sabato 29 dicembre 2007

corteggiamento

L’aitante corteggiatore dalla voce impostata domina fisicamente il tavolo nel suo protendersi verso la ragazza. Fuma un sigaro, sorseggia rum di qualità accompagnato da pregiato cioccolato fondente. La sua voce impostata, radiofonica e profonda, affascina la ragazza dai capelli neri, la conduce con consumata abilità in territori non banali, esprimendo considerazioni intellettualmente rilevanti. Discetta con apparente cognizione di psicologia criminale, citando testi di emeriti criminologi americani, che lei prontamente si appunta; esprime opinioni non banali su espressività e valore storico del futurismo italiano; mostra profondo interesse per la fotografia. Lei sta al gioco, conosce i meccanismi e le sfumature di questo forbito corteggiamento.
Ad un tratto, lo scivolone. Lei tira fuori il telefonino e i due si mettono a cinguettare ascoltando le suonerie polifoniche che l’oggetto mette a loro disposizione. Ormai l’idillio è spezzato: lui abbandona criminologi e futuristi e grandi fotografi per una domanda da salotto televisivo: qual è il regalo più bello che hai ricevuto questo natale ?
Lei, ormai calata nella parte dell’abusata banalità salottiera, risponde: il sorriso di mia madre.
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lunedì 24 dicembre 2007

quindici anni fa, i massive

Spinto dal grigio tramonto su un’inutile giornata di pioggia pre-natalizia, rispolvero un cd dei Massive Attack.
Quindici anni fa il Bristol sound faceva scoprire al mondo le sollecitazioni del trip-hop: gli ex-Wild Bunch confluivano nell’ipnotica angoscia dei Massive Attack, Tricky sarebbe partito da lì per intraprendere le sue strade oscure. Poco lontano, la voce di Beth Gibbons affermava l’ansia dei Portishead.
Quindici anni fa ero infastidito dall’obbligo di amare questi suoni in quanto nuova imprescindibile moda sonora. Ricordo chiaramente un’amica che per consigliarmi Pre millenium tension di Tricky non trovava parole migliori che non fossero constatazioni del suo potenziale innovativo.
Dopo quattro o cinque anni però ho cominciato a guardarmi dapprima intorno, e poi inevitabilmente indietro: ed ho sentito il bisogno, la necessità, dei ritmi ipnotici e della malia angosciante dei Massive Attack.
Alcuni suoni sembrano pensati appositamente per alienare menti abbandonate, certi passaggi esprimono l’obbligo dell’autoanalisi, la spietatezza della propria coscienza inquisitoria, gli innesti reggaeggianti si fondono con l’anima black, calda e suadente, sfidando il gelo ossessivo dell’anima bianca e tecnologica.
I protagonisti, nel buio, bramano alcool: I drink on a daily basis ‘cause it seldom calms my temper quindi, inevitabilmente, I walk in a bar, immediately. L’invito è chiaro, non lascia spazio a dubbi: let me take you down the corridors of my life, dove troverai la consapevolezza del nero (hell is round the corner) e conoscerai la certezza del vuoto: you sure you wanna be with me, I’ve nothing to give.
Le voci femminili invece sono sinuose e stranianti e ti offrono un estatico rapimento: It’s hard to decide what is real these days, when things look so dizzy to me. Va da se che quando si scoprono le pagine di questo mondo si finisce per esserne coinvolti: you’re the book that I’ve opened and now I’ve got to know much more.

giovedì 13 dicembre 2007

open bar

si allestisce serata open bar per il venerdì sera mondano.
tu arrivi in clamoroso anticipo, in compagnia delle cugine impagliate che non nascondono il loro disagio con l’ambiente e il freddo della stanza vista-fiume.
la DJ creativa dal volto ossuto miscela sonorità nu jazz nascosta dietro lo schermo del suo vaio.
le bariste si scaldano per la serata, miscelando i primi cuba e i primi gin lemon.
al primo giro al bancone le cugine ordinano una coca cola, folle gesto di rottura con la natura della serata.
al secondo giro una cugina osa una birra, l’altra si mantiene sul succo di frutta.
mentre la serata si comincia ad animare, scambi due chiacchiere con le cugine, brevi informazioni inutili su qualcosa che finisce per essere sempre altro da qui: altri locali, altre città e altre serate.
le cugine hanno freddo, a loro dire perché vestite in leggero cotone.
poco dopo l’una decidono di abbandonare la nave e le accompagni alla vettura nel gelo del parco umido.
rientri alla festa che nel frattempo è esplosa.
la DJ ossuta ha lasciato la console ad un fantomatico collega berlinese che miscela house.
tutti stanno ballando.
il tuo contatto per la festa ti si presenta in abiti da techno geisha e ti presenta l’amica carlotta, fasciata in un cappottino bianco ed un dolcissimo sorriso.
ripassi dal bar e ti lasci trasportare dalla musica. balli pure tu.
lo spacciatore amatoriale dall’accento lombardo non fa grandi affari, più che altro smezza qualche pasticca fra sé e l’amico sfigato.
carlotta balla e sorride sempre.
scambi due parole con le due finte bionde: una ti urla nelle orecchie come sia impossibile ballare sul pavimento colloso mentre l’amica con i boccoli lascia gocciolare il suo gin lemon dalla cannuccia al pavimento, estasiata dalla visione delle gocce rese fosforescenti dalle luci del locale.
indossa un vestitino leggero, scarpe coi tacchi e vezzosi gambaletti a pois.
è la tentazione, la perdizione, l’inferno mondano da cui solo il sorriso di carlotta ti può salvare.
poi continui a ballare, carlotta sparisce, la techno geisha chiede come sia possibile che siano già le cinque.
più tardi è mattina e dormi pesantemente e poi è pomeriggio e vai al parco e ripassi dal locale, ormai spento e vuoto e finito.

martedì 4 dicembre 2007

il labile confine della realtà rappresentata

La visione del brillante mockumentary The Doorman di Wayne Price mi ha fatto riflettere sull’idea della rappresentazione della realtà nel cinema, argomento su cui saggisti ed esperti avranno versato i proverbiali fiumi di inchiostro ed in cui io mi avventuro con manifesta incompetenza.
Il cinema della trasparenza (cinema classico americano, produzione seriale hollywoodiana, fiction televisiva) si basa sulla rappresentazione di una storia di finzione che sia il più possibile realistica, se non in termini di contenuto almeno come linguaggio cinematografico. Lo spettatore deve essere proiettato nel film come in una rassicurante e totalizzante realtà filmica, un doppio illusorio della realtà: il regista si nasconde ed il montaggio deve accompagnare con fluidità lo spettatore nella realtà filmica.
Cinema quindi come illusione di realtà. Tramite un linguaggio fluido e continuo si conduce lo spettatore in un illusorio mondo filmico dove ha luogo una vicenda di finzione che lui percepisca il più possibile come una realtà.
I mockumentary, seppur in maniera beffarda e satirica, utilizzano invece la tecnica del documentario per narrare una vicenda di finzione: il rigore dell’intervista, del filmato di repertorio, le imprecisioni e insicurezze della presa diretta vengono utilizzate ad arte per narrare con taglio realistico una vicenda di finzione.
Cinema quindi come produzione di realtà. Tramite un linguaggio non cinematografico si propone allo spettatore una vicenda di finzione mascherata da vera realtà, ossia si cerca di illuderlo che non lo si stia illudendo con una vicenda di finzione.

Nel capitolo di Considera l’aragosta dedicato alla pornografia, David Foster Wallace analizza con l’acume che lo contraddistingue - e fortunatamente senza la deriva erudita e prolissa di cui spesso è compiaciuta vittima - la contrapposizione fra questi due approcci alla realtà filmica nel mondo dell’hard.
Osserva infatti la contrapposizione fra i film hard tradizionali e i Gonzo movies (film in cui finte scene reali - tipo abbordaggi di ragazze in spiaggia o in discoteca - preludono alle scene di sesso) e nota come:
I video porno tradizionali simulano la sessualizzazione della vita reale (ossia creano un mondo reale alternativo in cui tutti, dalle segretarie ai pompieri, aspettano solo l’imbeccata per lanciarsi in una copula frenetica); i video Gonzo si spingono oltre offrendo un’apparente sessualizzazione della vera vita reale (combinando, per esempio, veri filmati di ragazze sulla spiaggia di Cannes con filmati da copione di seduzione e sesso esplicito).

L’osservazione di Wallace, seppur legata al cinema hard, mi sembra adatta anche al più generale concetto della rappresentazione della realtà dal mezzo cinematografico.
I mockumentary rappresentano un approccio principalmente ironico al tema (non saprei quanto possa essere serioso l’approccio dei film Gonzo…) ma l’idea di offrire la finzione di una vera vita reale piuttosto che una vita reale illusoria è comunque calzante.
Oltre che per la materia trattata, la vicenda di The Doorman è brillante proprio in quanto sono efficaci (ed ironici) gli effetti del taglio documentaristico abbinati alla commistione fra personaggi reali e personaggi di finzione.

sabato 24 novembre 2007

colletta alimentare o buy nothing

Oggi è la giornata della colletta alimentare, iniziativa benefica gestita dalla Onlus Banco Alimentare e patrocinata da Intesa San Paolo, allo scopo di raccogliere prodotti non deperibili e fondi.
Oggi è il Buy Nothing Day, iniziativa internazionale promossa da movimenti ambientalisti, terzomondisti, ONG e associazioni di consumatori, nata in USA (motivo per cui si tiene alla vigilia del Thanksgiving Day), allo scopo di dimostrare simbolicamente contro l’invadenza del sistema consumistico nelle nostre vite.
Suppongo che questa contraddittoria concomitanza sia pura fatalità.
Non credo che banche e GDO abbiano manovrato per allestire una raccolta di generi alimentari per impedire gli effetti del Buy Nothing Day su un sabato di shopping. In primo luogo perché mi sento buono e accetto la buona fede della colletta alimentare. In secondo luogo perché dubito che gli effetti del Buy Nothing Day, iniziativa probabilmente a limitata diffusione, possano avere un impatto sensibile.
In ogni modo, è interessante osservare questi due eventi concomitanti.
Da una parte la raccolta di fondi che ci permette di fare un’opera di bene, sia per gli altri che per la nostra coscienza colpevole di consumatori.
Dall’altra un gesto volto a dichiarare il proprio dissenso con il sistema in cui necessariamente viviamo, un modo per affrancarci, seppur momentaneamente, dalla nostra condizione di consumatori.
Idealmente mi trovo d’accordo con l’approccio del Buy Nothing, sebbene ne comprenda la natura velleitaria, ma alla fine finisco per fare la spesa e raccogliere alcuni prodotti in scatola (legumi, pelati e tonno) nel sacchetto giallo distribuito all’ingresso dai volontari del Banco Alimentare.

martedì 30 ottobre 2007

l'uomo dalla faccia piatta

Non è la prima volta che lo incontro. Eppure, resto sempre sbalordito dalla piattezza della sua faccia. In pratica l’equivalente umano di un carlino. Piccoli occhi avidi e infossati, naso schiacciato, mento leggermente sporgente. Con assurda perfidia autolesionista ogni altro elemento del suo volto concorre a sottolinearne la piattezza: gli occhiali dalle lenti ovali, ampie, larghe, fuori moda da decenni; il pizzo da appuntato prominente sul mento.

venerdì 19 ottobre 2007

da alberta

Mentre salgo l’ultima rampa di scale, Pogo mi viene incontro e si struscia contro i miei jeans. Appena Alberta apre la porta, sgattaiola dentro e si dirige rapido in cucina. Sul tavolo del soggiorno Chiara sta disegnando. Risponde con un ciao distratto al mio saluto, presa com’è dalla sua fase creativa. Sceglie i colori con metodo, dimostra un’attenzione profonda: la serietà con cui si cimenta nel gioco è strabiliante. Una ciocca di capelli sfuggita alla coda penzola davanti ai suoi occhi ma lei non sembra accorgersene. Mi siedo di fianco a lei, guardo il suo foglio, seguo le sue mani abbozzare un uomo ed una donna allampanati, dilatati come due ombre. Ammassati in un angolo del tavolo i libri e gli appunti di Alberta e i resti della merenda di Chiara.

Ai giardini, parlo con Alberta mentre Chiara gioca con altri bambini. Nel gruppetto ci sono un bambino egiziano ed una bambina rumena. Le rispettive mamme si mantengono a distanza, la prima su una panchina vicina alle altalene, con il suo velo e gli occhi scuri e profondi; la seconda, in piedi a due passi dalla fontanella, parla continuamente al telefono. Alberta mi fa notare come gli altri bambini riconoscano in Chiara il suo carattere dominante. Mi fa notare piccoli gesti, sguardi e movimenti a supporto della sua tesi. Ad essere sinceri, io vedo solo un gruppetto di bambini che giocano fra scivoli e altalene, seguendo una trama imperscrutabile ai miei occhi di adulto. Forse un indice della sua imminente deformazione professionale: Alberta è animata da una continua tendenza a psicanalizzare comportamenti e situazioni circostanti. Abitualmente si limita a tenere per sé le sue acute osservazioni, talora decide di condividerle con gli altri: probabilmente vede in me un osservatore ricettivo e attento, seppur tecnicamente impreparato.

Mentre sono al supermercato con Alberta mi chiama il Guzzo, che vorrebbe precettarmi per una serata al Korova, a suo dire tappa imprescindibile del venerdì. Gli ricordo che domenica scorsa allo Zero devo avergli detto almeno dieci volte che questo weekend sarei stato a Roma da Alberta. Grugnisce un scusa me lo ero dimenticato e riattacca.
Alberta compra i cereali al cioccolato per Chiara e del muesli per sé. Compra anche delle banane e delle pere molto acerbe, perché Chiara rifiuta categoricamente la frutta troppo matura.
Alberta evita gli ipermercati e predilige un piccolo supermercato di quartiere. Dice di provare una idiosincrasia per la luce mortale ed abbacinante dei neon e per il senso d’infinito che gli trasmette il rigore prospettico degli scaffali. La guardo un po’ perplesso e me la figuro appoggiata al bancone del Korova nel disperato tentativo di esporre questa sensazione al Guzzo.

Sul pannello di sughero nel soggiorno, sono appuntate alcune foto e ricordi di Alberta: lei in moto con Gianni in Corsica, Pogo a pochi mesi, Chiara con un bellissimo sorriso sdentato, un biglietto della Bohème, io ed Alberta, bambini, insieme ai nostri genitori sulle Dolomiti. Lei sorridente nel suo maglioncino verde, i capelli biondissimi, io imbronciato in un giacchettino di velluto a coste spesse e le ginocchia sbucciate.

martedì 16 ottobre 2007

domenica mattina, una foto

Complice la mia scarsa applicazione ed i miseri mezzi tecnici a mia disposizione, sto imparando molto poco dal corso di foto. Le varie nozioni su diaframma, tempi di esposizione, uso del flash, obiettivi, post-trattamento digitale sono parcheggiati in qualche angolo polveroso. Il mio docente idealista però una cosa è riuscito a trasmettermela: l’abitudine ad osservare il mondo circostante con occhio più attento, pronto a cogliere potenziali soggetti in situazioni e scenari.
Domenica mattina, attraverso la vetrata di un bar alla moda del lungo fiume, una bambina in tuta rosa faceva colazione con il padre. Appoggiata ad una mensola che corre lungo la vetrata, lei in ginocchio sullo sgabello ed il suo latte macchiato erano inquadrati dalla cornice geometrica, lucida e ricca di riflessi, della vetrata. Come un quadro di Hopper, ma mattutino, dolce e solare.

mercoledì 10 ottobre 2007

tedio domenicale

Mi sveglio come se mi avessero parcheggiato un mattone in testa e con la solita sensazione di zerbino in bocca. Ieri sera ho bevuto. E questo è un dato acquisito. Ma quanto ho bevuto è una questione che trascende le mie menomate capacità mnemoniche. Cerco una soluzione al mio dolorante risveglio infilandomi sotto la doccia. Ne esco dopo una buona mezzora, illusoriamente rinfrancato.

Sono sprofondato nel divano sotto il plaid Polarvide rosso che mi ha regalato Giulia in un’altra vita, bevo del tè e mi do un tono leggendo un libro su Kurt Gödel. Stufo, accendo la televisione: le solite zuppe domenicali per decerebrati. Mi affascina il confronto fra lo stile dei due eserciti che incrociano il mare dello share post-prandiale: Rai1 ostenta una facciata perbenista, puzza di chiesa e pasticcini della domenica e lasagne al forno, lascia intendere in maniera molto velata qualche sonnacchioso prurito pomeridiano. Canale5 invece non va per il sottile e imbastisce un baraccone di culi, tette, muscoli e toraci depilati, belli e belle mediaticamente vincenti che intraprendono simpatici cazzeggi domenicali, solleticando il sopito eros di sagome umane impoltronite. L’esplosione del seno di una vanitosa bellezza televisiva durante un giochino allegro, scatena un’improvvisa reazione sotto il Polarvide. Sono seriamente tentato di masturbarmi, chissà, magari serve a sciogliere la tensione che la sbornia ha lasciato nella mia testa. Sono pronto a scalciare via il Polarvide ed esprimere il meglio di me, quando anche Canale5 decide di smorzare i toni. Le luci si abbassano, i culi e le tette passano in secondo piano, e mi tocca il mini talk-show piagnucoloso e moralista e falso. Torno a Gödel.

Per l’aperitivo della domenica si deve andare allo Zero.
Io ci vado insieme al Guzzo che come sempre conosce un milione di persone e mi lascia da solo con il Negroni mentre lui saluta praticamente tutti e non mi presenta a nessuno. Peccato, avrei potuto raccontare delle mie pulsioni pomeridiane sotto il Polarvide. Capisco che non sia un argomento particolarmente interessante, ma mica posso mettermi a parlare di Gödel allo Zero, no ? Travolto dalla noia e dalla solitudine mondana, sto per ordinare il terzo Negroni, quando mi ricordo del mattone di questa mattina e lascio perdere. Me ne vado, come scrivo nel sms al Guzzo quando sono già in macchina.

venerdì 28 settembre 2007

la realtà non è una fila di lettere

"Nulla di ciò che raccontano è vero. La realtà non è una fila di lettere. L’unico difetto che hai, Giacomo, è che hai imparato a leggere. Sai perché scrivono tanto i balordi ? Trasformano in parole i gesti che non sanno fare."
Alejandro Jodorowsky, Quando Teresa si arrabbiò con Dio

Da un appunto passato, ritrovo queste poche righe.
Fra storie strane e alberi genealogici rigogliosi di figure così singolari da risultare quasi mitologiche, fra storie che sanno di sangue, fede, comunismo, terra, sesso e follia, Jodorowsky mi spara una frase secca e spietata, in cui mi devo malgrado tutto riconoscere.

venerdì 21 settembre 2007

oggi come ieri

ho ripescato un vecchio quaderno di appunti, pensieri e altre espressioni inconsistenti del mio io passato.
con nostalgica curiosità, mi sono riletto vari appunti manoscritti. sebbene lo sospettassi, ho trovato una clamorosa corrispondenza di temi e contenuti: le osservazioni di ieri sembrano scritte pochi giorni fa e potrei trasferirle, quasi intatte, ad oggi. per ulteriore conferma, guardo le date appuntate sul taccuino: orientativamente dieci anni fa. se fossi in me, mi preoccuperei.

martedì 18 settembre 2007

ma è possibile ?

Ma è possibile che per farsi un’attivista dai capelli rosso-miele, l’ennesima incarnazione dell’io de-carliano del Mare delle Verità debba propinarci un minestrone di complotti, omicidi, segreti e poteri forti ancora più banale del Dan Brown originale ?
Il solito uomo di grande personalità e spessore fuggito dall’opprimente meschina provincialità della vita quotidiana, dai suoi compromessi e obblighi e infimi vincoli capitalistici, si ritrova coinvolto in tutto il peggio che l’aborrita società può offrire: la vacuità e autoreferenzialità dei giochi politici, l’obbedienza al potere, la deriva verso l’inquinamento, il traffico, la mancanza di sentimenti e rispetto e attenzione verso gli altri. Il tutto sottolineato come se si trattasse di un’inedita e illuminante verità cui addivenire dopo un’approfondita osservazione di usi e costumi dell’uomo occidentale.
Il resto va da sé: manoscritti sconvolgenti, bombe, case messe a soqquadro, fughe pittoresche, l’immagine riscaldata del cibo come piacere primordiale (addirittura ripetuta!), l’inevitabile presenza di una Lei, sintesi assoluta di amore e desiderio, cui il protagonista tende con magnetica attrazione.

martedì 4 settembre 2007

la gioia della memoria nel giardino dei Finzi-Contini

"Lo intuiva benissimo: per me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il ricordarsene. Di fronte alla memoria, ogni possesso non può apparire che delusivo, banale, insufficiente… Come mi capiva ! La mia ansia che il presente diventasse “subito” passato perché potessi amarlo e vagheggiarlo a mio agio era anche sua, tale e quale. Era il “nostro” vizio, questo: d’andare avanti con le teste sempre voltate all’indietro."
Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini

Nei giorni passati mi è capitato di parlare con una collega che stava leggendo un capitolo del Romanzo di Ferrara di Bassani. Sono quindi andato a ricercare questo passaggio che ricordavo dalla lettura del Giardino dei Finzi-Contini.
Capita talora che si leggano dei brani in cui ci si ritrovi completamente rappresentati.
Pur comprendendo l’ottusità della passione amorosa del protagonista, mi sono innamorato un po’ anch’io della viziata Micòl Finzi-Contini nella Ferrara sull’orlo delle leggi razziali fasciste.
Probabilmente perché subivo il fascino vanesio e sfuggente di Micòl, ho fatto fatica a non sentirmi solidale alla cecità del protagonista, che solo l’inasprirsi della situazione sociale riuscirà a distogliere dalla sua passione.
Probabilmente perché mi ritrovo perfettamente nell’osservazione di Micòl: incapace di gestirlo in maniera appropriata, tendo a proiettare istantaneamente il presente nel comodo regno del passato, laddove possano agevolmente modellarlo le sicure armi della nostalgia e della memoria.

venerdì 31 agosto 2007

cose di cui avrei potuto parlare

In una fiacca giornata lavorativa di fine agosto, mentre il clima del rientro si mantiene incredibilmente piatto e pacato, cedo alle lusinghe dell’autobiografia e ripenso ai mesi estivi: dal fluire dei giorni riemergono momenti piacevoli ma nessuna novità eclatante, più che altro affiorano alcune cose di cui avrei potuto parlare.
Sono stato ad un concerto di Ludovico Einaudi che mi ha rapito con il suo suono in continua evoluzione, il senso del divenire chiaramente illustrato dal pianoforte e dagli archi.
Sono stato ad un concerto di Giovanni Allevi che mi è sembrato un po’ artefatto nei suoi modi timidi e impacciati.
Sono stato ad un concerto dei Sonic Youth, fragoroso e dissonante.
A luglio, durante un aperitivo in ambiente prettamente universitario, bevendo birra e mangiando cous cous, mi sono illuso di poter vantare ancora un flebile legame con la leggerezza di quel mondo. Le parole di Lorenzo mi hanno riportato con i piedi per terra, constatando l’incolmabile distanza che ormai ci separa da quel contesto.
A luglio, ad una festa in piscina dalle parti di Latte, ho abusato di vodka tonic e perso le lenti a contatto dopo l’ennesimo tuffo notturno. Ho quindi passato il resto della serata brancolando nel buio della mia miopia. Abbiamo poi dormito nelle tende piantate nel campo da tennis del residence sopra la ferrovia Ventimiglia-Nizza.
Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk ha accompagnato faticosamente buona parte della mia estate: non ho trovato particolarmente avvincente né scorrevole la vicenda dei miniaturisti del Sultano. Ero rimasto affascinato da un’intervista in cui Pamuk discettava di hüzün, una sorta di saudade ottomana, ed avevo quindi grandi aspettative, motivo per cui sono rimasto deluso.
Di un sabato sera di inizio luglio rimane una discesa nel gorgo mondano che meriterebbe un post dedicato: nella grande discoteca estiva di provincia, veniamo accolti da ragazze di vistosa quanto indiscutibile bellezza, che ci conducono al tavolo prenotato in posizione centrale, dove si crea un elitario privè cui hanno accesso solo bowls con champagne e bottiglie di vodka. Oltre alle affascinanti e professionali animatrici, si unisce al gruppo un personaggio strepitoso: cinquantenne dal volto bruciato da una vita di lampade, i denti schiantati dalla droga, gli occhi accesi, un unico fascio di nervi che salta da un tavolo all’altro. Affascinante osservare la discesa nel gorgo: il rispetto e l’amicizia alcolica che si instaurano fra i presenti, la consapevolezza condivisa di godersi la vita con alcool, musica e belle donne. Non ci riesco: sono troppo snob per tollerare tutto ciò, non sono in grado di lasciarmi trascinare dal gorgo. Sto a galla e finisco per essere il solito disadattato fuori dai giochi.
Amo i dolci siciliani. Il cannolo, fresco, appena preparato da Bonaiuti di Modica guadagna un posto di primaria importanza nei miei ricordi siculi, a fianco dei dolci colori del tramonto su Noto, del trionfo barocco di via dei Crociferi a Catania e del placido galleggiare del duomo sui tetti notturni di Ragusa Ibla.
Delle due settimane in Sicilia mi restano le assolate spiagge di Vendicari, Calamosche e Capo Passero, la discesa ai freschi laghetti di Cava Grande del Cassibile, di nuovo i dolci, le granite e il sapore delle mandorle, le grigliate fra amici, gli occhi profondi di Irene che in un attimo di allucinazione da Nero d’Avola ho immaginato interessati a me.
All’ombra del nostro ombrellone giallo, in Sicilia leggo l’apocalittico Rumore Bianco di De Lillo, un affresco paradossale del tramonto della società massificata americana. Devo ammettere che ho maggiormente apprezzato l’iper-realismo del superlativo Underworld, mentre questo Rumore Bianco mi è sembrato un po’ vittima della sua stessa decadenza. A seguire le storie di vite ai margini e solitudine nel Grande Raccordo di Marco Lodoli.
Da completo ignorante continuo a frequentare le sale da concerto: Grigory Sokolov chiude la stagione dell’Unione Musicale e mi affascina con alcune opere di Skrjabin.
A Palma de Mallorca per l’addio al celibato di Francesco mangiamo cozze fredde con sedano, pomodorini e cipolla, nella città vecchia ceniamo in un caratteristico tapas bar con il bancone in marmo e il jamon appeso alle pareti; le nottate trascorrono fra il deludente Tito’s ed il Level Club, che il venerdì notte ci stupisce con l’impressionante quantità di belle ragazze spagnole che lo frequentano.
Al matrimonio di Veronica e Francesco mi emoziono. Poco, ma per me è già tanto.
Al Sziget festival di Budapest assisto al bel concerto dei Chemical Brothers, una miscelazione continua con eccellenti effetti visivi. Il Sziget è peraltro un colossale festival che per una settimana trasforma l’isola di Obuda in un villaggio con concerti, discoteche, chioschi, ristoranti, servizi e campeggi.
A Budapest invece poltrisco a lungo nei bagni Gellert, fra le vasche di acqua calda e qualche nuotata nella piscina fredda, frequenti bagni turchi e successive immersioni nella vasca ad 8°C. Più anonimi i bagni Szecheny all’interno del parco cittadino.
Qualche giorno prima sono a Praga, fin troppo bella e turistica nel suo centro fra Stare Mesto, Mala Strana e Castello; meglio fuggire dalla folla di turisti rifugiandosi nei piacevoli giardini di Petrin e Letna. Buonissima la birra, chiara, leggera e gustosa. I primi giorni di agosto abbondano ancora i turisti anglosassoni, tendenzialmente ubriachi, che occupano un intero piano della discoteca Karlovy Lazne vicino al ponte Carlo; i giorni successivi arriva spietata l’orda dei turisti italiani. Piazza Venceslao è inutile, troppo sudicia per essere una bella piazza cittadina, poco sordida e malfamata per essere un vero luogo di perdizione.

lunedì 27 agosto 2007

il satori fiorentino di pier vittorio

"Scendendo a piedi, in un tiepido pomeriggio primaverile, dal Forte Belvedere fino a Porta Romana, attraversando i giardini, l’Orto Botanico, passando dal retro di Palazzo Pitti, stendendomi al sole di fronte alle quinte di alberi in fiore del Boboli, avrei avuto un’immagine della città, Firenze, molto simile a quella turistica di certe gite scolastiche e quindi un paesaggio e un’architettura naturale assolutamente esteriori, non vivibile nella quotidianità: un’esperienza estetica confinata nella teca di cristallo del ricordo, una parentesi ritagliata dal ritmo della vita di tutti i giorni, che solitamente non comporta né bellezza né felicità.
Anni dopo, compiendo un’altra discesa fiorentina, questa volta rinchiuso nell’ascensore dell’hotel Excelsior, leggermente euforico per lo champagne in corpo, stordito dalle chiacchiere e dagli incontri del party che ben oltre la mezzanotte ancora stava svolgendosi sulla terrazza, avrei invece conosciuto una specie di satori e la città, Firenze, sarebbe apparsa l’esatto contrario dell’immagine turistica e esteriore di quella prima discesa: Firenze allora si sarebbe dispiegata come l’immagine dell’Occidente stesso, un Occidente avviato inesorabilmente verso la morte, cinto d’assedio dalle popolazioni dei continenti poveri…"
Pier Vittorio Tondelli, estratto da Un weekend postmoderno

Ho sempre trovato la capacità di osservazione e di analisi di PVT profondamente stupefacente nella sua efficacia descrittiva. A questa capacità già notevole, in questo caso vanno aggiunti la dolcezza dell’occhio che scivola su Firenze, l’idea del satori come subitanea comprensione del paesaggio circostante e l’immagine della decadenza dell’Occidente… ho sempre trovato queste poche righe illuminanti.

lunedì 30 luglio 2007

tales from the disco

Sono sorpreso dall’accozzaglia umana che popola la discoteca, percorsa da alcuni tratti comuni che animano la folla come un’infinita variazione sullo stesso tema di base.
Gli uomini indossano tutti la camicia: abbondano i grossolani quadri su colletto con doppio bottone, alcuni si rifugiano nella sicurezza di un quadretto o una sottile riga elegante, molti si giocano la rituale camicia azzurra, pochi si distinguono per le iniziali ricamate, altri scivolano sulla camicia bianca come se fossero invitati ad una cerimonia.
La schiera di camicie danza e beve con una nutrita schiera di donne, più varie nell’assortimento degli abiti e dei modi di essere.
Il Russo Nero accompagna il mio vagare incerto, annebbiando i contorni delle situazioni che incontro.
La Ragazza Con La Scioccante Schiena Nuda mi passa accanto con tutto il suo carico di palpabile sensualità. La guardo rapito, le dico la tua schiena è l’unico lampo di poesia nella mia serata. Lei mi rivolge uno sguardo compassionevole, nei suoi occhi vedo riflessa la mia disperazione alcolica; lei si allontana dopo avermi concesso un secondo della sua preziosa vita.
L’ennesimo Russo Nero affoga nel ghiaccio quando intravedo la Ragazza Spocchiosa. Essenziale, veste blue jeans e camicetta bianca attillata, si diletta con una bevanda tonica. Lascia il bancone e fende sicura la folla, scarta con sguardo di sufficienza l’Obeso Buttafuori Nazista che disciplina l’accesso al privè. Si accomoda su un divanetto dove sorbire con calma il suo rinfrancante superalcolico.
La Ragazza Spocchiosa ha classe da vendere, la ammiro da lontano. Non ho il coraggio di avvicinarmi alla corte della sua Sicurezza.
L’amico mi dice qualcosa di inutile, invitandomi a raggiungerlo in pista per ballare.
L’amica mi chiede dove fossi finito e perché non fossi in pista a ballare.
L’amico #2 scatena un condivisibile gesto di disgusto nel barman alla richiesta di una miscela improbabile.
D’un tratto, sparisco: la spiazzante alleanza della Stanchezza Arretrata con l’incipiente Sonno Alcolico mi mettono fuori gioco. Vago stancamente sopportando il contorno, attendendo l’ora tarda in cui il dj chiude i battenti e ci viene gentilmente chiesto di uscire.
Ormai spento, pago. Forse la ragazza alla cassa era bella ma non ricordo più.

mercoledì 25 luglio 2007

la scrittura timorata

mi capita spesso di essere timido e timorato di fronte alla scrittura, forse per scongiurare la futura vergogna della rilettura di qualcosa di estremamente personale.
mi capita quindi di rileggere appunti scritti anni fa: visto che li ho scritti io e mi conosco, riesco a capire benissimo di cosa stavo parlando, sebbene lì non ci sia scritto.

lunedì 25 giugno 2007

le storie dall’aria strana di Barthelme


La sobria ed elegante edizione minimum fax di Ritorna, dottor Caligari mostra in copertina un frullatore su sfondo bianco, immagine che sa tanto di iper-realismo e capillare diffusione degli elettrodomestici nell’America anni ’50, oppure richiama l’attenzione al quotidiano tipica dell’approccio minimalista/domestico di certa letteratura americana.
Con queste due immagini in mente, resto spiazzato dalla lettura dei primi racconti di Barthelme.
Cambi repentini di soggetto dalla terza alla prima persona, incisi didascalici del tutto fuori tema, considerazioni surreali, continue variazioni di registro e fluttuazioni da un argomento all’altro, un non-senso palesemente ostentato.
Legami incomprensibili fra personaggi in situazioni surreali: la moglie a quattro zampe che si occupa del prosciutto morto nell’affumicatoio chiedendo al marito quanti figli abbiano e se siano eterosessuali; due individui in fuga in un cinema deserto, un limbo di mistero sospeso come in una spy story dell’assurdo; Bloomsbury che acquista una stazione radio e trasmette ininterrottamente l’inno americano intervallato da rari soliloqui come la monotona ripetizione di una parola.
Frastornato e un po’ deluso, vago per Il ballo dell’Opera di Vienna, seguendo il frenetico e continuo evolversi dei dialoghi e delle situazioni. E improvvisamente capisco: le storie di Barthelme sono un frullatore di visioni colte e surreali. E’ chiaro all’Opera di Vienna e nei successivi racconti: con stile e abilità Barthelme raccoglie personaggi, situazioni e dialoghi e li spara in un frullatore visionario che restituisce una realtà strana, sottesa da una palpabile quanto colta ironia. Talvolta prevale l’ingrediente razionale, talvolta domina il contenuto visionario.
Forse perché vaccinato e ormai sgrossato dalla prima passata di frullatore, seguo il flusso continuo dei pensieri e delle voci durante il ballo; ascolto il resoconto dotto ma distratto del picchetto filosofico sulla condizione umana; affronto con Buck il suo surreale viaggio fra città americane, aerei insicuri e poeti; leggo il coltissimo dialogo fra due vagabondi; seguo l’ironico ed elegante episodio di Batman, disturbato dal suo vodka e succo di pomodoro per sventare l’ennesimo colpo di Joker.

martedì 12 giugno 2007

il rigurgito anni ottanta

Ho cenato vicino ad un rigurgito degli anni Ottanta.
Seduto ad un tavolo di un ristorante alla moda nel quartiere alla moda, sono pronto a pagare il privilegio di cenare nell’epicentro della vita notturna e di godermi in prima fila la vetrina delle ambizioni mondane.
Dei quattro vicini di tavolo, il primo dichiara esplicitamente la sua estraneità al gioco delle pretese: aria da bravo ragazzo, fede all’anulare, pettinato con cattolica scriminatura a destra, veste una polo a righe.
Le due donne, in guerra con l’incalzare degli anni sui loro corpi, accolgono l’estate in propizi abiti bianchi; la prima sfoggia una pettinatura a schiaffo di fantozziana memoria che incornicia il viso largo e le labbra innaturali; la seconda offre un generoso decolleté.
A dirigere i giochi e a catalizzare gli sguardi, il rigurgito degli anni Ottanta, esemplare perfettamente conservato dell’Uomo Brillante anni Ottanta, stucchevole tanto iconograficamente perfetto.
Alto, dinoccolato, mollemente abbandonato sulle scomode sedie alla moda del ristorante alla moda, fasciato in un’abbronzatura accecante su inevitabile camicia bianca, capelli corti e ricci minati da incipiente calvizie. All’occorrenza dotato di vezzosi occhiali da vista con micro-montatura griffata, parla con ritmo cantilenante e strascicato, lasciando cadere perle della sua navigata esperienza mondana.
Affascinante la sua sfolgorante coerenza con un tempo ormai passato; triste la sua necessità di dover contare su una spalla umile e modesta.
L’amico ha forse un intero mondo alle sue spalle, una moglie e magari dei figli. Il rigurgito, no. E allora, che lo spettacolo continui, pur con una spalla di poco conto, pur con un pubblico femminile di fortuna.
Mi fa quasi tenerezza cogliere una vena di stanchezza e amarezza nelle pieghe dello spettacolo, la tangibile ineluttabilità del tempo ormai passato.

venerdì 1 giugno 2007

un giovedì sera

un locale originale con forte personalità, fuori dai percorsi abusati della mondanità cittadina.
tavoli in legno e chincaglierie, sedie spaiate, fondi di cantina nobilitati.
tre amici, qualche birra e i discorsi che si fanno strada, allacciando affinità finora inespresse per mancanza di tempo e occasioni in comune.
mi guardo intorno e mi sembra di cogliere negli altri tavoli la stessa piacevole affinità, condivisa e rilassata.

lunedì 28 maggio 2007

ritrovando Holden Caulfield

Dopo anni rileggo The cather in the Rye; la versione in lingua originale mi costringe ad una maggior attenzione così scopro passi e sfumature che non avevo notato nelle precedenti letture.
Mi sembra di intravedere una chiave di lettura inedita, quella di una storia basata sulle scelte di vita, sulla difficoltà di individuare la propria strada. I consigli che il professore Antolini da’ ad un Holden piombatogli in casa a notte fonda, sembrano spostare il baricentro della storia dall’analisi del personaggio al tema classico e generazionale della scelta.
I think that one of these days you’re going to have to find out where you want to go. And then you’ve got to start going there. But immediately. You can’t afford to lose a minute. Not you.
Non avevo mai letto le gesta di Holden come un’analisi della difficoltà nell’intraprendere scelte e percorrere strade verso la maturità; ho sempre visto in Holden l’emblema di un non essere allineato, la descrizione di un disagio adolescenziale, un io narrante pervasivo nella sua sincerità. Spostare quindi l’interesse sulla scelta, sulla storia a venire e non sul presente vagare del giovane espulso.
E come dice Antolini, la scelta per Holden deve essere immediata. Con quel carattere, non può permettersi di perdere tempo.