lunedì 22 dicembre 2008

formicaio

Trascinato da un amico affamato, penetro nel McDonalds di un centro commerciale invaso dalla folla natalizia. Entrando dal piano superiore si scende una rampa di scale per accedere al piano inferiore dove sono posizionate le casse. La vista dall’alto assume per me i contorni di una visione: sotto di me si stende, inequivocabile, il nostro declino. Una distesa di varia umanità, stanca e appesantita dallo shopping spasmodico e obbligato del Natale imminente, siede numerosa ai tavoli bianchi di fronte a leggeri vassoi in plastica carichi dei resti unti di vario cibo rapido.
La visione dall’alto è esteticamente illuminante: il bianco immacolato dei tavoli, il rosso dei vassoi, i mille colori delle confezioni del cibo in vari stadi evolutivi, dal fresco contenitore di panino appena assemblato, al maleodorante resto accartocciato, su cui oltre all’unto devono essersi accanite pure le mani nervose e torturanti di qualche famelico cliente. I bambini scorrazzano fra i tavoli seguiti da genitori sommersi da cappotti e sciarpe e guanti resi inutili dalla temperatura sahariana generata dal congiunto effetto di riscaldamento e illuminazione artificiale.
Dall’alto, sembra un formicaio stanco: un incredibile brulicare di persone, pardon: consumatori, reduci dalla loro onesta giornata di lavoro.
Mi siedo ad un tavolo. Il mondo visto dal basso non ha più niente dell’illuminante visione dall’alto. Raccolgo una pallina finita sotto al tavolo ad una simpatica bambina riccioluta. La prende dalle mie mani e torna a dedicarsi al suo Happy Meal. Davanti a me un’avvenente ragazza bionda troppo truccata mangia rapida la sua pausa pranzo scrivendo sms. Sul retro della confezione del Big Mac dell’amico affamato leggo le percentuale del fabbisogno giornaliero di grassi, sale, proteine e calorie apportato dal Grande Mac di cui sopra. Alcuni numeri sono indubbiamente notevoli. La Sprite dell’amico, evidentemente assetato oltre che affamato, è clamorosamente gassata. Non abituato, reprimo l’esplosione di anidride carbonica e non rutto.

domenica 14 dicembre 2008

departures

In coda al check-in davanti ai terminali bloccati da un problema tecnico, osservo il siparietto che viene imbastito nella fila accanto alla mia da due giovani manager in business trip. Lei, professionale e magrissima, fasciata in un istituzionale completo nero e camicia bianca, ricorda vagamente Sarah Jessica Parker; lui, giovanile e brillante, ostenta sicurezza in ogni minimo atteggiamento nel suo completo Armani e informali scarpette Paciotti. Insofferente all’inefficienza del sistema aeroportuale, lei si siede sul nastro trasportatore del check in, il cui display restituisce un improbabile 40 kg: la Carrie Bradshaw della Malpensa è effettivamente una silfide ma 40 kg sono un peso più adatto alla sua valigia stipata di abiti e scarpe piuttosto che a lei. Il viso profuso di intraprendenza di lui sfrutta l’occasione per perorare la sua causa di corteggiatore occasionale ma non nasconde un’espressione di incredula perplessità.

Al problema tecnico al check-in si sommano ulteriori difficoltà organizzative derivanti dai continui scioperi, con il risultato di ritardare la maggior parte dei voli di almeno due ore. Fra i viaggiatori che fluiscono verso bar e caffetterie, mi ritrovo alla stessa vineria dei due manager. Il corteggiamento prosegue davanti a due calici di vino rosso, seppur continuamente interrotto dalle telefonate di lavoro e dallo scorrere delle mail sui Blackberry. Il mio vicino al bancone mi guarda di sottecchi e vuole palesemente attaccare bottone, annoiato dalla lunga attesa: temo un’estenuante filippica sull’inefficienza delle nostre compagnie aeree e società di gestione aeroportuali, infarcita di luoghi comuni e volanti paragoni con l’efficiente rigore degli altri paesi europei e dei paesi emergenti (già lo sento: Ah! Vedesse che efficienza nella lounge Emirates a Dubai !).
La mia attenzione ritorna sulla coppia: adesso lei è impegnata al telefono e cammina nel corridoio antistante la vineria, gesticolando con mirabile discrezione, mentre lui è rimasto al tavolo a sorseggiare il suo vino. Nei due vedo il Guzzo e la sua ingestibile compagna: chissà se anche il giovane manager qui presente, qualora la storia con la silfide dovesse proseguire al di fuori di questo aeroporto, si ritroverà a patire l’indipendenza professionale e la vita eccessivamente impegnata della compagna.

Mentre sono finalmente in coda al mio cancello d’imbarco, mi arriva una telefonata da Giorgia. Nonostante le reiterate promesse, non siamo ancora riusciti ad uscire una sera insieme: l’agognato aperitivo per stare un po’ insieme è stato ripetutamente posticipato, sono invece andate in onda almeno un paio di lunghe telefonate in cui la ragazza, evidentemente bisognosa di parlare, mi ha raccontato buona parte della sua vita degli ultimi due anni. Alcune difficili scelte personali, un nuovo lavoro ed un trasferimento, la convivenza con l’ex fidanzato naufragata malamente, i problemi di salute della madre: apparentemente so tutto di lei.
Giorgia mostra un immotivato entusiasmo nei miei confronti, e sembra aspettare con ansia la nostra uscita insieme salvo poi rimandare ogni mia proposta a causa di imprescindibili e complicatissimi impegni.
Alla fine sono costretto a chiudere la comunicazione già seduto al mio posto dopo l’ennesima occhiata malevola della hostess teutonica.

venerdì 12 dicembre 2008

i vivi

Un corposo latrato di ottoni sui bassi registri aveva preannunciato, con impensabile fragore, un inviluppo verticale di vocalizzi aspri e angosciati.
Nell’esordio letterario di Cristiano Godano trovo la conferma dello stile già noto dagli ultimi anni di songwriting per gli amati Marlene Kuntz: la prevista ridondanza espositiva, la ricerca esasperata di termini inconsueti, lo stressante approfondimento di ogni sensazione emotiva in un ventaglio di immagini, il palese autocompiacimento nel produrre preposizioni articolate.
Ciò premesso, devo riconoscere l’abilità nel mantenere con credibile costanza la firma stilistica adottata e l’efficacia – seppur estenuante – di molte immagini.
In alcuni racconti non trovo molto al di là del suddetto stile, come se fossero semplici esercitazioni sul tema; vengo invece sorpreso dal Godano che mi gioca con convinzione e regolarità l’argomento sessuale, sia nell’afoso ed efficace pomeriggio onanista fiorentino che nel montaggio parallelo della coppia aperta: mi sorprende questa attenzione al sesso, sia come altissima tensione passionale che come pratica fisica. Qualcosa mi lascia però perplesso: lo scambio di sms in autostrada, il locale hard berlinese, l’insistere su certe immagini (raggiungendo con dita galeotte il magico luogo in cui l’autoreggente lascia nuda la coscia) sono cadute un po’ becere visto lo stile di cui ama vestirsi il personaggio Godano. Qualcosa invece convince, soprattutto nell’ispirazione: il turbinio del crescendo dell’opera in parallelo con il viaggio dei due protagonisti, il continuo scivolare nell’irrefrenabile desiderio del protagonista della storia fiorentina e, in ambito non sessuale, il semplice quadretto di vita dietro la foto di Doisneau.
L’esasperata ricchezza espositiva e la profondità emotiva sono indubbiamente degni di nota; tuttavia non guasterebbe un pizzico di ironia a stemperare la supposta seriosità espositiva.

venerdì 5 dicembre 2008

parole parole parole

Se me lo fanno gestire a me il budget di quelli là, li faccio cagare verde. Verde, li faccio cagare.
Non è la frase in sé, sussurratami dal mio vicino di tavolo nell’abituale riunione del giovedì mattina, quanto il fatto che venga pronunciata con genuina perfidia da persona abitualmente pacata e non usa a queste uscite. Mi sorprende la marcata sottolineatura dispregiativa dell’appellativo quelli là, che segna istantaneamente il distacco dagli imprecisati altri il cui comportamento professionale deve avergli fatto meritare la minaccia di un trattamento di esemplare rigore.

Non credi che tua sorella sia un po’ troppo malinconica ? Ogni volta che vado sul suo blog, leggo sempre delle cose di un’amarezza preoccupante…
Che scopi
Tu la fai facile: magari lei non ci riesce, non è capace di esprimere quello che crede di essere
O come fa a non riuscirci Basta che esca di casa

Il Guzzo non è solito usare la punteggiatura nelle e-mail: presuppone che la sua visione del mondo sia così chiara e inconfutabile che non sia necessario aggiungere un punto interrogativo o esclamativo, inserire una virgola, esprimere la minima incertezza dei tre puntini di sospensione. Esprime l’incontrovertibile per cui ritiene più che sufficiente mettere una parola dietro l’altra.
Sua sorella tiene invece un blog intimista e suppongo sincero, dal titolo Petali, decorato con una piacevole scelta di colori pastello, una serie di link ad altri blog e al suo universo virtuale di musica e libri su Last.Fm e Anobii. L’ultimo post che ho letto si apriva amarissimo: ogni volta che vedo una persona che aspetta mi chiedo perché non stia aspettando me.

mi spiace, ma domenica sera non posso esserci per l’aperitivo. sarò ancora a Mantova per la mostra di Piero. però ci dobbiamo assolutamente beccare in settimana, ti chiamo martedì o mercoledì ed organizziamo. un bacio, m
Non ricordo una sola volta in cui Marianne abbia accettato una mia proposta mondana, fosse essa un aperitivo informale, un caffè volante al sabato pomeriggio, una distruttiva serata alcolica o l’opera in abito scuro. Mai: ogni volta che ci vediamo è sempre per qualcosa che lei ha organizzato, altrimenti è praticamente irraggiungibile.
Sbadigliando al semaforo, le rispondo con altro sms: Ok, Ci sentiamo in settimana. Buon giro a Mantova ! Incolore, passivo, pura manutenzione dei rapporti di amicizia. Però torno indietro e cancello quel punto esclamativo che fa proprio cagare.

lunedì 17 novembre 2008

il sondaggio prodigioso

Di solito ascolto la radio un po’ distrattamente. Qualche sera fa però vengo calamitato da un’intervista durante un programma culturale notturno di Radio3. Toni pacati, fine professionalità, un velo di noia e polvere nelle voci finché non viene contattato il celebre sondaggista Renato Mannheimer per riferire i risultati di una ricerca sulla passione artistica degli italiani.
Il Mannheimer – che da giovane militava nelle file della sinistra maoista ed oggi è docente di opinione pubblica alla Bicocca nonché abituale ospite televisivo – ha palesemente di meglio da fare che partecipare ad un programma per intellettuali sfigati che ascoltano la radio, snocciola quindi frettolosamente gli improbabili risultati della sua ricerca. A suo dire un terzo degli italiani è profondamente interessato all’Arte e segue assiduamente non solo le mostre ma anche l’andamento del mercato. Non ho prove a supporto, ma mi sentirei di dire che l’ha sparata un po’ grossa: io tutta questa folla ai musei non l’ho mai vista, eccezion fatta per gli eventi ad altissimo richiamo mediatico come le mostre impressioniste alla trevigiana Casa dei Carraresi. Dopo aver brevemente descritto una patria di appassionati amanti dell’arte, il prode opinionista si lancia in altre osservazioni di assoluta irrilevanza statistica: l’arte non piace solo al Nord ma anche al Sud; gli amanti dell’arte non si trovano solo nelle fasce con più alto tasso di istruzione, ma anche tra i meno istruiti; l’Arte Contemporanea è fra le più seguite ma anche l’interesse per l’Arte Classica non tramonta mai. Quindi nessuna prevalenza statistica, una distribuzione incredibilmente equilibrata. Ma si può ? Sembrano quelle interrogazioni scolastiche in cui, per paura di sbagliare, si davano risposte vaghe e generiche evitando di sbilanciarsi. Spero solo che Radio3 non abbia pagato il Mannheimer per il prodigioso intervento...

martedì 11 novembre 2008

di venerdì

Cazzo, è di nuovo Natale.
Questa amara constatazione campeggia da un paio di giorni sul profilo Facebook di Carlo, che, già di indole malinconica, si lascia avvolgere dalla depressione all’accendersi dei primi addobbi natalizi. Vive come un peso l’andirivieni della gente indaffarata fra le luci delle vetrine e come un affronto personale l’abitudine commerciale ad anticipare l’avvio della stagione natalizia all’inizio di novembre.

Nel tragitto in auto dallo Zero al Giardino, capisco che questo venerdì sera rappresenta per il Guzzo l’occasione per riaffermare la sua posizione di sesso dominante. Provato dalla travagliata relazione sentimentale con la compagna troppo impegnativa e ambiziosa, relegato ad un ruolo subalterno che il suo orgoglio di maschio non sa accettare, il Guzzo questa sera ha affilato gli artigli.
Già allo Zero lo vedevo imbastire sguardi e sorrisi oltre il ghiaccio del suo Rum Cooler, oliare meccanismi rodati da anni di onorata carriera: offrire avvicinamenti, mostrare interesse e partecipazione, far affiorare malizie, mantenendo sempre un educato distacco consono alle schermaglie pre-serata.
Passate le due il Giardino esplode di gente che beve, balla, si sfiora e si guarda. Il Guzzo adesso gioca a carte scoperte, ogni sguardo è bellicoso.

Verso le cinque raggiungiamo incerti il parcheggio; il Guzzo porta con sé un bacio rubato in scivolata davanti al guardaroba e un paio di numeri telefonici da sfruttare in settimana per un promettente aperitivo.
Non è un riscatto definitivo, ma vale come terreno riconquistato dal suo già ingombrante ego.
Io ne esco con una non memorabile conversazione con Giorgia, amica di Aldo conosciuta ad un aperitivo qualche giovedì fa; dopo esserci urlati sopra la musica per dieci minuti, ci siamo ripromessi di vederci una sera in settimana.

Il Guzzo sfila veloce sui viali, ama dominare la strada semideserta, l'auto tiene bene sull’asfalto leggermente bagnato, il tergicristallo pulisce rapido le goccioline di debole pioggia autunnale. L’illuminazione rossa della strumentazione mi invita ad assopirmi. Mi sveglia il singhiozzante intervento dell’ABS per una frenata imprevista.

giovedì 30 ottobre 2008

folletto

Apro la porta ancora mezzo assonnato e mi trovo davanti due ragazze.
C’è sua moglie ? No, non c’è. E quando la possiamo trovare ? Non c’è nel senso che non esiste, non che al momento sia fuori casa. Allora mi chiedono se io possa essere interessato ad una dimostrazione pratica del Folletto. Ovviamente no. Ma visto che sembra che le due ragazze non guadagnino solamente a provvigione ma anche sul numero di dimostrazioni effettuate, gentilmente le faccio accomodare.
Così mi ritrovo un sabato mattina, poco prima delle dieci, con due ragazze che mi dimostrano le prodezze del Folletto Worwerk, polifunzionale mostriciattolo bianco-verde che rappresenta l’anacronistica resistenza di un meccanismo di vendita porta a porta. Nato in un’epoca in cui non c’era la diffusione capillare degli ipermercati né Internet né le televendite, presenta un approccio al cliente, un linguaggio e tecniche commerciali ferme agli anni Ottanta, probabilmente adatte ad un target di ultra-sessantenni.
Mi stupisce però l’approccio estetico della coppia di venditrici: ragazze piacenti e palesemente tirate a lucido per l’occasione, vestono sandali con tacco 10, jeans piuttosto attillati, reggiseno in vista dalla scollatura del top. Non nego che trovarsi davanti una donna con tacco 10 che fa andare avanti e indietro un aspirapolvere ispira fantasie erotiche di bassa lega e richiama scenari da pruriginoso film anni Settanta con Banfi e la Fenech.
Ovviamente, nonostante l’offerta unica, irripetibile e in esclusiva per me, non ho comprato il Folletto.

lunedì 27 ottobre 2008

ostalgie: quando io non c’ero

Casualmente ho visto Operazione Rosebud, tardo film di Otto Preminger che il Morandini liquida come esemplare testimonianza dell’irreversibile declino del regista. Al di là del valore del film, il mio occhio si sofferma sulla scena seguente: il protagonista si trova al terminal delle partenze internazionali di Amburgo, sul cui ingresso campeggia la scritta International und Berlin. Quindi, Berlino accomunata alle partenze internazionali, com’è ovvio che fosse nella Germania divisa: ai miei occhi è la sorprendente testimonianza di un mondo recente ma già così lontano dall’immaginario di riferimento della mia generazione maturata in epoca Schengen.
Quando il muro è crollato io c’ero ma non capivo minimamente cosa stesse succedendo. Non avevo né l’età né gli strumenti per comprendere la portata dell’ondata di cambiamento che stava percorrendo l’Europa sul finire degli anni Ottanta. Non sapevo come un intero sistema stesse svanendo e con esso tutta la sua iconografia a me ignota.
Solo una decina di anni dopo, con qualche anno in più, i viaggi a Berlino e nelle aree della ex-DDR, con la lettura di libri e la visione di film, con l’ascolto dei CCCP Fedeli alla Linea così saldamente legati all’Europa oltre cortina, ho subito la fascinazione per simboli e icone del mondo precedente. E mi sono accorto di non essere di certo l’unico, visto il proliferare del revival della vecchia DDR, un fenomeno così diffuso – e così sfruttato commercialmente – da aver addirittura generato un termine specifico: Ostalgie, crasi delle parole tedesche Ost e Nostalgie, che abbraccia film, programmi televisivi, locali, mode, tendenze.

mercoledì 15 ottobre 2008

un uomo ricco

Io ascoltavo e intanto pensavo: sono un uomo ricco. Ho una moglie che sogna tutte le notti, che se ne sta lì sdraiata accanto a me fino a che non si addormenta e poi se ne va lontano in qualche bel sogno tutte le notti. Certe volte sogna cavalli, oppure persone, o il sole o la pioggia, e certe volte cambia persino sesso in sogno. Io non è che sentissi la mancanza dei sogni. Tanto avevo i suoi di sogni su cui riflettere, se proprio ne avevo bisogno. E poi avevo una vicina che cantava o canticchiava tutto il giorno. Tutto sommato, potevo ritenermi fortunato.
Raymond Carver, Se hai bisogno, chiama (traduzione di Riccardo Duranti)

Se tagliassi ancora non resterebbe più niente diceva Carver della sua scrittura ridotta all’osso, preciso frutto di estenuanti revisioni.
Nei suoi interni americani fatti di gesti quotidiani e abitudine, ogni tanto irrompe la tragedia ma molto più sovente succede poco o nulla. Non c’è bisogno di scavare, approfondire, tentare complesse interpretazioni: la linearità e l’essenzialità descrivono i pochi fatti di vite spesso disadorne ma dipinte in modo così magistralmente chiaro in una sorprendente estetica delle piccole cose.

giovedì 9 ottobre 2008

l'italiano gergale

Mi infastidisce quando mi trovo schiavo dell’italiano gergale che mi circonda: una lingua povera, locale, insignificante, abbondante di sinestesie. Magari ho migliaia di parole che mi ronzano in testa, lette più che ascoltate, eppure quando mi trovo a parlare utilizzo sempre gli stessi quattro poveri vocaboli e supplisco a questa desolazione ricorrendo a termini tipici del parlato, in un clamoroso fallimento linguistico.
Per di più è un parlato di pochissimo conto, che – paradossalmente – acquisterebbe più senso se scritto, se utilizzato proprio per ricreare un linguaggio volgare (da intendersi nella sua accezione originaria di popolare); se adottato per esprimere sensazioni o descrivere comportamenti è quanto meno arido e deprimente.

lunedì 6 ottobre 2008

le superfici riflettenti

Resto sempre affascinato dalle superfici vetrate dei locali pubblici, quell’illusoria parete trasparente fra il dentro ed il fuori. Mi illudo di rapire un attimo della vita di chi è involontariamente in vetrina, in un gioco di riflessi fra superfici lucide e scritte in sovrimpressione. Quel manierista di Wong Kar-Wai ha costruito buona parte del fascino di My blueberry nights sulle visioni in trasparenza.
In fondo, è Nighthaws di Hopper che mi ha traviato, con quella sua perfetta visibilità del bar notturno, l’angolo della strada e i nottambuli solitari, coincidenza fra prospettive esterne ed interne. Me lo sono sempre trovato fra i piedi: prima sulla copertina de La città e le metropoli di Kerouac nelle edizioni economiche Newton Compton, poi nello studio del mio medico sul manifesto di un congresso di pneumologia. Non soddisfatto, me lo sono pure messo sul desktop.
Per cui, mi guardo intorno e vedo una bambina perfettamente incorniciata dalla vetrata del bar alla moda sul lungofiume, mentre fa colazione appollaiata sullo sgabello troppo alto per lei. Vedo un bambino ricco sottoporsi ad un taglio di capelli in un elegante barbiere del centro, il suo volto nascosto dalla scritta ‘Massokinesi’ sul vetro. Vedo il cocktail bar dove tavoli esterni e interni risultano divisi solo da una vetrata, che giustifica una vicinanza fra estranei in un riflesso di immagini simili ma non combacianti.

mercoledì 1 ottobre 2008

DFW, 1962-2008

Venerdì 12 settembre si è impiccato David Foster Wallace. Ho appreso la notizia qualche giorno dopo, forse mediante la mailing list di Wu Ming, mentre nei forum letterari si cominciava a discutere dell’importanza e del valore dell’opera di Wallace e qualcuno azzardava inopportune disquisizioni sul perché del gesto.
Ho pensato di ripescare una citazione da qualche suo libro, ma non ho trovato nessun passo sottolineato: l’idea e lo spessore dei suoi libri erano lì, chiare e palesi, ma non avevo appuntato niente.
Wallace abbondava, riempiva, approfondiva; era tanto; era complesso, ironico e geniale, all’evenienza pignolo e didascalico, erudito e forse supponente; plasmava la materia, sembrava non aver mai spazio a sufficienza. Non so dire se massimalista, post-moderno, post-apocalittico; se fosse la voce più importante della letteratura americana contemporanea, lo scrittore che aveva segnato la fine del XX secolo.
Il suicidio (inaspettato ? folle ? brutale ? razionale ? non so e non ha senso sapere) ha spento la sua voce complessa, portandosi via la straripante lucidità narrativa e la marea di note con cui riempiva i piè di pagina.
E adesso non ho più scuse per rimandare la lettura di Infinite Jest. Glielo devo.

giovedì 11 settembre 2008

in giornata

Ho sempre questa sensazione di essere un passo più in là, ma non avanti, bensì di lato, ma non così a lato da essere veramente altro dallo stare al centro.
Questa me la segno; se mai scrivessi un libro la metterei in esergo.

Il mio capo mi ha già irrevocabilmente relegato nella categoria dei senzapalle. Ha capito che non può fare affidamento su di me per trasmettere ai nostri collaboratori la pressione e l’accelerazione dei ritmi lavorativi impresse dalla Direzione. Ai suoi occhi manageriali sono una partita persa, l’anello debole della sua catena di comando; già immagino la mia scheda valutativa compilata per l’ufficio personale: buone capacità analitiche e valide competenze tecniche ma scarsa propensione al risultato; incapace di coinvolgere fattivamente i collaboratori. Se vuole, gliela scrivo direttamente io.
Giovedì gli ho fatto notare come non riusciremo a chiudere le nostre analisi nei tempi previsti dal piano di lavoro condiviso con il cliente.
Mi ha guardato. I suoi occhi sono stati attraversati da una serie di esplicite sensazioni: sospettosa incomprensione, dovuto sbalordimento, giusta disapprovazione, disprezzo.
Che cazzo dici. Risposta lapidaria, assolutamente non interlocutoria. Avrei sperato in un punto interrogativo alla fine. Niente. Uno spietato punto e a capo.

Meno male che abbiamo gli aperitivi a risollevarci dalle nostre giornate inappaganti, con quelle due ore di supposta felicità e leggerezza spese sorseggiando drinks alcolici, guardandosi attorno e parlando con spietata superficialità con amici e conoscenti. Sembra più una fatua vetrina piuttosto che un momento di serenità in cui godere del giorno che finisce, finalmente liberi da impegni e doveri.
Come al solito temo di essere a corto di argomenti con cui intrattenere lievi conversazioni occasionali, per fortuna che questa sera le attenzioni del gruppo vengono catalizzate da Aldo che si presenta con il nuovo I-Phone. Piccolo e accessibile oggetto del desiderio, ostenta il suo brand con contraddittoria eleganza. Aldo calamita le attenzioni dei presenti snocciolando le foto del suo weekend in barca a vela perfettamente riprodotte sul prodigioso telefono.
Conosco Giorgia, amica di un amico di Aldo, che nonostante mi ammorbi tutta la sera con le sue peripezie vacanziere, beve Dry Martini invece di improbabili Daiquiri Frozen alla frutta e mi lascia il numero di telefono.

Mentre aspetto che il barista finisca di farsi i cazzi suoi con un’avvenente cliente dai capelli rossi, una ragazza inavvertitamente rovescia un vassoio precariamente appoggiato sul bancone. Mi intenerisce il suo arrossire per un piccolo gesto maldestro.

venerdì 20 giugno 2008

italiani a cannes

I due film con cui l’Italia si è presentata a Cannes parlano di camorra e violenza di strada, scandali e giochi politici; non so con quale sguardo li abbiano visti i nostri vicini europei, spero che non si siano limitati a trovarvi conferma di un’opinione già acquisita (paese incontrollabile, corrotto, incapace di sconfiggere la criminalità organizzata), ma ne abbiano colto la forza narrativa, la necessità di parlare dei problemi, la voglia di fare cinema di qualità su temi profondi.
Gomorra di Matteo Garrone intreccia varie storie di quotidiana violenza e sopruso organizzato che orbitano intorno alle Vele di Scampia, simbolico epicentro urbano della camorra napoletana. Due elementi su tutti: l’amarezza della storia del sarto e la generale schiettezza napoletana. Garrone è bravo ma sceglie di non calcare la mano. Sorrentino, al contrario, ci va giù pesante. Il totemico e assiomatico Andreotti, i personaggi caratterizzati all’estremo, uno spumeggiante Cirino Pomicino, la fotografia, le scene madri - Andreotti e moglie immobili davanti alla tv con I migliori anni della nostra vita; le scene di palazzo; i frammenti di storia italiana: Sindona, Calvi, Moro – il virtuosismo della carrellate, la finta soggettiva dell’ingresso del Divo in tribunale.
Il Divo mi affonda, mi riempie con il suo ostentato spessore cinematografico, ha bisogno di spazio e mi chiede di rimuovere le impressioni di Gomorra. Pochi giorno dopo aver visto Il Divo, mi trovo a faticare per ricordarmi del film di Garrone: non per suo scarso valore – tutt’altro – ma per l’eccesso di Sorrentino, una volontà di protagonismo registico che comunque apprezzo.

mercoledì 7 maggio 2008

tre incontri

Giovedì sera, aperitivo al Vertigo.
Il Guzzo è quantomeno sottotono. Gli sono sufficienti due stuzzichini ed un paio di sorsi del suo Negroni sbagliato per decidersi a vuotare il sacco: trova problematica la gestione del rapporto con la sua attuale ragazza. Conosciuta qualche mese fa al Charles De Gaulle di Parigi, è donna di accecante bellezza in inarrestabile carriera: gli orari massacranti da responsabile ufficio stampa di una nota agenzia pubblicitaria si fondono con un’intensa attività sportiva e una ricchissima vita mondana. In questo turbinio di impegni, il fidanzato di turno altro non è che un nome da incastrare in agenda, ruolo che il Guzzo, tendente all’egocentrismo e non immune da un pizzico di inveterato maschilismo, non riesce ad accettare.
Abituato a vivere rapporti in cui le priorità di coppia erano determinate dal suo lavoro, dai suoi impegni e dai suoi interessi, mal digerisce il nuovo corso.

Sabato pomeriggio, un caffè con Marianne.
Ha deciso di vendere la sua casa di via Volta perché ha saputo da affidabili indiscrezioni che nel quartiere verrà costruita una moschea quindi teme la svalutazione dell’appartamento.
Nonostante l’interesse per la cultura islamica e le culture altre in generale, prevalgono la sua estrazione alto borghese e il senso degli affari inconsciamente ereditato dal padre che la spingono ad una scelta di conservazione del proprio patrimonio immobiliare.
Sorseggiando un caffè d’orzo in tazza grande con latte a parte, dice però che troverà doloroso il distacco dal suo spazio vitale.

Domenica mattina, incontro Carlo assorto fra le bancarelle dei libri usati del centro.
Carlo si dedica assiduamente a sviscerare cause e caratteristiche della sua perenne condizione di sfigato. Passa il suo tempo ad analizzare con maniacale attenzione le sfumature del suo comportamento nei confronti degli altri, ad inquadrare in una teoria assoluta il perché delle sue continue sconfitte, sia sentimentali che più genericamente sociali.
Mentre passeggiamo, mi espone con orgoglio autolesionista la sua ultima teoria: sostiene di trovarsi ai margini di una distribuzione gaussiana che rappresenta le possibilità di successo di un individuo; la sua posizione ai margini rende non impossibile ma altamente improbabile che lui trovi il suo spazio nel mondo.
La consapevolezza di aver già bruciato un paio di fortuite occasioni lo rende piuttosto scettico sulla possibilità di affrancarsi dalla sua condizione di sconfitto.
Emotivamente abbattuto dall’incontro con Carlo, rientro a casa con un forte bisogno di banalità. Per fortuna accendo la televisione e trovo una serie di MTV su storielle di confraternite studentesche e piccoli turbamenti post-adolescenziali: un rassicurante mondo ipotetico, dove è sempre estate e tutti hanno una possibilità.

martedì 29 aprile 2008

nel quartiere è tempo di scelte

"Era un rigido pomeriggio di dicembre; l’inverno 1935, in cui per tutti noi amici sotto forme diverse doveva accadere un qualcosa che avrebbe deciso della nostra vita, nel senso che, dopo il fluttuare dei sentimenti adolescenti, ciascuno di noi avrebbe fatto un gesto, detto una parola o commesso un’azione che lo avrebbe impegnato cuore e mente per l’esistenza intera. Quando vogliamo spiegarci diciamo destino ed è invece soltanto la condanna che noi uomini ci decretiamo per assuefarci alla vita, piegarci in essa relegando il nostro corpo nella sua prigione, con la speranza riposta nel più segreto angolo del nostro inespresso morale."
Vasco Pratolini, Il quartiere

Ogni tanto mi è salutare rileggere o riscoprire qualche autore italiano del nostro recente passato, netta espressione della nostra tradizione, sovente specchio di epoche, regioni e costumi ben precisi e definiti.
Recentemente ho amato la borghesia ferrarese dipinta dalla prosa elegante di Bassani, il sopito eros catanese di Brancati, la spietata campagna senese di Tozzi, la rabbia del toscano Bianciardi nella Milano del boom.
Pratolini mi porta per le strade di Santa Croce, quartiere popolare della Firenze anni Trenta, dove la povertà, ineluttabile come una malattia ereditaria, viene vissuta con orgogliosa dignità. In un romanzo appassionato e corale si intrecciano le scelte di vita, ponderate o istintive o addirittura incidentali, gli amori e le prime passioni politiche e ideali; i giovani devono confrontarsi con l’obbligo alla maturità, mentre sullo sfondo si consuma il fascismo e si prepara l’utopica ristrutturazione del quartiere.

martedì 22 aprile 2008

notti al mirtillo


A volte basta poco.
A volte basta la magia dei sentimenti letti attraverso i vetri di un ristorante newyorchese, l’occhio che osserva discretamente attraverso le superfici e le scritte fuori fuoco.
A volte basta il calore notturno di un bar e delle sue anime dolenti, la vita riflessa in un bicchiere.
A volte basta uno squarcio di luminoso iper-realismo americano, insegne di diner a inquadrare la scena di un’ennesima partenza.
A volte basta il fiato che si condensa nel freddo di un marciapiede newyorchese, nuovamente letto attraverso un vetro, filtro privilegiato delle emozioni di un nuovo addio.
A volte basta la luce spietata del giorno che invade Las Vegas.
My blueberry nights mi è proprio piaciuto. Di sicuro eccessivamente manierista, forse facile nella conclusione, forse meno interessante nella parte di Las Vegas. Ma caldo, coinvolgente, visivamente affascinante film di storie e di ricerca.

lunedì 14 aprile 2008

pausa pranzo

Appena sveglio mi guardo allo specchio. Gradirei assomigliare a Sean Penn, assumere quell’aria tesa e beffarda, un po’ assente, vagamente scossa ma indice di fascinoso tormento interiore. Niente di così lontano dall’immagine che lo specchio implacabilmente mi restituisce.

L’edicolante parla al telefonino con tale Giò, imprecisato interlocutore cui viene rapidamente sintetizzato il precario bilancio dell’edicola. La parete alle spalle dell’edicolante è un muro di materiale pornografico. Tenendo il telefono incassato fra spalla e orecchio, l’edicolante rovista in un cassettino per trarne alcune banconote spiegazzate da porgermi come resto. La sua mano tesa mi coglie impreparato, distratto dalla copertina di Anal destruction vol.4.

In pausa pranzo mangio con alcuni colleghi. L’insalatona ha sbaragliato gli altri piatti nelle scelte dei commensali: la primavera che sta esplodendo sulle giacche e cravatte allentate spinge alla ricerca di un pasto fresco. Già so che l’insalata greca da cui mi sono fatto tentare assedierà il mio pomeriggio per la sete insaziabile provocata dalla feta e i faticosi spasmi digestivi del peperone.
Aldo espone i dettagli di una sua esperienza sessuale di qualche giorno fa, a suo dire non definibile in altro modo se non come una scopata epica. Aldo non lesina particolari dell’evento, soffermandosi sui dettagli delle prime schermaglie in automobile, gli irrefrenabili contatti in ascensore e le prodezze della nottata in casa di lei.
Sono incerto se provare snobistico disgusto per questa esibita volgarità o una genuina invidia.

Poco lontano pranzano alcune commesse di boutique. Eleganti e curate, non nascondono sguardi verso il nostro tavolo, chissà se perché attratte dai frammenti del racconto di Aldo che le raggiungono.
Di tre, due hanno un rapporto compulsivo con il telefonino, costantemente tormentato alla ricerca di sms cui viene prontamente risposto.
Al rientro in ufficio, in ascensore incrocio la donna dagli occhi che ridono. Sempre impegnata ma allegra, trasmette una sensazionale positività, che leggo come l’idea tangibile di una vita felice.

sabato 8 marzo 2008

un sabato

Al risveglio da un sonno ottundente, la cena disastrosa di ieri sera è solo un remoto ricordo.
A colazione ostento solitaria maturità ed evoluta consapevolezza mangiando yogurt magro biologico, leggendo Internazionale e ascoltando gli Studi – op.10 di Chopin. Finito il pane nero imburrato con miele, sfoglio il voluminoso inserto del sabato di Repubblica, una rivistona femminile da 300 pagine.
Mi diletto nell’osservare la pubblicità nelle 50 pagine che separano la copertina dal primo articolo: resto affascinato dalla bellezza delle modelle, dall’abilità dei fotografi e dalla genialità degli addetti alla comunicazione nel plasmare con abilità divina il vergognoso strapotere mediatico del business della moda.
Nell’ordine sfilano: Kirsten Dunst in abito nero Miu Miu sdraiata sul pavimento rosso con alle spalle un pesante tendaggio viola di lynchana memoria; una rediviva Claudia Schiffer in abito bianco Chanel immortalata in efficace bianco e nero al mare fuori-stagione; un primissimo piano del luminoso viso di Sharon Stone per il fondotinta Dior; la vestizione in total blue della modella Versace; la giovincella minimale in bianco e nero per il vita bassa CK Jeans; l’imbronciata in abito grigio John Richmond; il solito abusato messaggio multietnico di Benetton; un signorile collo alto per la modella Les Copains.
L’adolescente bellezza in underwear vita bassissima Intimissimi mi provoca un qualche turbamento erotico.

Verso le diciannove raggiungo la galleria del centro dove aspetto Marianne per almeno venti minuti. Alla fine lei arriva, trafelatissima, ovviamente al telefono. Con il suo elegante indice affusolato mi fa un gesto come a dire dammi ancora un minuto e sono da te. Chiusa la telefonata mi si avvicina per un fugace bacio sulle guance e mi trascina all’inaugurazione della mostra.
Marianne è un amica incidentale, conosciuta per concomitanze contingenti, che continua a coinvolgermi negli eventi artistici cui collabora. Credo lo faccia per educazione e abitudine piuttosto che reale amicizia, ma approfitto della sua gentilezza e mi intrufolo tra la fauna artistoide che affolla questi eventi.
Su un plasma scorre un video porno ad altissima definizione, sequenze iper-patinate di amplessi fra creature perfette. Marianne sottolinea come l’autore abbia notevoli potenzialità. Mi chiedo se l’opera consista nell’avere trasformato in videoinstallazione un film pornografico ad alta definizione oppure se il film stesso sia l’opera. Marianne non ritiene necessario spiegare: come sempre mi tratta come uno scolaretto in gita premio, cui fornire lacunose spiegazioni su tutto ciò che sta vedendo chiarendogli al tempo stesso come l’accesso a questo mondo gli sia irrimediabilmente precluso.

Durante l’aperitivo scivolo ignorato fra creativi, designer, artisti e aspiranti tali, critici attenti e semplici curiosi imbucati come me. Marianne avrà già parlato con almeno cinquanta persone, io ho fatto sì e no due battute con il cameriere che serviva le conchiglie al granchio in precari piattini di plastica. Saluto un collega che si atteggia a uomo dell’ambiente ignaro della sua condizione di estraneo, aggancio al volo un prosecco dai vassoi che circolano rapidi ad altezza uomo. Marianne riappare trafelata dicendomi scusami devo scappare ad una cena ci sentiamo magari la prossima settimana che dovrebbe esserci un evento al Garage. Marianne non usa la punteggiatura, inutile zavorra nella sua vita vorticosa.
La guardo allontanarsi fra la folla nella sua giacca vintage in velluto. E’ proprio bella.

mercoledì 27 febbraio 2008

favola contemporanea con morale

Seguendo l’esempio del Giappone, nel 2002 l’Unione Europea vieta l’uso del piombo nelle saldature dei componenti elettronici (telefonini in primis).
Accettando la buona fede dell’UE e sperando che non sussistano giustificazioni e interessi privati dietro questa scelta, riconosciamo le ottime motivazioni ecologiche della legge che elimina l’inquinante piombo.
Tuttavia i componenti elettronici continuano a necessitare saldatura: si deve quindi sostituire il piombo con lo stagno.
Ne consegue l’ovvio incremento della domanda di stagno, ulteriormente incrementata dalla costante crescita del mercato della telefonia mobile.
Per il controllo del mercato delle risorse naturali in Congo si innesca una spirale di violenza: minatori sfruttati dalle milizie, scontri fra congolesi e ruandesi, intimidazioni, saccheggi, stupri ed altre turpitudini.
Il riciclaggio dei telefonini usati raggiungerebbe un doppio nobile scopo: recuperare materiale che altrimenti andrebbe indifferentemente distrutto e ridurre la domanda di materie prime.
Nobile scopo quindi, che però richiede un attento smontaggio e la gestione di prodotti inquinanti.
E qui si scopre che un’importante azienda di riciclaggio di componentistica elettronica delocalizza le operazioni di recupero in paesi in via di sviluppo dove vengono disattese le norme di sicurezza e i diritti dei lavoratori.
Morale: per quanto nobile sia ogni scelta, qualcuno finisce sempre per scaricarci dentro un po’ di merda.

lunedì 25 febbraio 2008

sul 45° parallelo

Nella serata del giovedì curata da Davide Ferrario, il regista presenta il suo documentario del 1998 Sul 45° Parallelo, storia parallela del viaggio in Mongolia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni - allora menti dei C.S.I. - e della ricerca di storie padane, insieme agli amici Gianni Celati e Attilio Concari. Il 45° parallelo attraversa e accomuna i due scenari: le steppe mongole, le gher, il deserto del Gobi con la Pianura Padana e i suoi personaggi. Il viaggio in Mongolia aveva fornito a Ferretti/Zamboni l’ispirazione per l’album Tabula Rasa Elettrificata (T.R.E.) , pubblicato nel 1997, che costituisce colonna sonora del documentario.
La serata assume per me i toni della nostalgia: per le mie orecchie e la mia mente T.R.E. era stata una rivelazione, con cui – nuovamente in ritardo come su molte altre cose e prese di coscienza – ero arrivato ad amare i C.S.I. in tutte le loro forme evolutive passate e future.
Una rivelazione a partire dal formato: un cd masterizzato, quando i cd vergini e i masterizzatori per pc erano ancora un’avanguardia per appassionati di computer. Ricordo il cd della Ricoh: dorato, praticamente trasparente.
All’epoca conoscevo vagamente i C.S.I., ma non avevo mai approfondito il discorso, scettico di fronte al cantilenante salmodiare di Ferretti e alla sua faccia da malato terminale. T.R.E. mi aveva fornito lo spunto per una scoperta a ritroso attraverso l’esperienza corale dei C.S.I. fino agli anni sudati dei primi CCCP Fedeli alla Linea.
Vedo le canzoni così salde nella mia memoria associate alle immagini del viaggio che ne ha costituito l’ispirazione. Questo accostamento ha per me un effetto straniante, soprattutto nel caso dei brani più meditativi come Ongii e Gobi o nella delicatezza di Bolormaa.
I personaggi padani e le osservazioni di Celati sono interessanti, un po’ fine a sé stesso il cameo spigoloso di Giorgio Canali, per fortuna il documentario non insiste troppo sulla figura di Ferretti, così anti-divo da finire spesso per essere vittima di un interesse spasmodico da parte dei suoi sostenitori.

sabato 16 febbraio 2008

la cena

Uscito dallo studio con il solito carico di disillusione, raggiungo casa del Guzzo.
Lo trovo che traffica su Internet, più che altro su E-Bay per tentare di vendere il suo vecchio navigatore satellitare da quando è passato ad un nuovo strepitoso modello. Sprofondato nel suo divano a sfogliare una rivista di automobili, deduco dai suoi mugugni che l’asta non sta dando gli esiti sperati.
Qualche giorno fa ha scoperto che sua sorella diciottenne tiene un blog romanticamente intitolato Petali. Il Guzzo vi penetra con la morbosa curiosità del fratello maggiore alle prese con il diario segreto della sorella adolescente. Un post intitolato Mattina con il sole si apre con una malinconica dichiarazione di solitudine: oggi è una giornata troppo bella: come posso viverla senza qualcuno che mi ami ? Provo tenerezza per questa delicata sincerità, sentimento non condiviso dal Guzzo che guarda lo schermo perplesso.

La cena è un disastro.
L’amica del Guzzo è donna di abbagliante bellezza: svettante sui suoi tacchi da 10 ed il suo vestito nero attraversa il ristorante calamitando lo sguardo dei presenti, inclusi svariati camerieri che si distraggono seguendo la sua inesorabile progressione verso la toilette.
Con il Guzzo si sono conosciuti in sala d’aspetto al Charles De Gaulle. Lui rientrava da un viaggio di lavoro a Shangai mentre lei era in partenza per una vacanza in Brasile. Si erano promessi di rivedersi assolutamente appena lei fosse rientrata abbronzata dal sole di Recife.
Appena le rispettive agende – all’apparenza fittissime di impegni – lo hanno permesso è stata organizzata la cena ed i due hanno pensato bene di estendere l’invito a due umili comparse.
L’amica dell’amica del Guzzo non nasconde la sua acida scontrosità. Nonostante sia una ragazza più che avvenente, è costretta a vivere offuscata dall’amica fuori categoria, che necessariamente tiene per sé le migliori prede, lasciandole le seconde scelte. Nonostante gli encomiabili tentativi del Guzzo di amalgamare i presenti in chiacchiere comuni, l’amica dell’amica mantiene il suo comportamento scostante.
Fra antipasto e primo il Guzzo getta la spugna del buon samaritano sociale e si dedica al corteggiamento dell’amica, che si mostra ovviamente ben disposta e interessata.
Vigliaccamente riservo il resto della serata a svuotare il bicchiere del vino e ad intrattenere inutili argomentazioni di circostanza con l’amica dell’amica. In fase di dessert sprofondo in un pauroso sonno alcolico mentre l’amica dell’amica sbadiglia per rimarcare platealmente il suo disappunto nei miei confronti.
Usciti dal ristorante, i due promessi amanti ci salutano giulivi ed io riaccompagno a casa l’amica dell’amica. Il vino rallenta i miei riflessi e devo farmi ripetere tre volte il suo indirizzo prima di riuscire ad infilare il controviale giusto. Scende dell’auto rapida, come a scappare non solo da me ma da un’intera vita di delusione; apre appena il pesante portone e scivola dentro.

sabato 9 febbraio 2008

nelle terre selvagge


In fondo sapevo che nonostante il mio scetticismo di fronte ai contenuti, Into the wild sarebbe stato un grande film.
Temevo l’eccesso di idealismo narrativo, il luogo comune del protagonista in fuga dalla sicurezza della vita borghese per trovare la soddisfazione del puro essere nel confronto con la Natura.
Temevo fosse tutto troppo scontato, traboccante, estatico e compiaciuto.
Eppure sapevo che avrei trovato qualcosa in più, una tensione sotto la superficie della maestosa fotografia.
Il protagonista è un idealista incrollabile ed in questo sta la sua grandezza così come il suo limite.
Amichevole ma al tempo stesso profondamente solitario, aggrappato alle parole dei suoi miti letterari (Thoreau in primis) ma tendenzialmente incapace di approfondire i rapporti umani, anche quelli potenzialmente più intensi, come a fuggire costantemente la delusione primigenia del rapporto familiare.
I grandi paesaggi americani esplodono nel suo intenso girovagare, insieme ai volti delle persone incontrate (hippies idealisti, reduci malinconici, i lavoratori dell’America agricola, gli occhi innamorati di una giovane cantante).
La civiltà riemerge come una dimensione illusoria di luci frastornanti, da cui impossibile non fuggire di nuovo. L’Alaska è il punto di arrivo del percorso e la fine di tutto.
Ed il finale – triste ma inevitabile conclusione del percorso - mi è proprio piaciuto.

lunedì 4 febbraio 2008

ricatto morale

Nell’abbondante flusso di consumatori a caccia di saldi che caratterizza le nostre città nei primi giorni dell’anno, abbondano i questuanti.
Non mi riferisco a mendicanti, homeless e indigenti in genere che chiedono un’elemosina, ma alla folla di volontari a caccia di offerte e/o sottoscrizioni per le cause più nobili (Onlus di vario genere, leghe animaliste, centri di recupero tossicodipendenti, vendita di prodotti – libri, manufatti, chincaglierie – a scopo benefico). Per la mia natura scettica non mi fido mai ciecamente di nessuno di questi individui: non chiaro l’effettivo operato delle Onlus che rappresentano, incerta la provenienza dei prodotti venduti, poco chiaro chi ci sia effettivamente dietro a beneficiare degli introiti di questi venditori.
Ciò che mi infastidisce di molte di queste persone è l’approccio educato ma leggermente inquisitorio, pronto a scivolare nel ricatto morale appena ci si rifiuti di contribuire: ne è un classico esempio la domanda Lei ha qualche pregiudizio nei confronti degli ex-tossicodipendenti ? che mette in scacco il passante. Immagino che molti severi benpensanti – i quali nutrono effettivamente dei pregiudizi nei confronti degli ex-tossicodipendenti, giudicandoli dei deboli che non sono stati capaci di gestire con fermezza la propria vita – non si sentano minimante toccati da una tale domanda, e dribblino con sprezzante rapidità il volontario. Altre persone, che invece non nutrono nessun pregiudizio e si sentono solidali con la causa ma non hanno nessun interesse ad acquistare un prodotto da un sedicente volontario incontrato per strada, si sentono moralmente incastrati e provano un certo disagio a esprimere un rifiuto.
Qualche giorno fa sono stato bloccato da una ragazza. Mi ha chiesto se volessi contribuire per aiutare un bambino: non chiaro se in Italia o all’estero, non chiaro se parlasse di bambini malati o sani ma in condizioni di indigenza, l’unica informazione utile era che si trattasse di un bambino, quindi creatura indifesa.
Al mio no mi ha velatamente accusato di non voler aiutare un bambino.
Le ho fatto presente che il ricatto morale è una brutta arma da utilizzare.
Mi ha guardato come se l’avessi aggredita, dicendo che mai nessuno ha osato criticare il suo approccio.
Ho lasciato correre ma mi sarebbe tanto piaciuto spiegarle come, molti anni fa, mi sia stato fatto notare quanto sia deprecabile il ricatto morale.
Quando facevo il volontario, fra i vari servizi medici e assistenziali, tre volte alla settimana accompagnavo in ospedale per la chemioterapia una paziente malata terminale di cancro. Quarantenne, silenziosa, magrissima, sarebbe morta da lì a pochi mesi. La passavo a prendere a casa e spesso la trovavo davanti al portoncino che mi attendeva nervosa. Nel tragitto fino all’ospedale non parlavamo mai. Non sapevo minimamente cosa dirle.
Più saltuariamente – forse una volta al mese, ma non ricordo con esattezza – toccava al marito, malato di cuore, che accompagnavo alla visita di controllo in cardiologia. Con lui invece parlavo. Dai suoi modi rassegnati trapelava tuttavia una rabbia repressa, uno sdegno verso Dio o il Caso per avergli riservato un destino così ingrato.
Un giorno, mentre aspettavo che finisse la sua sigaretta, nel parcheggio dell’ospedale ci aveva avvicinato un volontario che aveva messo in atto una delle tecniche suddette.
Il signore lo aveva liquidato rapidamente, poi si era rivolto dicendomi che brutta cosa il ricatto morale. Detto da uno con seri problemi cardiaci e una moglie in fin di vita.
Da allora non posso evitare di ripensare a lui ogni volta che vengo avvicinato con insinuanti frasi del genere, lasciate cadere nel mezzo del noioso shopping cittadino, incuranti della loro pesantezza.

sabato 2 febbraio 2008

nessuno è mai realmente pronto per paranoid park


Gus Van Sant torna a dedicarsi agli adolescenti americani, con occhio lineare, visioni rarefatte e l’utilizzo di un linguaggio cinematografico che, seppur sia ormai una sua nota stilistica, riesce sempre a stupirmi.
L’oggetto è l’elaborazione del senso di colpa di un teenager di Portland, Oregon, che ha inavvertitamente ucciso un uomo.
Il senso di colpa è un fatto intimo e personale. Qui non interessa il castigo, ma il faticoso processo di presa di coscienza e il tentativo di esorcizzare il fatto, che leggiamo in soggettiva tramite il percorso intrapreso dal protagonista.
Il suo rapporto con il mondo esterno è filtrato ed apatico e tutto gli scorre addosso: la fidanzata cheerleader così come la famiglia inesistente, i genitori prossimi al divorzio e le inutili giornate scolastiche.
Inizialmente il suo inconscio sembra rimuovere l’evento finché il ricordo ritorna a quella notte e assistiamo all’accettazione del fatto: l’incidente riemerge nella sua paradossale crudezza, la doccia catartica che segue il breve attimo di smarrimento e la forza con cui il protagonista decide di superare da solo.
L’amica brufolosa con i colpi di sole (che con il suo minimo senso critico fa da contraltare alla fidanzata pin-up) gli suggerisce di scrivere per esorcizzare il suo male, qualunque esso sia.
Il processo di scrittura esorcizza e fortifica tramite percorsi nuovamente personali e riservati: alla fine vediamo i fogli bruciare come ultima tappa del tortuoso percorso.
Van Sant gioca con ovattate sequenze che si alternano al susseguirsi degli eventi, sessioni di skateboard in slow-motion e senza audio, immagini sgranate da video amatoriali, come a riprodurre un mondo ideale: di sicuro effetto il contrasto fra la rappresentazione di Paranoid Park dall’esterno (come luogo reale fatto di cemento e popolato da reietti) e dall’interno (lo spazio rarefatto delle sequenze in skate).
Preziose tante scelte di Van Sant regista: la citazione di Truffaut nell'interrogatorio; i piani sequenza nei corridoi della scuola che citano le lunghissime camminate di Elephant; la costante contrapposizione fra primo piano a fuoco e secondo piano fuori fuoco, anche nel caso in cui i protagonisti debbano ancora raggiungere il primo piano (come se la vicenda esistesse solo lì, laddove il regista posizionerà il suo protagonista, e lo spettatore non ha accesso ad altri punti di vista, che possono essere solo sfuocati); l’originale scena della separazione dalla fidanzata, distaccata e senza audio.