito al potere nel 1970, l’attuale sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd, monarca assoluto, ha contribuito alla rapida crescita del paese, investendo in infrastrutture ed educazione, facendo leva sulle esportazioni di petrolio e gas ma, vista la scarsità delle risorse fossili, avviando anche progetti di diversificazione economica (turismo, sviluppo industriale, attrazione di capitali esteri).
Il palazzo del sultano, fra l’altro, è un pacchiano edificio dorato a Muscat, con obsolete mitragliatrici puntate verso il mare, immerso nella pace asfaltata e simmetrica del quartiere del potere politico.

Lasciando la costa e addentrandoci nella regione di Al Batinah, ci attende il primo forte (Nakhal) e una sorgente di acqua calda, Ath Towra, dove tamarri omaniti lavano la loro auto mentre i bambini fanno il bagno vestiti e i turisti occidentali si concedono una fish pedicure gratuita. Karma Police ci accompagna nel Wadi Beni Awf, fra rocce maestose e, di nuovo, inesauribili lavori di costruzione della strada asfaltata lungo il wadi.
Un omanita loquace e simpaticamente marpione, si improvvisa guida turistica del villaggio abbandonato di As Sulaif, prima di spostarci alle tombe di Al Ayn, tumuli di pietra nello scenario arido del Jebel Misht.
La roccia domina il paesaggio omanita, la strada ridotta ad un nastro d’asfalto nella vastità della natura. Il senso della prospettiva scatena la voglia di foto, i frequenti saliscendi immortalati di continuo, come se ogni curva svelasse un’angolazione imprevista.
Ancora forti (Jabrin, Bahla), le grotte di Al Hoota attrezzatissime per visite turistiche, il villaggio abbandonato di Tanuf, il suq di Nizwa. Dopo un posto di blocco della polizia, ci si arrampica sul Jebel Akhdar fino al Siq Plateau, un sorprendente altopiano di oltre 2.000 m. Quasi non si ha la percezione della quota finché il panorama roccioso non si spalanca imprevisto sotto gli occhi.

Superate le incertezze della pista sabbiosa (encomio ai nostri autisti), arriviamo in uno sfarzoso campo tendato. Le dune di Wahiba confermano le sensazioni già provate nel deserto: il senso dello spazio, la fuga dell’orizzonte, il silenzio del vento. Qualche nuvola vela il cielo notturno, poi si dirada e riappaiono le stelle.
Sulla via del rientro, fermiamo i fuoristrada per avvicinarci ad un gruppo di dromedari allo stato brado che attraversano serafici la pista. Alcuni si allontanano indifferenti, altri si avvicinano curiosi dimostrando inaspettato interesse per la mia t-shirt pugliese.
Il primo tuffo è nel Wadi Bani Khalid, vicino ad una pozza dove sguazzano allegri immigrati pakistani (o del Bangladesh o indiani, non saprei dire con esattezza), che rappresentano una buona percentuale della popolazione omanita.

Come facilmente prevedibile, il turtle-watching a Ras al Jinz è un trappolone turistico: un’unica tartaruga assediata mentre ricopre le uova, tartarughe neonate che vengono depositate a mano direttamente sul bagnasciuga ad uso delle foto dei turisti. Nonostante la sospetta manipolazione, lo spettacolo della natura riesce comunque ad avere il sopravvento sugli animi più scettici, quando l’alba illumina una spiaggia stupenda.
Invece di recuperare qualche proficua ora di sonno, trasformiamo la mattinata al Turtle Beach di Ras al Hadd in un brunch infinito, un paio d’ore seduti al tavolo vista mare, cullati dalla brezza mattutina a parlare di cinema e altro, con frequenti visite al buffet della colazione.

Pessima cena indiana e slavato caffè al cardamomo a Sur per ammazzare l’attesa della mezzanotte, accolta sulla terrazza dell’hotel, grazie ad Eugenio e Renzo che con provvidenziale bottiglia di spumante nascosta nel bagaglio ci permettono l’immancabile brindisi al 2012.
Nella mattinata del primo gennaio, la sorpresa del Wadi Shab, con la bella grotta raggiungibile a nuoto e con breve tratto di immersione.
In serata siamo a Muscat, nel suq sommersi dalle pashmine. Dopo cena, ci riaffacciamo alla mondanità occidentale infilandoci al Trader Vic’s, catena di locali in stile polinesiano ospitata dall’Intercontinental Hotel nel quartiere di Qurm. Il Mai Tai segna il nostro ritorno al peccaminoso mondo dell’alcool, dopo giorni di lassi e succhi di mango.
Le montagne spigolose avvolgono Muscat, con l’elegante corniche ed il porto dove è ancorato lo yacht del sultano. Vista dal mare, non si direbbe che dietro lo spazio raccolto di Mutrah esista una città da oltre un milione di abitanti, moderna e attraversata da superstrade ad alto scorrimento. Al mercato del pesce, mi trovo a fissare rapito l’abilità dei tagliatori, non tutti propriamente amichevoli nei confronti dei turisti.

Fra i rapidi saluto del rientro, cerco di sintetizzare perché l’Oman. Di solito riporto della natura rocciosa, degli spazi e prospettive, dei colori e atmosfera della penisola arabica (il bianco immacolato delle tuniche maschili dishdasha, il nero profondo degli abiti femminili, l’azzurro del cielo). Continuo a leggere perplessità nei più refrattari.

sabato 7 gennaio 2012

picchiare la testa

Come quando mia madre mi diceva:
- Cosa ci vai a fa’ in giro fuori che ci stanno i ladri e le puttane ?
- Appunto, mamma. Esco
Bobo Rondelli, L’Uomo che aveva picchiato la testa (regia di Paolo Virzì)

Dice bene Bollani nel film-documentario di Virzì: è come se Rondelli non avesse mai voluto uscire dal guscio della sua livornesità. Forse per ritrosia, disinteresse, attaccamento, orgoglio, Bobo è un fenomeno prettamente locale, sebbene abbia tutti i numeri per diventare uno chansonnier ammaliante e profondo ma al tempo stesso brillante e sdrammatizzante. Complimenti a Virzì che, con l’abituale umanità e leggerezza che lo contraddistingue, confeziona una serie di appunti sentiti sul suo amico Rondelli e sulla sua Livorno e i suoi uomini.

martedì 15 novembre 2011

ancora (più) vicini

Quasi per caso, aprendo il giornale vedo che questa sera suonano i Casino Royale. Beh, vado, sono curioso di ascoltare i nuovi brani. Guardandomi intorno, vedo che il pubblico non ha subito alcun ricambio generazionale, i presenti sono tutti over 30 che ascoltavano Dainamaita, Sempre più vicini e CRX negli anni Novanta. E il concerto è un piacevole amarcord: i nuovi CR reinterpretano, acidificano, ma tengono alta la bandiera old school, con orgoglio e fierezza: ritmi in levare, l’efficace miscela fra radici ska, sollecitazioni hip-hop, vibrazioni trip-hop e d’n’b, un campionario di avanguardia anni Novanta. E il pubblico balla e salta, gioiosamente partecipe della celebrazione di un passato comune.

lunedì 17 ottobre 2011

trans 2011

00 – prologo

Irkutsk, Siberia centrale, poco dopo le 4 del 14 Agosto.

La luce affaticata della sala d’aspetto accoglie frammenti di viaggi e di ordinaria desolazione notturna, il televisore trasmette Lawrence d’Arabia in versione originale sovraddoppiata in russo. Ammaliato dalla situazione surreale, mi fisso a seguire gli occhi impossibilmente azzurri di Peter O’Toole nella tenda araba, mentre i display della stazione ripetono imperterriti l’ora di Mosca, a cinque fusi orari e oltre 5.000 km da qui, in un evidente anacronismo con il fuso locale che risulta indispensabile per gestire gli orari ferroviari attraverso la vastità del continente russo.

Qui è nato Nureyev e, per la prima volta, ho la chiara percezione del viaggio.


01 – Mosca (Москва)

Appena arrivati dall’aeroporto Sheremetyevo, passeggiamo per Arbat in cerca di un bancomat e di una cena notturna. Il tassista ha avuto qualche problema a trovare il nostro indirizzo, scena che si ripeterà spesso, come se l’unica Arbat nota alla categoria fosse lo stradone Novy Arbat e non la via originaria, oggi trasformata in zona pedonale commerciale, un’anonima sequenza di negozi, ristoranti, fast food e catene internazionali, in cui sopravvive l’elegante casa di Pushkin, con il suo parquet pregiato, le lettere autografe e gli arredi ottocenteschi.

Come prevedibile, Mosca miscela le ampie prospettive della capitale storica con i resti del passato sovietico e i segni della nuova Russia.

La Mosca dei grandi spazi affascina con le prospettive ordinate del Cremlino, le guglie fiabesche di San Basilio, il placido scorrere della Moscova, l’arioso acciottolato della Piazza Rossa osservato dai Magazzini Gum, una volta seriosi Magazzini di Stato in un paese che rifiutava il commercio per statuto, oggi canonici department store di respiro internazionale. I viali e le arterie giustificano la grandeur cittadina, fuggono dal centro geografico o lo circondano ad anello, sebbene sommersi dal caotico traffico moscovita e dai perenni, e apparentemente approssimativi, lavori di ripavimentazione dei marciapiedi.

Nel tardo pomeriggio di domenica pranziamo all’Avocado, velleitario cafè vegetariano che accoglie giovani russi benestanti a due passi dalle placide acque del laghetto di Chistye Prudy sull’Anello dei Giardini. In generale, è più facile mangiare sushi o kebab che bliny o solyanka, in una città occidentalizzata nei gusti e tendenze, che offre caffetterie e cocktail bar eleganti e curati nel design. Passeggiando per Tverskoy, si incrociano le boutique internazionali e l’alta moda italiana, la sede moscovita di Nobu, la catena di alimentari Azbuka Vkusa, tempio dei gourmet locali, il concessionario Lamborghini-Bentley poco distante dalla statua di Marx in Teatralnaya ploshchad. Gli autisti dei Nuovi Ricchi dormono parcheggiati a climatizzatore acceso davanti ai locali alla moda, nascosti dai vetri oscurati di berline e fuoristrada tedeschi.

Il mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa, algido e silenzioso, ha una laica sacralità.

Qualche settimana dopo, viene naturale paragonarlo a quello di Mao a Tienanmen, più maestoso e luminoso, seppur severo. Davanti al padre della Rivoluzione Russa c’è un rispetto intimo e deferente, davanti al grande Mao c’è la celebrazione pubblica del leader del popolo, tanto marmo e cumuli di fiori a omaggiarne la memoria.

Il turismo non sembra interessare molto ai moscoviti come fonte di reddito, prova ne è il sistema museale che, sebbene curato e inappuntabile, appare come un vecchio apparato statale sovietico, funzionante ma per nulla modernizzato. Passi per il Museo di Storia Contemporanea – peraltro interessantissimo – e le sue babushke in biglietteria, ma sorprende al MMOMA la retrospettiva di Bonalumi controllata da anziane signore in calze di nylon. Anche la Nuova Tretyakov, una curata rassegna del Novecento Russo, è un decadente hangar sovietico, affascinante per il sapore di passato idealista, severo e privo di orpelli, ma per niente valorizzato.

Nelle piacevoli pieghe di Kitay Gorod, troviamo un cortile occupato da laboratori e attività creative, fra cui un atelier di giovani stilisti, una scuola di ballo e un anacronistico negozio di prodotti per fumatori di erba, inevitabilmente inneggiante alla Giamaica; non lontano si trova l’Art Garbage, locale notturno di sicuro interessante, ma purtroppo deserto il lunedì sera. A Gorky Park beviamo kvas in un elegante locale all’aperto, con comodi divani bianchi e, di nuovo, giovani russi benestanti che sorseggiano soft drinks e mangiano cibo internazionale. Mi viene in mente una ballatona rock banale degli Scorpions, incentrata sul vento del cambiamento dopo la caduta del Muro.

Sulla riva settentrionale della Moscova procedono i lavori nei cantieri di Moskva City, l’ambizioso progetto di un business centre internazionale, fortemente sponsorizzato dall’ex sindaco-padrone Luzhkov ma pesantemente ridimensionato dopo la crisi del 2008. Peraltro, il controverso Luzhkov ha guidato Mosca per quasi tutta la sua storia post-sovietica, dal 1992 fino al suo licenziamento nel 2010 per ordine diretto di Medvedev.

Paccottiglia nostalgica a parte, la Russia sovietica riappare laddove i simboli del passato non sono stati cancellati – vedi qualche falce e martello sopravvissuta – oppure volutamente raccolti, come nell’Art Muzeon, dove trovano spazio statue di Lenin, Stalin e Breznev rimosse dai propri piedistalli.

Rappresentazione molto più efficace dell’utopia socialista è il monumento del Museo del Cosmonauta – lucido e slanciato decollo verso le future sorti e progressive – e gli edifici del VDNKh, una volta ambizioso Centro Espositivo dell’URSS, oggi banale fiera di paese. Ma, architettonicamente, l’idea è chiara.


02 – in treno dalla Russia alla Mongolia

La taiga siberiana scorre ininterrotta dai finestrini del treno 6, i nostri compagni di viaggio mongoli commerciano ad ogni stazione dove la polizia russa glielo permette, scendono sui binari e vendono abiti e scarpe a russi di periferia. Passiamo da Ekaterinburg di notte, per cui mi perdo l’obelisco che segna l’ingresso in Asia. Nella memoria, già confondo le varie stazioni: Omsk, Novosibirsk, Krasnoyarsk, i centri siberiani minori. La nostra provodnitsa, mongola, ci presta gentilmente le tazze della Mongolian Railway per farci il caffè solubile con l’acqua del samovar, per il resto si fa abbastanza i fatti suoi, oltre a commerciare anche lei con i suoi connazionali (risulta essere l’addetta alla vendita delle tute di acetato, che evidentemente hanno ancora un florido mercato fra i popoli dell’est). La cameriera del vagone ristorante, russa, ci sorride amichevole e tenta di colmare a gesti la reciproca incomunicabilità. Non so come, ma si riesce ad attendere più di un’ora per un piatto di carne. Solo le zuppe arrivano subito.

Irkutsk, principale città della Siberia, è una cittadina piacevole e viva, seppur povera di attrattive turistiche. Un ponte sull’Angara ospita lucchetti come Ponte Milvio, al che mi chiedo se il successo di Moccia sia arrivato fino a qui o se la storia dei lucchetti esistesse indipendentemente da Moccia.

Il Baikal potrebbe essere meta interessante, ma piove e fa freddo e la visita si riduce ad una pigra passeggiata a Listvyanka, dove mangio plov e una specie di arancino ripieno di pesce, che immagino essere il celebre omul siberiano ma non ho modo di chiedere conferma alla cameriera.

Alla frontiera russo-mongola (Naushki da una parte, Sükhbaatar dall’altra) il treno 362 sosta almeno cinque ore, spese a leggere, mangiare tonno in scatola, bere birra, cambiare i pochi rubli avanzati dai cambiavalute abusivi che bazzicano la stazione mongola.


03 – Ulaan Baatar (Улаан-Баатар)

Alle 6 del mattino Ulaan Baatar è fredda, anche se già alto e luminoso il sole non riesce a scaldarla. Bastano un paio d’ore e quello stesso sole incendia piazza Sukhbaatar, grande spianata osservata da un serafico Gengis Khan assiso e da un cavalcante Sukhbaatar su piedistallo. Sullo sfondo, la vela di vetro della Blue Sky Tower spunta fra la caligine estiva. Sembra che il traffico sia esploso nelle mani dei mongoli, impreparati a gestire il possesso di un’auto e una città da attraversare: code caotiche, clacson perenni, nessuna precedenza ai pedoni, è sufficiente un evento straordinario a bloccare tutto (nel nostro caso, la visita del premier coreano).

Probabilmente terra di potenziali investimenti esteri e grandi possibilità di crescita, oggi Ulaan Baatar sembra accettare uno sviluppo eterogeneo e caotico come unica via per non rallentare il Sistema.

Una clientela cosmopolita si incrocia chez Michele, velleitaria caffetteria-panetteria francese a due passi da Peace av., caratteristica per gli ottimi ingredienti occidentali. La tradizione di origine taiwanese e diffusione statunitense del Mongolian Barbecue, si è contradditoriamente insediata anche a Ulaan Baatar con la catena americana BD’s e la catena autoctona Altai.

Il museo di Scienze Naturali fa tenerezza per la sua genuinità involontariamente kitsch: tolta la sala dei dinosauri, il resto è una raccolta di animali impagliati, compreso un anacronistico coccodrillo regalato da Castro in epoca sovietica (perché la Mongolia era nell’area di influenza dell’URSS, che, alfabetizzandola, ha importato il cirillico, soppiantando la pre-esistente scrittura mongola verticale, come imparo dalla nostra guida, studente di ingegneria mineraria).

Appena si riesce ad uscire dalla città, fra scorciatoie dissestate e polverose in cui si ammassa una periferia indistinta, la Mongolia appare per quello che ci si aspetta: una terra di orizzonti infiniti e cielo azzurro.

Di Karakorum capitale rimane poco o nulla, mentre il monastero di Erdene Zuu spicca con i suoi Stupa bianchi in mezzo alla steppa assolata.

I proprietari delle gher interagiscono poco con i turisti, solo i bambini dimostrano curiosità verso lo straniero: il contatto si stabilisce attraverso lo strumento del gioco e la gestualità, non c’è l’ingombro di sovrastrutture che rendono imprescindibile il dialogo per stabilire un rapporto.

Complici caldo e irregolarità del fondo stradale, le bottiglie di airag esplodono nel bagagliaio del pulmino. Come lo Champagne, il latte ha continuato a fermentare in bottiglia e basta svitare i tappi per far partire una doccia da Gran Premio. Bevuto dalla tazza di legno in mezzo alla steppa, l’airag ha un suo fascino di solida tradizione nomade, quando impregna il tuo zaino diventa immediatamente mero latte rancido.

Ho dedotto l’interesse per la Mongolia dall’esperienza di Ferrario e dei CSI – il disco Tabula Rasa Elettrificata, gli appunti ispirati di Zamboni di In Mongolia in retromarcia, i pensieri di Ferretti ne Il traboccare del vuoto, il documentario di Ferrario Sul 45° parallelo – per cui, nonostante il poco tempo a disposizione e l’impossibilità di spingermi al di fuori della sola Mongolia Centrale, ho cercato di vivere appieno gli spazi concessimi.

Su tutti, mi restano due momenti.

La prima notte, usciamo dal nostro posticcio accampamento di gher per una passeggiata sulla collina erbosa. Il gruppo si scioglie subito e proseguo da solo sul pendio, spegnendo la pila frontale e affidandomi alla luna.

In cima alla collina mi fermo, per una volta non provo il desiderio di proseguire perché al di là c’è una collina forse più alta, forse più bella. Al mio fianco un ovoo con teschi bovini, l’aria è fresca, mi sdraio sull’erba ammiro le nuvole striate e concentro le sensazioni.

Arrampicandomi per un erto sentiero nel parco del Terelji, sento dei rumori in mezzo agli alberi, e di colpo mi trovo davanti un gruppo di cavalli al galoppo, condotti da una ragazzina a suo agio con la cavalcata sul ripido pendio. E’ un attimo, sorprendente, di pura natura.


04 – in treno dalla Mongolia alla Cina

Al risveglio, il Gobi scorre fuori dal finestrino, piatto e infinito, il passaggio del treno alza turbini di sabbia.

All’ingresso del treno 34 in Cina, la polizia di frontiera è schierata sull’attenti nella stazione di Erlian. La sosta è ulteriormente allungata dal cambio carrelli per differente scartamento fra binari mongoli e cinesi.

Verso sera arriviamo a Jining-Nan, forse unici occidentali in città e mangiamo la prima ciotola di udon in brodo. Il viaggio da Jining-Nan a Pechino Ovest con il treno K90 sarà infernale, sei ore notturne in piedi o accampati sugli zaini in un treno affollato come una metropolitana.


05 – Pechino (北京市)

Cielo grigio e sole pallido dietro una cortina di smog, traffico bloccato: Pechino alle 7 del mattino.

Pechino mi sorprende, perché ha tutto.

Monumenti maestosi – la Città Proibita, il tempio del Cielo, ma anche la collina Jingshan, il tempio dei Lama e le torri del tamburo e campanaria; parchi rilassanti e suggestivi come il Beihai – magico all’imbrunire, quando si accendono le lanterne e si riflettono nel laghetto sotto la collina dello Stupa Bianco; ampi spazi autocelebrativi come piazza Tienanmen con il mausoleo di Mao; mercati alimentari come Donghuamen, forse un po’ posticci ma scenografici; quartieri pittoreschi come Liulichang o Dashilar; grandi viali e traffico continuo di auto e due ruote (non dico biciclette, perché in pratica sono tutti scooter elettrici e biciclette a pedalata assistita) intervallati da minuscoli hutong a senso unico; aree commerciali moderne, anonime ma fornitissime, come Wangfujing; un quartiere olimpico con edifici avveniristici come lo stadio a nido d’uccello e il Water Cube; un intero quartiere creativo – 798 – ricavato da un ex fabbrica di apparecchiature elettriche.

Pechino mi sorprende perché è l’espressione della Cina, pedina determinante nell’equilibrio geopolitico mondiale, fabbrica del mondo, famelica di risorse, ricca di liquidità, proprietaria del debito statunitense. E la società cinese non può non incuriosire noi occidentali: quali le possibilità di sviluppo dell’enorme popolo cinese ? Il dibattito sociologico è aperto, fra sostenitori della teoria dell’essenzialità cinese – i cinesi non sono come noi – e dell’universalità dei cicli storici – è solo questione di tempo: la modernizzazione arriverà anche per i cinesi che diventeranno come noi – e teorici della terza via (ammetto che il tema mi ha incuriosito: mi sono letto un saggio del sociologo francesce Jean Louis Rocca, che ho però trovato un po’ inconcludente, soprattutto per i non addetti al settore).

I cinesi continuano a sputare, non rispettano le code – ma lo fanno senza desiderio di prevaricazione, semplicemente non sembrano concepirle – si muovono sempre e sono tantissimi. Sono incuriositi dagli occidentali, non danno precedenza ai pedoni, negoziano, sembrano essere accecati dal profitto, fanno volare gli aquiloni, amano vivere la loro città, ballando e facendo ginnastica all’aperto, amano la musica.

Usciamo da Pechino sotto il diluvio che paralizza il traffico mattutino, che immagino essere caotico già di per sé, e arrivati a Mutianyu troviamo la Muraglia avvolta da nebbia umida e nuvole basse e immersa in una vegetazione rigogliosa. Nei giorni successivi pagherò lo strappo a passo sostenuto sulla ripidissima scalinata che sale alla torre 20.

La negoziazione al Silk Market è divertente i primi cinque minuti, poi rompe il cazzo.

Al rientro da una serie di cuba libre a Sanlitun nessun tassista sembra essere disposto a riportarci in albergo. Nonostante siamo in pieno centro, il nostro foglietto con indirizzo in cinese non riscuote successo.

Meta finale per tutti, Pechino raccoglie i volti incontrati lungo la Transmongolica: capita di ritrovarsi per caso all’uscita di un ristorante di Dashilar, o incrociarsi carichi di sacchetti di plastica nera al Silk Market, o ancora persi in una mappa per trovare l’hutong del Tempio di Confucio. In automatico, ci si racconta brevemente i tratti di viaggio non condivisi e, inevitabilmente, l’esperienza cinese.

sabato 7 maggio 2011

l'estate dei Lust


Christopher Thompson dirige Bus Palladium (distribuito in Italia come Noi insieme adesso), inserendosi alla perfezione nel solco della classica storia di formazione. Strizzando l’occhio ad una trepidante platea giovanile, mette in scena l’effimera estate di successo di una rock band di ventenni parigini, facendo leva su attori inevitabilmente attraenti ed il sempreverde mito del rock and roll. Ode alla gioventù ed all’idealistica caparbietà nel perseguire i propri sogni, il film è baricentrato sui due protagonisti: il chitarrista Lucas (Marc-André Grondin), più riflessivo e discreto, aspirante architetto, si contrappone al cantante Manu (Arthur Dupont), spirito libero, in perenne equilibrio fra pura istintività creativa e tendenza autodistruttiva. Fra i due si interpone Laura (Elisa Sednaoui), bellissima e misteriosa quanto emancipata, che diventa la ragazza di Manu ma non disdegna un flirt con Lucas. Durante il tour aumentano gli attriti interni che spingono Lucas ad abbandonare il gruppo che riappare, tre anni dopo, riunito per il funerale del suicida Manu. Sul finale Thompson è volutamente evasivo e parco di dettagli; la sua storia di formazione finisce con l’estate dei Lust: i desideri, le aspettative, le scelte si esauriscono in quel momento. Non sono oggetto del film il futuro della band, l’eventuale carriera di Lucas come architetto, i motivi del suicidio di Manu, il destino di Laura. Chissà se questa ellissi sia dovuta ad una precisa scelta stilistica o al pudore per avere così tanto abusato dei cliché del modello coming of age. Idealista, ben girato, scontato, con attori accattivanti (l’ammaliante modella italo-franco-egiziana Elisa Sednaoui e i protagonisti maschili Grondin e Dupont): gli elementi per il successo commerciale ci sono, sebbene la totale assenza di originalità possa risultare un’handicap anche presso il grande pubblico.

domenica 20 marzo 2011

essere sbagliati

Perchè, oggi, non si tratta più di sbagliare. Si tratta di essere sbagliati, o no.
Ramos Shimada

L’interpretazione è sempre soggettiva ma spesso ho la presunzione di cogliere il significato proprio dell’autore. Non qui. Immagino che la mia chiave di lettura sia diversa da quella del viandante emozionale Shimada, eppure, a patto di leggere quell’oggi nell’accezione di ormai, trovo chiaramente espresso un mio costante sospetto.

venerdì 7 gennaio 2011

welcome to Jordan

Le pratiche doganali vengono sbrigate con serafica lentezza mentre la coda dei viaggiatori avanza sotto la luce fluorescente del Queen Alia airport. La fatiscente hall del Palace Hotel di Amman ci accoglie alle tre di notte, fra gabbie di uccellini addormentati e un portiere di notte assonnato, rigorosamente in ciabatte. Incuranti dell’ora tarda, alcuni operai con un’escavatore stanno lavorando in Al-Malek Faisal st. sotto le nostre finestre. Terminano appena in tempo per l’irruzione del muezzin della vicina moschea di Re Hussein, che poco dopo le cinque chiama i fedeli alla prima preghiera della giornata.

Amman è un susseguirsi di ripidi colli (jebel), su cui svetta la Cittadella, non particolarmente ricca ma interessante per gli strati storici sedimentati: età del Bronzo, epoca romana e bizantina, dominio Omayyade. Il vecchio centro città si sviluppa intorno alle strade dominate dalla moschea di Re Hussein e dal teatro romano, cariche di luci, mercati, negozi di abiti e di chincaglierie, ricche pasticcerie come Jabri e Habibah, ristoranti ed hotel economici; il traffico è frenetico e attraversare la strada un divertente azzardo.
Dallo skyline cittadino emerge il cantiere di Abdali, ambizioso progetto di riurbanizzazione commerciale e residenziale volto ad attrarre capitali internazionali ad Amman, facendo leva sulla politica moderata e filo-occidentale della Giordania di re Abdullah per candidarsi a crocevia commerciale del Medio-Oriente.

Nel nostro primo pomeriggio ad Amman, mangiamo al sole insieme all’amico Mohannad, pizzicando con la pita felafel, hummus, fegato, direttamente dai vassoi a centro tavola e vaghiamo per le gallerie Darat Al-Funun e Dar Al-Alanda, esempi di interessante arte contemporanea medio-orientale e ponti verso un moderno cosmpolitismo culturale.

Jerash, città romana che raggiunse il suo periodo di massimo splendore nel III secolo d.C., è ricchissima e luminosa. Lo spettacolo in costume e bighe è ovviamente una baracconata turistica, ma almeno utilizza manodopera locale, favorendo l’occupazione in questa città.
As-Salt è un piccolo centro, poco turistico, con un animato mercato dove fumiamo sigarette prodotte con tabacco locale.
Come da previsione, il sito del Battesimo sul Giordano è alquanto deludente, non fosse per l’idea di trovarsi in un importante luogo biblico, indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose. Più che altro soprende la cappa di afa e caligine che avvolge le lande depresse del Giordano verso il Mar Morto, sorvegliate a vista dai checkpoint del vicino confine con la Cisgiordania.

Inevitabile pensare che a pochi chilometri da me vivono i territori mai pacificati del conflitto arabo-israeliano, faglia sempre aperta nella nostra storia recente, di cui io, vergognosamente, mi accorgo di sapere ben poco.

Lasciata Madaba ed il suo mosaico nella chiesa di San Giorgio – che a dire il vero immaginavo essere più valorizzato artisticamente – la Strada dei Re si srotola verso sud, scavalcando il profondo Wadi Mujib e raggiungendo Karak ed il suo castello crociato, altra testimonianza del passaggio della storia.
Il piccolo paese di Dana, fatto di pochi edifici cadenti in pietra, funge da base per escursioni e trekking nell’omonima Riserva.

Wadi Musa è nata e cresciuta come struttura di supporto alla macchina turistica di Petra, che ingoia migliaia di visitatori, accoglie l’allenato camminatore in abiti tecnici così come i gruppi vacanze in gita giornaliera dai resort del Mar Rosso o dalle crociere attraccate ad Aqaba. Il clima non ci sorride, e Petra è avvolta da nebbia e pioggia intermittente.
Nonostante tutto ciò, la città nabatea è sorprendente: oltre ai classici – l’apparire del Tesoro (Al Khazneh) alla fine del Siq, le Tombe Reali, l’ascesa al Monastero (Al-Deir) – ciò che affascina è la ricchezza della natura unita alla vastità della città perduta; i blocchi di pietra erosa, colorata, sedimentata, i panorami mozzafiato si sposano con gli edifici scavati nella roccia, i gradini consumati dagli anni che si perdono nelle scalinate verso l’Altare del Sacrificio (Al-Madbah) o l’Al Khubtha.
Incredibile pensare che dopo lo splendore nabateo e la conquista romana nel 106 d.C., Petra sia caduta in disgrazia a causa dei terremoti e delle nuove rotte commerciali – ascesa di Palmira sulla via della Seta e diffusione del commercio marittimo – e, salvo una breve occupazione crociata nel XII secolo, sia rimasta disabitata e sconosciuta per oltre 600 anni, fino alla sua scoperta da parte dell’esploratore di origine svizzera Burckhardt nel 1812.

San Silvestro trash in un ristorante di Wadi Musa, con assordante musica pop araba ed una danzatrice del ventre, in imbarazzante quanto sereno sovrappeso, che non risparmia ammiccamenti e movenze erotiche. Alla mezzanotte brindiamo con uno slavato Cabernet-Sauvignon del Monte Nebo, mentre il dj suona l’inevitabile Happy Birthday (che sia un’abitudine ? Anche l’improvvisato chitarrista marocchino di Fès, visibilmente ubriaco, cantava Happy Birthday per salutare l’arrivo del 2010).

La testa balla per la pista sconnessa e i frenetici ritmi beduini del mangiacassette mentre il Wadi Rum ci sovrasta: di fronte ad ogni dimostrazione assoluta della Natura le parole perdono significato, forse l’unica cosa sensata è riempirsi gli occhi ed assaporare il silenzio.
La serata nel campo beduino trascorre fra lente fumate di shisha, inevitabile tè, musiche tradizionali suonate con l’oud e danze sulla solita musica pop beduina, mentre i vestiti si impregnano della puzza di fumo.

Inaspettatamente signori, prima del rientro ci concediamo il lusso della Zara Spa Dead Sea.

L’amico Mohannad ci apre le porte della sua casa di Amman, accogliendoci nella sua sorprendente famiglia: benestanti attivisti filo-palestinesi, impegnati politicamente, tolleranti non osservanti ma non per questo occidentalizzati. Colti, istruiti, allegri, i cinque figli affiatati aiutano la madre, rigorosamente senza velo, che ci prepara un enorme maqluba mentre il padre ci fa assaggiare il suo vino artigianale, un bianco dolce, vagamente liquoroso, a cui facciamo seguire un rosso libanese.
Mi affascina questo milieu di intellettuali arabi di sinistra, le cui coordinate di riferimento spaziano da Istanbul a Damasco passando per Beirut e i cui occhi si illuminano al parlare della guerra del Libano del 2006.
Poche ore prima del volo notturno per Roma, abbracciamo l’amico Mohannad, rinnovandogli i nostri auguri per il progetto di aprire un bar insieme al padre.

mercoledì 8 dicembre 2010

di spalle alla vita

- Titto, che c’è, eh ? Non hai detto una parola. Mi pari Portobello, che c’è ?
- Ti devo dire una cosa, Toni.
- Dicci.
- Non posso venire da Salvatore a Mare. C’ho il bambino con la febbre.
- Titto, nun scassà o’ cazzo. Che è ‘sta novità ? Abbiamo sempre festeggiato il primo concerto.
- Tiene 38 e mezzo…
- E allora ? Che ci vuoi fare ? Che sei un’aspirina tu ? Tu sei un batterista e vieni a cena con noi. Questo non perde mai occasione per mettersi di spalle alla vita
Antonio Pisapia, L’uomo in più (regia di Paolo Sorrentino)

Sardonico e sicuro di sé, il Pisapia del magistrale Toni Servillo rientra nei camerini dopo il concerto.
Ha chiuso il concerto con la cosa che gli è più cara al mondo, La Notte, la sigaretta in mano, i gesti consumati e la voce rauca da chansonnier navigato. Uso alla vita, orgogliosamente sciupafemmine, inguaribilmente fedifrago: non ammette rifiuti da chi lo circonda in osservanza di un protocollo di rispetto ed etichetta virile.
E Sorrentino, magicamente, chiude su quella frase tagliente, definitiva, inappellabile, pronunciata fra i denti che racchiude tutto il personaggio: nessuna stima per chi si mette di spalle alla vita.

martedì 12 ottobre 2010

MEX

Appena rientrato dal viaggio, le impressioni sul Messico si accavallano, sgomitano per reclamare il loro spazio, un ricordo, una parola. Passato più di un mese, sento ancora il bisogno di dargli sfogo e a fatica riesco finalmente a scriverne, aggregandole per momenti nel vano tentativo di raccogliere le differenti sensazioni, dal caos delle città all’afa della giungla, dalle barriere coralline al fascino delle culture indigene.

Visioni precolombiane
A sorpresa mi scopro ricettivo alla storia dei popoli precolombiani: affascinato dalla vastità delle rovine, percepisco l’onda lunga di civiltà millenarie, con un’intensità che raramente ho sperimentato di fronte ai resti delle civiltà classiche occidentali (ammetto non per oggettivo valore storico quanto per una mia particolare suggestione del momento).
Salendo i gradini della Piramide della Luna, vengo colto dai primi sintomi di insolazione messicana: il sole spietato dei duemila metri regna sulla Calzada de los Muertos prima che si addensino le nuvole del rituale temporale pomeridiano, sfiancando i turisti già provati dalle cantilenanti offerte dei venditori ambulanti. Teotihuacán è ampio, razionale, squadrato. Una vezzosa turista spagnola con ampio foulard e maglia a righe si fa ritrarre in posizione del loto su una piramide.
Millecinquecento anni prima di Colombo, qui fioriva la prima città stato della Mesoamerica; sette secoli dopo il suo declino, gli Atzechi costruiranno poco lontano la loro capitale Tenochtitlán, dove nel 1519 il conquistador Cortès sarà accolto come una divinità dallo sprovveduto Montezuma, dando il via alla conquista spagnola. Tenochtitlán, prosciugata e bonificata, diventerà Città del Messico, infinita e affollata capitale del paese odierno, che ancora sprofonda sul terreno instabile.
Strategicamente rialzata rispetto alla pianura circostante dove sorge Oaxaca, Monte Albán domina le vette della Sierra Norte su cui si rincorrono nuvole cariche di pioggia. Fondata dagli Zapotechi, coeva di Teotihuacán, oggi rapisce per la nobile posizione e la profondità di campo concessa allo sguardo.
Più a sud incontro i resti della civiltà Maya, che occupava una vasta area comprendente sud del Messico, Guatemala, Belize, Honduras. Dalla giungla al confine con il Guatemala, emerge Yaxchilàn. Esperienza intensa: l’afa e gli insetti insistenti, la pelle perennemente umida, le acque limacciose dell’Usumacinta, le rovine cadenti sprofondate nel caldo verde con le gradinate infinite, i labirinti bui e i sentieri scivolosi.
All’ingresso delle rovine di Palenque, le sedicenti guide offrono insistentemente i loro servizi. Mentre mi avvicino all’ingresso ripetendo ossessivamente il mantra no gracias, le offerte si fanno sempre più vantaggiose. L’ultima proposta prevede guida e funghi allucinogeni a fine tour per modici cento pesos.
Per la sua vicinanza a Cancun, Chichen Itzà, principale città Maya del periodo post-classico, è affollata di turisti in gita dai resort. Nonostante la folla eccessiva, la quantità insopportabile di venditori ambulanti, il biglietto di ingresso più costoso delle altre rovine pur essendo gestita dallo stesso INAH (Istituto Nacional de Antropología e Historia), il sito è ricchissimo e perfettamente preservato.
I vialetti della zona archeologica di Tulum sono così curati che sembra di trovarsi in un resort. Le rovine in sé sono piuttosto misere se confrontate con gli altri siti, tuttavia il colpo d’occhio del Castillo arroccato sul bianco-blu del mare caraibico è di grande effetto scenografico.

Supposizioni nel Chiapas
Il nostro non-amico Ben si cala i pantaloni mostrando il suo culone bianco da americano ubriaco per le vie di San Cristóbal de Las Casas poco prima di finire tutti a ballare musica house al Pura Vida. Il francese che si atteggia a bohèmienne rimane fuori dal locale, scalzo, con la sua bottiglia di tequila.
San Cristóbal attrae e affascina, adagiata a oltre duemila metri nel verde della Sierra Madre, epicentro del Chiapas, delle sue lotte e delle sue tradizioni indigene. Sebbene oggi sia piuttosto turistica – ma con un certo stile: è sufficiente una passeggiata fra i negozi di Real de Guadaloupe per rendersene conto – mantiene un’atmosfera ammaliante e vagamente magica, che spinge a volerci ritornare.
Poco distante, la celebre chiesa di San Juan Chamula sorprende per lo svelarsi del sincretismo alla luce polverosa delle sue candele. Mi attardo, faccio fatica a distaccarmi da una religiosità così distante da me ma così fisica e partecipata. Quando il portone si riapre sulla piazza del mercato, vago stranito e incerto fra i miseri banchi degli indigeni e le frotte insistenti di bambini questuanti.
A San Cristóbal incontro una storia affascinante.
Frans Blom, danese di buona famiglia dalla barba curata e il portamento elegante, lavora nel sud del Messico per l’industria petrolifera quando inizia ad interessarsi alle civiltà Maya. Diventa archeologo ad Harvard e guida varie esplorazioni nella giungla del Chiapas, contribuendo alla scoperta di siti inesplorati. Lasciata l’università per problemi di alcolismo, si trasferisce a San Cristóbal con la seconda moglie, la fotografa tedesca Gertrude “Trudi” Duby, dove fonda Na Bolom, un centro di studi e ricerca sulla cultura Maya ed in particolare sui Lacandoni, popolazione Maya mai sottomessa agli spagnoli. Dopo la morte di Blom nel 1963, Trudi si impegna contro la deforestazione della Selva Lacandona e per preservare la cultura delle popolazioni Maya, per cui diviene un punto di riferimento. Muore nel dicembre 1993, pochi giorni prima dell’occupazione zapatista del Chiapas. Na Bolom è oggi un interessante museo, albergo e centro studi gestito dall’associazione omonima; la guida indigena anglofona riesce a trasmettermi la passione per l’affascinante vita dei Blom e l’affetto conquistato dalla coppia presso le popolazioni Maya. Attardandoci a chiacchierare con lui nell’elegante porticato interno, passiamo dai ricordi di Trudi e delle visite di Diego Rivera a Na Bolom alle rivendicazioni zapatiste; dopo un’iniziale vaghezza sul tema, mette casualmente mano al portafoglio su cui campeggia il ritratto del Che, e svela la sua natura di simpatizzante con EZLN.
Da parziale ignorante sul tema, credo ci sia molto da capire sulla causa zapatista, al di là della semplice attrazione ideologica esercitata sugli occidentali impegnati, sempre sensibili alle cause terzomondiste, indipendentiste e anticapitaliste. Le rivendicazioni zapatiste sono indubbiamente legittime – la difesa dei diritti delle popolazioni indigene nello stato più povero del Messico – così come il loro tentativo di instaurare un modello di società alternativo; tuttavia, la situazione ha ormai raggiunto un punto di stallo e governo e zapatisti sembrano convivere in una tregua non dichiarata. I villaggi zapatisti non riconoscono il governo messicano (pertanto non pagano utenze e servizi); per contro, il governo ha militarizzato la zona, immagino per evitare future recrudescenze del conflitto. Per capirne di più sarebbe necessario ascoltare più voci – non solo militanti, simpatizzanti e detrattori ma anche ex-militanti. Il nostro tentativo di visitare il Caracol di Oventic, villaggio zapatista non lontano da San Cristóbal, fallisce miseramente dopo un’ora di vuota attesa ai cancelli d’ingresso.

In senso contrario
Mentre calpesto l’abusata traccia turistica dal DF verso sud, attraversando stato di Oaxaca e Chiapas, ignoro che in direzione opposta alla mia, su strade secondarie e treni merci, si muove a fatica il flusso dei migranti che dal Centro America attraversa il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Non solo il loro obiettivo finale è arduo, viste le misure di sicurezza e controllo adottate dagli USA sul Rio Bravo, ma lo stesso percorso attraverso il Messico è popolato di trafficanti, sequestratori, ladri e truffatori, pronti ad approfittare della disperazione e dei pochi risparmi dei migranti. Qualcosa di analogo alle tratte interne al continente africano per raggiungere le coste mediterranee.

La Capitale
Città del Messico è ovviamente frenetica e congestionata: 20 milioni di abitanti guidano 8 milioni di auto, la metropolitana al prezzo politico di tre pesos è affollata, i cantieri per la linea 3 del Metrobus appesantiscono ulteriormente il traffico, la periferia non finisce mai, con le sue case e baracche arrampicate sulle colline come alveari. Il centro storico mi sorprende per la sua modestia e semplicità, strade costellate di banchi di mercato e negozi economici, atmosfera calda e caotica da Sudamerica da cartolina, il pittoresco mercato Abelardo Rodriguez, le chiese fatiscenti come la Santísima. Ben altra atmosfera popola le eleganti vie di Condesa, quartiere benestante, abitato da molti occidentali, o le aree pedonali anonimamente commerciali della Zona Rosa. Pittoresche le strade e le piazze animate di Coyoacan nel sud della città, bella la spianata del campus dell’UNAM (Universidad Nacional Autonoma de Mexico, di cui, fra l’altro, mi piace la rivendicazione di autonomia, così forte da essere riportata addirittura nel nome).
I murales di Diego Rivera – Palacio Nacional, Palacio de Bellas Artes – trasudano orgoglio patriottico e attaccamento alla storia nazionale, un nastro che avvolge conquista spagnola, indipendenza, porfiriato e rivoluzione, con tutti i suoi uomini ed i suoi ideali.

E quando arriva Wal Mart ?
Arriviamo a Oaxaca sotto il diluvio, le strade invase da fiumi d’acqua. Spiove mentre beviamo una birra sulla terrazza del Casa Angel, e fortunatamente riusciamo a visitare asciutti la città coloniale, con l’animazione della sua piazza, i miti venditori ambulanti indigeni, il caos colorato del suo mercato, dove anziane signore vendono montagne di chapulines (cavallette fritte). Oziando nello Zócalo, ci chiediamo come e se la distribuzione di massa e altre forme commerciali tipiche del capitalismo arriveranno da queste parti. Una società povera e modesta ma non indigente, in cui vivacchiano forme di misera vendita ambulante – patatine fritte, lustrascarpe, chewing gum, orchada,… – e affollati mercati: come potrà questo eccesso di offerta affrontare l’eventuale arrivo della grande distribuzione con le sue regole di pricing e politiche aggressive di taglio costi ? No sé, la serafica risposta.

Italiani in fuga
– Ma tu sei italiano ?
– Non più – risponde il bresciano che gestisce La viña de Bacco nel centro di San Cristóbal, animata e accogliente vineria con tavolini in legno e aperitivi di vini italiani e sudamericani, affollata da una clientela cosmopolita – target inevitabile per questa tipologia di locali, di certo non pensati per i messicani.
Non ho visitato Puerto Escondido, che in passato immagino essere stato meta di idealisti fuoriusciti dal nostro paese, ma sul mar dei Caraibi ho incrociato piccoli imprenditori del bel paese, gestori di ristoranti o gelaterie o eleganti cabañas sulla spiaggia di Tulum.

Yucatán e mare
Merida è calda e caotica. Città popolare, piena di fancazzisti dall’aria meno amichevole dei miti nullafacenti del Chiapas. Il Nomadas però accoglie i suoi ospiti con piscina e riposanti amache, che nella notte offrono una tregua dal caldo. Finiamo in un’orripilante discoteca dalle parti del Paseo de Montejo: unici occidentali in mezzo a giovanissimi messicani, rigorosamente in coppia, vestiti alla moda, le ragazze dal look piuttosto volgare (stile celebrità televisiva latino-americana alla Cristina Aguilera). Beviamo cuba libre annacquatissimo.
Qualche giorno dopo: il Grand Cenote di Tulum dove il sole filtra nell’acqua azzurra e le torce provano a illuminare il fondo delle grotte, svelando un mondo interamente riservato ai sub; la spiaggia bianca di Tulum, birre e frutta sotto le palme; i colori del reef; la natura rigogliosa della riserva della biosfera Sian Ka’an a sud di Tulum. Punta Allen, di giorno meta di gite organizzate, la sera è deserta: forse perché in bassa stagione, siamo probabilmente gli unici turisti a cercare un ristorante per cena. Il paese sembra un’evanescente terra ai confini del mondo, ultimo avamposto che accoglie uomini in fuga e pescatori, con le sue strade in sabbia, la fornitura di luce elettrica garantita solo per metà giornata, il pontile sulla placida laguna. La Posada Sirena è piuttosto fatiscente e umida, gestita da un’anziana signora americana che, dopo varie sfortune in amore ed in mare, vive da più di venti anni a Punta Allen.
Inevitabile il senso di disorientamento qualche giorno dopo allorchè facciamo la spesa al Wal Mart di Playa del Carmen. E’ ufficiale, siamo nel Quintana Roo turistico: i condomini fronte mare di Playa del Carmen, la distesa di colossali resort e golf club lungo la carretera 307, i palazzoni e centri commerciali del viale Kukulkan di Cancun. Immaginavo fosse così, ma lo skyline di Cancun riesce comunque a sorprendermi.

Nel flusso
Alla fine arriviamo a Isla Mujeres, lingua di sabbia turistica di fronte ai grattacieli di Cancun. Le giornate trascorrono indolenti ma passiamo delle divertenti serate al Poc Na, ostello/ristorante/beach bar dove converge la gioventù turistica dell’isola.
Siamo nel flusso. Travolti da un’inebriante sensazione di leggerezza che esalta la spontaneità nei rapporti con gli altri, spinti da un’istintiva porosità nel muoversi di situazione in situazione, allacciamo contatti istintivi, sicuramente brevi, ma nel momento pienamente soddisfacenti. L’estiva leggerezza delle birre messicane lascia presto spazio al 2x1 sui long drinks. Nel beach bar facce e momenti presto si confondono, riappaiono volti incrociati nelle precedenti giornate messicane, si perdono fili più che riallacciarli. A notte fonda non resta che svenire su un’amaca in spiaggia o guadagnare scalzi la camera da letto, illusoriamente soddisfatti.

giovedì 5 agosto 2010

Lo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, tre volte, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Vladimir Nabokov – Lolita (traduzione di Bruno Oddera)

Che banalità citare l’incipit di Lolita.
Eppure, in quelle tre sillabe, in quelle poche righe paratattiche, in quella sincera dichiarazione c’è tutta la malata passione che brucia il protagonista. Con somma pace di quel genio di Kubrick, la ricchezza del romanzo di Nabokov è irraggiungibile: l’attrazione di Humbert per le ninfette, la sua tortuosa e insoddisfacente educazione sentimentale che trova coronamento in Lolita, il labile confine fra lecito e corrotto, il continuo contrasto fra moralità di facciata e depravazione, una vita in fuga fra scenari disadorni e squallide camere di motel, la fatiscente resa dei conti finale con Quilty; tutti questi elementi mantengono intatta la loro forza, schiudono la personalità turbata di Humbert con una profondità che rimane inespressa nella trasposizione cinematografica, suo malgrado casta e trattenuta.
Il film di Kubrick paga ai nostri occhi l’iconografia anni Sessanta, presentandoci un Humbert innamorato di una Lolita, più adulta dell’originale e lontana dai codici estetici attuali (cosa invece riuscita, per ovvi motivi cronologici, a Adrian Lyne con la Dominique Swain del remake del 1997); il romanzo, ovviamente privo di riferimenti visivi, può contare sulla forza a-temporale del linguaggio e riesce a trasmettere la seduzione fisica di cui è vittima Humbert, la cui ninfolessia è malattia pre-esistente all’incontro con Lo: la bellezza non è affatto un valido criterio di scelta; e la volgarità, o almeno ciò che determinate persone così definiscono, non compromette necessariamente certe caratteristiche misteriose, la grazia torbida, il fascino elusivo, mutevole, struggitore e insidioso che distingue le ninfette della loro coetanee.
Nabokov, fra l’altro valido entomologo ed esperto scacchista, è capace di minuziose quanto istantanee caratterizzazioni: la signora Haze viene immediatamente inquadrata nel suo profilo di arida e convenzionale provinciale piccolo-borghese (era una di quelle donne le cui levigate parole possono riflettere ogni mortale convenzionalismo ma non riflettono mai l’anima), le malizie di Lo (“Ero una creatura fresca come un giglio e guarda che cosa mi hai fatto”), il marito Dick, semplice e concreto viene inquadrato in un salotto trasandato (Perché non si radono meglio, questi giovanottoni muscolosi ?).

mercoledì 4 agosto 2010

da un'altra parte

E nei miei discorsi c’è la convinzione che la vita sia da un’altra parte, ma non so dove e qual è il modo per raggiungerla e poi, in fondo, è meglio così; perché se lo sapessi, dopo ci sarebbe anche da prenderla quella strada e io non ne ho voglia. Rappresenterebbe una scelta e io so che dentro ogni scelta c’è qualcosa di sputtanante: mette a nudo, mostra a tutti quali sono le tue intenzioni. E se poi fallisco ? E se a un certo punto fossi costretto a tornare indietro ? No, quello scenario mi terrorizza. Così mi defilo, vivo nella penombra.
Emidio Clementi – L'ultimo Dio

Poco o niente da aggiungere: Mimì ha già detto tutto in maniera esemplare.