martedì 30 ottobre 2007

l'uomo dalla faccia piatta

Non è la prima volta che lo incontro. Eppure, resto sempre sbalordito dalla piattezza della sua faccia. In pratica l’equivalente umano di un carlino. Piccoli occhi avidi e infossati, naso schiacciato, mento leggermente sporgente. Con assurda perfidia autolesionista ogni altro elemento del suo volto concorre a sottolinearne la piattezza: gli occhiali dalle lenti ovali, ampie, larghe, fuori moda da decenni; il pizzo da appuntato prominente sul mento.

venerdì 19 ottobre 2007

da alberta

Mentre salgo l’ultima rampa di scale, Pogo mi viene incontro e si struscia contro i miei jeans. Appena Alberta apre la porta, sgattaiola dentro e si dirige rapido in cucina. Sul tavolo del soggiorno Chiara sta disegnando. Risponde con un ciao distratto al mio saluto, presa com’è dalla sua fase creativa. Sceglie i colori con metodo, dimostra un’attenzione profonda: la serietà con cui si cimenta nel gioco è strabiliante. Una ciocca di capelli sfuggita alla coda penzola davanti ai suoi occhi ma lei non sembra accorgersene. Mi siedo di fianco a lei, guardo il suo foglio, seguo le sue mani abbozzare un uomo ed una donna allampanati, dilatati come due ombre. Ammassati in un angolo del tavolo i libri e gli appunti di Alberta e i resti della merenda di Chiara.

Ai giardini, parlo con Alberta mentre Chiara gioca con altri bambini. Nel gruppetto ci sono un bambino egiziano ed una bambina rumena. Le rispettive mamme si mantengono a distanza, la prima su una panchina vicina alle altalene, con il suo velo e gli occhi scuri e profondi; la seconda, in piedi a due passi dalla fontanella, parla continuamente al telefono. Alberta mi fa notare come gli altri bambini riconoscano in Chiara il suo carattere dominante. Mi fa notare piccoli gesti, sguardi e movimenti a supporto della sua tesi. Ad essere sinceri, io vedo solo un gruppetto di bambini che giocano fra scivoli e altalene, seguendo una trama imperscrutabile ai miei occhi di adulto. Forse un indice della sua imminente deformazione professionale: Alberta è animata da una continua tendenza a psicanalizzare comportamenti e situazioni circostanti. Abitualmente si limita a tenere per sé le sue acute osservazioni, talora decide di condividerle con gli altri: probabilmente vede in me un osservatore ricettivo e attento, seppur tecnicamente impreparato.

Mentre sono al supermercato con Alberta mi chiama il Guzzo, che vorrebbe precettarmi per una serata al Korova, a suo dire tappa imprescindibile del venerdì. Gli ricordo che domenica scorsa allo Zero devo avergli detto almeno dieci volte che questo weekend sarei stato a Roma da Alberta. Grugnisce un scusa me lo ero dimenticato e riattacca.
Alberta compra i cereali al cioccolato per Chiara e del muesli per sé. Compra anche delle banane e delle pere molto acerbe, perché Chiara rifiuta categoricamente la frutta troppo matura.
Alberta evita gli ipermercati e predilige un piccolo supermercato di quartiere. Dice di provare una idiosincrasia per la luce mortale ed abbacinante dei neon e per il senso d’infinito che gli trasmette il rigore prospettico degli scaffali. La guardo un po’ perplesso e me la figuro appoggiata al bancone del Korova nel disperato tentativo di esporre questa sensazione al Guzzo.

Sul pannello di sughero nel soggiorno, sono appuntate alcune foto e ricordi di Alberta: lei in moto con Gianni in Corsica, Pogo a pochi mesi, Chiara con un bellissimo sorriso sdentato, un biglietto della Bohème, io ed Alberta, bambini, insieme ai nostri genitori sulle Dolomiti. Lei sorridente nel suo maglioncino verde, i capelli biondissimi, io imbronciato in un giacchettino di velluto a coste spesse e le ginocchia sbucciate.

martedì 16 ottobre 2007

domenica mattina, una foto

Complice la mia scarsa applicazione ed i miseri mezzi tecnici a mia disposizione, sto imparando molto poco dal corso di foto. Le varie nozioni su diaframma, tempi di esposizione, uso del flash, obiettivi, post-trattamento digitale sono parcheggiati in qualche angolo polveroso. Il mio docente idealista però una cosa è riuscito a trasmettermela: l’abitudine ad osservare il mondo circostante con occhio più attento, pronto a cogliere potenziali soggetti in situazioni e scenari.
Domenica mattina, attraverso la vetrata di un bar alla moda del lungo fiume, una bambina in tuta rosa faceva colazione con il padre. Appoggiata ad una mensola che corre lungo la vetrata, lei in ginocchio sullo sgabello ed il suo latte macchiato erano inquadrati dalla cornice geometrica, lucida e ricca di riflessi, della vetrata. Come un quadro di Hopper, ma mattutino, dolce e solare.

mercoledì 10 ottobre 2007

tedio domenicale

Mi sveglio come se mi avessero parcheggiato un mattone in testa e con la solita sensazione di zerbino in bocca. Ieri sera ho bevuto. E questo è un dato acquisito. Ma quanto ho bevuto è una questione che trascende le mie menomate capacità mnemoniche. Cerco una soluzione al mio dolorante risveglio infilandomi sotto la doccia. Ne esco dopo una buona mezzora, illusoriamente rinfrancato.

Sono sprofondato nel divano sotto il plaid Polarvide rosso che mi ha regalato Giulia in un’altra vita, bevo del tè e mi do un tono leggendo un libro su Kurt Gödel. Stufo, accendo la televisione: le solite zuppe domenicali per decerebrati. Mi affascina il confronto fra lo stile dei due eserciti che incrociano il mare dello share post-prandiale: Rai1 ostenta una facciata perbenista, puzza di chiesa e pasticcini della domenica e lasagne al forno, lascia intendere in maniera molto velata qualche sonnacchioso prurito pomeridiano. Canale5 invece non va per il sottile e imbastisce un baraccone di culi, tette, muscoli e toraci depilati, belli e belle mediaticamente vincenti che intraprendono simpatici cazzeggi domenicali, solleticando il sopito eros di sagome umane impoltronite. L’esplosione del seno di una vanitosa bellezza televisiva durante un giochino allegro, scatena un’improvvisa reazione sotto il Polarvide. Sono seriamente tentato di masturbarmi, chissà, magari serve a sciogliere la tensione che la sbornia ha lasciato nella mia testa. Sono pronto a scalciare via il Polarvide ed esprimere il meglio di me, quando anche Canale5 decide di smorzare i toni. Le luci si abbassano, i culi e le tette passano in secondo piano, e mi tocca il mini talk-show piagnucoloso e moralista e falso. Torno a Gödel.

Per l’aperitivo della domenica si deve andare allo Zero.
Io ci vado insieme al Guzzo che come sempre conosce un milione di persone e mi lascia da solo con il Negroni mentre lui saluta praticamente tutti e non mi presenta a nessuno. Peccato, avrei potuto raccontare delle mie pulsioni pomeridiane sotto il Polarvide. Capisco che non sia un argomento particolarmente interessante, ma mica posso mettermi a parlare di Gödel allo Zero, no ? Travolto dalla noia e dalla solitudine mondana, sto per ordinare il terzo Negroni, quando mi ricordo del mattone di questa mattina e lascio perdere. Me ne vado, come scrivo nel sms al Guzzo quando sono già in macchina.