venerdì 31 agosto 2007

cose di cui avrei potuto parlare

In una fiacca giornata lavorativa di fine agosto, mentre il clima del rientro si mantiene incredibilmente piatto e pacato, cedo alle lusinghe dell’autobiografia e ripenso ai mesi estivi: dal fluire dei giorni riemergono momenti piacevoli ma nessuna novità eclatante, più che altro affiorano alcune cose di cui avrei potuto parlare.
Sono stato ad un concerto di Ludovico Einaudi che mi ha rapito con il suo suono in continua evoluzione, il senso del divenire chiaramente illustrato dal pianoforte e dagli archi.
Sono stato ad un concerto di Giovanni Allevi che mi è sembrato un po’ artefatto nei suoi modi timidi e impacciati.
Sono stato ad un concerto dei Sonic Youth, fragoroso e dissonante.
A luglio, durante un aperitivo in ambiente prettamente universitario, bevendo birra e mangiando cous cous, mi sono illuso di poter vantare ancora un flebile legame con la leggerezza di quel mondo. Le parole di Lorenzo mi hanno riportato con i piedi per terra, constatando l’incolmabile distanza che ormai ci separa da quel contesto.
A luglio, ad una festa in piscina dalle parti di Latte, ho abusato di vodka tonic e perso le lenti a contatto dopo l’ennesimo tuffo notturno. Ho quindi passato il resto della serata brancolando nel buio della mia miopia. Abbiamo poi dormito nelle tende piantate nel campo da tennis del residence sopra la ferrovia Ventimiglia-Nizza.
Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk ha accompagnato faticosamente buona parte della mia estate: non ho trovato particolarmente avvincente né scorrevole la vicenda dei miniaturisti del Sultano. Ero rimasto affascinato da un’intervista in cui Pamuk discettava di hüzün, una sorta di saudade ottomana, ed avevo quindi grandi aspettative, motivo per cui sono rimasto deluso.
Di un sabato sera di inizio luglio rimane una discesa nel gorgo mondano che meriterebbe un post dedicato: nella grande discoteca estiva di provincia, veniamo accolti da ragazze di vistosa quanto indiscutibile bellezza, che ci conducono al tavolo prenotato in posizione centrale, dove si crea un elitario privè cui hanno accesso solo bowls con champagne e bottiglie di vodka. Oltre alle affascinanti e professionali animatrici, si unisce al gruppo un personaggio strepitoso: cinquantenne dal volto bruciato da una vita di lampade, i denti schiantati dalla droga, gli occhi accesi, un unico fascio di nervi che salta da un tavolo all’altro. Affascinante osservare la discesa nel gorgo: il rispetto e l’amicizia alcolica che si instaurano fra i presenti, la consapevolezza condivisa di godersi la vita con alcool, musica e belle donne. Non ci riesco: sono troppo snob per tollerare tutto ciò, non sono in grado di lasciarmi trascinare dal gorgo. Sto a galla e finisco per essere il solito disadattato fuori dai giochi.
Amo i dolci siciliani. Il cannolo, fresco, appena preparato da Bonaiuti di Modica guadagna un posto di primaria importanza nei miei ricordi siculi, a fianco dei dolci colori del tramonto su Noto, del trionfo barocco di via dei Crociferi a Catania e del placido galleggiare del duomo sui tetti notturni di Ragusa Ibla.
Delle due settimane in Sicilia mi restano le assolate spiagge di Vendicari, Calamosche e Capo Passero, la discesa ai freschi laghetti di Cava Grande del Cassibile, di nuovo i dolci, le granite e il sapore delle mandorle, le grigliate fra amici, gli occhi profondi di Irene che in un attimo di allucinazione da Nero d’Avola ho immaginato interessati a me.
All’ombra del nostro ombrellone giallo, in Sicilia leggo l’apocalittico Rumore Bianco di De Lillo, un affresco paradossale del tramonto della società massificata americana. Devo ammettere che ho maggiormente apprezzato l’iper-realismo del superlativo Underworld, mentre questo Rumore Bianco mi è sembrato un po’ vittima della sua stessa decadenza. A seguire le storie di vite ai margini e solitudine nel Grande Raccordo di Marco Lodoli.
Da completo ignorante continuo a frequentare le sale da concerto: Grigory Sokolov chiude la stagione dell’Unione Musicale e mi affascina con alcune opere di Skrjabin.
A Palma de Mallorca per l’addio al celibato di Francesco mangiamo cozze fredde con sedano, pomodorini e cipolla, nella città vecchia ceniamo in un caratteristico tapas bar con il bancone in marmo e il jamon appeso alle pareti; le nottate trascorrono fra il deludente Tito’s ed il Level Club, che il venerdì notte ci stupisce con l’impressionante quantità di belle ragazze spagnole che lo frequentano.
Al matrimonio di Veronica e Francesco mi emoziono. Poco, ma per me è già tanto.
Al Sziget festival di Budapest assisto al bel concerto dei Chemical Brothers, una miscelazione continua con eccellenti effetti visivi. Il Sziget è peraltro un colossale festival che per una settimana trasforma l’isola di Obuda in un villaggio con concerti, discoteche, chioschi, ristoranti, servizi e campeggi.
A Budapest invece poltrisco a lungo nei bagni Gellert, fra le vasche di acqua calda e qualche nuotata nella piscina fredda, frequenti bagni turchi e successive immersioni nella vasca ad 8°C. Più anonimi i bagni Szecheny all’interno del parco cittadino.
Qualche giorno prima sono a Praga, fin troppo bella e turistica nel suo centro fra Stare Mesto, Mala Strana e Castello; meglio fuggire dalla folla di turisti rifugiandosi nei piacevoli giardini di Petrin e Letna. Buonissima la birra, chiara, leggera e gustosa. I primi giorni di agosto abbondano ancora i turisti anglosassoni, tendenzialmente ubriachi, che occupano un intero piano della discoteca Karlovy Lazne vicino al ponte Carlo; i giorni successivi arriva spietata l’orda dei turisti italiani. Piazza Venceslao è inutile, troppo sudicia per essere una bella piazza cittadina, poco sordida e malfamata per essere un vero luogo di perdizione.

lunedì 27 agosto 2007

il satori fiorentino di pier vittorio

"Scendendo a piedi, in un tiepido pomeriggio primaverile, dal Forte Belvedere fino a Porta Romana, attraversando i giardini, l’Orto Botanico, passando dal retro di Palazzo Pitti, stendendomi al sole di fronte alle quinte di alberi in fiore del Boboli, avrei avuto un’immagine della città, Firenze, molto simile a quella turistica di certe gite scolastiche e quindi un paesaggio e un’architettura naturale assolutamente esteriori, non vivibile nella quotidianità: un’esperienza estetica confinata nella teca di cristallo del ricordo, una parentesi ritagliata dal ritmo della vita di tutti i giorni, che solitamente non comporta né bellezza né felicità.
Anni dopo, compiendo un’altra discesa fiorentina, questa volta rinchiuso nell’ascensore dell’hotel Excelsior, leggermente euforico per lo champagne in corpo, stordito dalle chiacchiere e dagli incontri del party che ben oltre la mezzanotte ancora stava svolgendosi sulla terrazza, avrei invece conosciuto una specie di satori e la città, Firenze, sarebbe apparsa l’esatto contrario dell’immagine turistica e esteriore di quella prima discesa: Firenze allora si sarebbe dispiegata come l’immagine dell’Occidente stesso, un Occidente avviato inesorabilmente verso la morte, cinto d’assedio dalle popolazioni dei continenti poveri…"
Pier Vittorio Tondelli, estratto da Un weekend postmoderno

Ho sempre trovato la capacità di osservazione e di analisi di PVT profondamente stupefacente nella sua efficacia descrittiva. A questa capacità già notevole, in questo caso vanno aggiunti la dolcezza dell’occhio che scivola su Firenze, l’idea del satori come subitanea comprensione del paesaggio circostante e l’immagine della decadenza dell’Occidente… ho sempre trovato queste poche righe illuminanti.