sabato 29 dicembre 2007

corteggiamento

L’aitante corteggiatore dalla voce impostata domina fisicamente il tavolo nel suo protendersi verso la ragazza. Fuma un sigaro, sorseggia rum di qualità accompagnato da pregiato cioccolato fondente. La sua voce impostata, radiofonica e profonda, affascina la ragazza dai capelli neri, la conduce con consumata abilità in territori non banali, esprimendo considerazioni intellettualmente rilevanti. Discetta con apparente cognizione di psicologia criminale, citando testi di emeriti criminologi americani, che lei prontamente si appunta; esprime opinioni non banali su espressività e valore storico del futurismo italiano; mostra profondo interesse per la fotografia. Lei sta al gioco, conosce i meccanismi e le sfumature di questo forbito corteggiamento.
Ad un tratto, lo scivolone. Lei tira fuori il telefonino e i due si mettono a cinguettare ascoltando le suonerie polifoniche che l’oggetto mette a loro disposizione. Ormai l’idillio è spezzato: lui abbandona criminologi e futuristi e grandi fotografi per una domanda da salotto televisivo: qual è il regalo più bello che hai ricevuto questo natale ?
Lei, ormai calata nella parte dell’abusata banalità salottiera, risponde: il sorriso di mia madre.
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lunedì 24 dicembre 2007

quindici anni fa, i massive

Spinto dal grigio tramonto su un’inutile giornata di pioggia pre-natalizia, rispolvero un cd dei Massive Attack.
Quindici anni fa il Bristol sound faceva scoprire al mondo le sollecitazioni del trip-hop: gli ex-Wild Bunch confluivano nell’ipnotica angoscia dei Massive Attack, Tricky sarebbe partito da lì per intraprendere le sue strade oscure. Poco lontano, la voce di Beth Gibbons affermava l’ansia dei Portishead.
Quindici anni fa ero infastidito dall’obbligo di amare questi suoni in quanto nuova imprescindibile moda sonora. Ricordo chiaramente un’amica che per consigliarmi Pre millenium tension di Tricky non trovava parole migliori che non fossero constatazioni del suo potenziale innovativo.
Dopo quattro o cinque anni però ho cominciato a guardarmi dapprima intorno, e poi inevitabilmente indietro: ed ho sentito il bisogno, la necessità, dei ritmi ipnotici e della malia angosciante dei Massive Attack.
Alcuni suoni sembrano pensati appositamente per alienare menti abbandonate, certi passaggi esprimono l’obbligo dell’autoanalisi, la spietatezza della propria coscienza inquisitoria, gli innesti reggaeggianti si fondono con l’anima black, calda e suadente, sfidando il gelo ossessivo dell’anima bianca e tecnologica.
I protagonisti, nel buio, bramano alcool: I drink on a daily basis ‘cause it seldom calms my temper quindi, inevitabilmente, I walk in a bar, immediately. L’invito è chiaro, non lascia spazio a dubbi: let me take you down the corridors of my life, dove troverai la consapevolezza del nero (hell is round the corner) e conoscerai la certezza del vuoto: you sure you wanna be with me, I’ve nothing to give.
Le voci femminili invece sono sinuose e stranianti e ti offrono un estatico rapimento: It’s hard to decide what is real these days, when things look so dizzy to me. Va da se che quando si scoprono le pagine di questo mondo si finisce per esserne coinvolti: you’re the book that I’ve opened and now I’ve got to know much more.

giovedì 13 dicembre 2007

open bar

si allestisce serata open bar per il venerdì sera mondano.
tu arrivi in clamoroso anticipo, in compagnia delle cugine impagliate che non nascondono il loro disagio con l’ambiente e il freddo della stanza vista-fiume.
la DJ creativa dal volto ossuto miscela sonorità nu jazz nascosta dietro lo schermo del suo vaio.
le bariste si scaldano per la serata, miscelando i primi cuba e i primi gin lemon.
al primo giro al bancone le cugine ordinano una coca cola, folle gesto di rottura con la natura della serata.
al secondo giro una cugina osa una birra, l’altra si mantiene sul succo di frutta.
mentre la serata si comincia ad animare, scambi due chiacchiere con le cugine, brevi informazioni inutili su qualcosa che finisce per essere sempre altro da qui: altri locali, altre città e altre serate.
le cugine hanno freddo, a loro dire perché vestite in leggero cotone.
poco dopo l’una decidono di abbandonare la nave e le accompagni alla vettura nel gelo del parco umido.
rientri alla festa che nel frattempo è esplosa.
la DJ ossuta ha lasciato la console ad un fantomatico collega berlinese che miscela house.
tutti stanno ballando.
il tuo contatto per la festa ti si presenta in abiti da techno geisha e ti presenta l’amica carlotta, fasciata in un cappottino bianco ed un dolcissimo sorriso.
ripassi dal bar e ti lasci trasportare dalla musica. balli pure tu.
lo spacciatore amatoriale dall’accento lombardo non fa grandi affari, più che altro smezza qualche pasticca fra sé e l’amico sfigato.
carlotta balla e sorride sempre.
scambi due parole con le due finte bionde: una ti urla nelle orecchie come sia impossibile ballare sul pavimento colloso mentre l’amica con i boccoli lascia gocciolare il suo gin lemon dalla cannuccia al pavimento, estasiata dalla visione delle gocce rese fosforescenti dalle luci del locale.
indossa un vestitino leggero, scarpe coi tacchi e vezzosi gambaletti a pois.
è la tentazione, la perdizione, l’inferno mondano da cui solo il sorriso di carlotta ti può salvare.
poi continui a ballare, carlotta sparisce, la techno geisha chiede come sia possibile che siano già le cinque.
più tardi è mattina e dormi pesantemente e poi è pomeriggio e vai al parco e ripassi dal locale, ormai spento e vuoto e finito.

martedì 4 dicembre 2007

il labile confine della realtà rappresentata

La visione del brillante mockumentary The Doorman di Wayne Price mi ha fatto riflettere sull’idea della rappresentazione della realtà nel cinema, argomento su cui saggisti ed esperti avranno versato i proverbiali fiumi di inchiostro ed in cui io mi avventuro con manifesta incompetenza.
Il cinema della trasparenza (cinema classico americano, produzione seriale hollywoodiana, fiction televisiva) si basa sulla rappresentazione di una storia di finzione che sia il più possibile realistica, se non in termini di contenuto almeno come linguaggio cinematografico. Lo spettatore deve essere proiettato nel film come in una rassicurante e totalizzante realtà filmica, un doppio illusorio della realtà: il regista si nasconde ed il montaggio deve accompagnare con fluidità lo spettatore nella realtà filmica.
Cinema quindi come illusione di realtà. Tramite un linguaggio fluido e continuo si conduce lo spettatore in un illusorio mondo filmico dove ha luogo una vicenda di finzione che lui percepisca il più possibile come una realtà.
I mockumentary, seppur in maniera beffarda e satirica, utilizzano invece la tecnica del documentario per narrare una vicenda di finzione: il rigore dell’intervista, del filmato di repertorio, le imprecisioni e insicurezze della presa diretta vengono utilizzate ad arte per narrare con taglio realistico una vicenda di finzione.
Cinema quindi come produzione di realtà. Tramite un linguaggio non cinematografico si propone allo spettatore una vicenda di finzione mascherata da vera realtà, ossia si cerca di illuderlo che non lo si stia illudendo con una vicenda di finzione.

Nel capitolo di Considera l’aragosta dedicato alla pornografia, David Foster Wallace analizza con l’acume che lo contraddistingue - e fortunatamente senza la deriva erudita e prolissa di cui spesso è compiaciuta vittima - la contrapposizione fra questi due approcci alla realtà filmica nel mondo dell’hard.
Osserva infatti la contrapposizione fra i film hard tradizionali e i Gonzo movies (film in cui finte scene reali - tipo abbordaggi di ragazze in spiaggia o in discoteca - preludono alle scene di sesso) e nota come:
I video porno tradizionali simulano la sessualizzazione della vita reale (ossia creano un mondo reale alternativo in cui tutti, dalle segretarie ai pompieri, aspettano solo l’imbeccata per lanciarsi in una copula frenetica); i video Gonzo si spingono oltre offrendo un’apparente sessualizzazione della vera vita reale (combinando, per esempio, veri filmati di ragazze sulla spiaggia di Cannes con filmati da copione di seduzione e sesso esplicito).

L’osservazione di Wallace, seppur legata al cinema hard, mi sembra adatta anche al più generale concetto della rappresentazione della realtà dal mezzo cinematografico.
I mockumentary rappresentano un approccio principalmente ironico al tema (non saprei quanto possa essere serioso l’approccio dei film Gonzo…) ma l’idea di offrire la finzione di una vera vita reale piuttosto che una vita reale illusoria è comunque calzante.
Oltre che per la materia trattata, la vicenda di The Doorman è brillante proprio in quanto sono efficaci (ed ironici) gli effetti del taglio documentaristico abbinati alla commistione fra personaggi reali e personaggi di finzione.