mercoledì 27 febbraio 2008

favola contemporanea con morale

Seguendo l’esempio del Giappone, nel 2002 l’Unione Europea vieta l’uso del piombo nelle saldature dei componenti elettronici (telefonini in primis).
Accettando la buona fede dell’UE e sperando che non sussistano giustificazioni e interessi privati dietro questa scelta, riconosciamo le ottime motivazioni ecologiche della legge che elimina l’inquinante piombo.
Tuttavia i componenti elettronici continuano a necessitare saldatura: si deve quindi sostituire il piombo con lo stagno.
Ne consegue l’ovvio incremento della domanda di stagno, ulteriormente incrementata dalla costante crescita del mercato della telefonia mobile.
Per il controllo del mercato delle risorse naturali in Congo si innesca una spirale di violenza: minatori sfruttati dalle milizie, scontri fra congolesi e ruandesi, intimidazioni, saccheggi, stupri ed altre turpitudini.
Il riciclaggio dei telefonini usati raggiungerebbe un doppio nobile scopo: recuperare materiale che altrimenti andrebbe indifferentemente distrutto e ridurre la domanda di materie prime.
Nobile scopo quindi, che però richiede un attento smontaggio e la gestione di prodotti inquinanti.
E qui si scopre che un’importante azienda di riciclaggio di componentistica elettronica delocalizza le operazioni di recupero in paesi in via di sviluppo dove vengono disattese le norme di sicurezza e i diritti dei lavoratori.
Morale: per quanto nobile sia ogni scelta, qualcuno finisce sempre per scaricarci dentro un po’ di merda.

lunedì 25 febbraio 2008

sul 45° parallelo

Nella serata del giovedì curata da Davide Ferrario, il regista presenta il suo documentario del 1998 Sul 45° Parallelo, storia parallela del viaggio in Mongolia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni - allora menti dei C.S.I. - e della ricerca di storie padane, insieme agli amici Gianni Celati e Attilio Concari. Il 45° parallelo attraversa e accomuna i due scenari: le steppe mongole, le gher, il deserto del Gobi con la Pianura Padana e i suoi personaggi. Il viaggio in Mongolia aveva fornito a Ferretti/Zamboni l’ispirazione per l’album Tabula Rasa Elettrificata (T.R.E.) , pubblicato nel 1997, che costituisce colonna sonora del documentario.
La serata assume per me i toni della nostalgia: per le mie orecchie e la mia mente T.R.E. era stata una rivelazione, con cui – nuovamente in ritardo come su molte altre cose e prese di coscienza – ero arrivato ad amare i C.S.I. in tutte le loro forme evolutive passate e future.
Una rivelazione a partire dal formato: un cd masterizzato, quando i cd vergini e i masterizzatori per pc erano ancora un’avanguardia per appassionati di computer. Ricordo il cd della Ricoh: dorato, praticamente trasparente.
All’epoca conoscevo vagamente i C.S.I., ma non avevo mai approfondito il discorso, scettico di fronte al cantilenante salmodiare di Ferretti e alla sua faccia da malato terminale. T.R.E. mi aveva fornito lo spunto per una scoperta a ritroso attraverso l’esperienza corale dei C.S.I. fino agli anni sudati dei primi CCCP Fedeli alla Linea.
Vedo le canzoni così salde nella mia memoria associate alle immagini del viaggio che ne ha costituito l’ispirazione. Questo accostamento ha per me un effetto straniante, soprattutto nel caso dei brani più meditativi come Ongii e Gobi o nella delicatezza di Bolormaa.
I personaggi padani e le osservazioni di Celati sono interessanti, un po’ fine a sé stesso il cameo spigoloso di Giorgio Canali, per fortuna il documentario non insiste troppo sulla figura di Ferretti, così anti-divo da finire spesso per essere vittima di un interesse spasmodico da parte dei suoi sostenitori.

sabato 16 febbraio 2008

la cena

Uscito dallo studio con il solito carico di disillusione, raggiungo casa del Guzzo.
Lo trovo che traffica su Internet, più che altro su E-Bay per tentare di vendere il suo vecchio navigatore satellitare da quando è passato ad un nuovo strepitoso modello. Sprofondato nel suo divano a sfogliare una rivista di automobili, deduco dai suoi mugugni che l’asta non sta dando gli esiti sperati.
Qualche giorno fa ha scoperto che sua sorella diciottenne tiene un blog romanticamente intitolato Petali. Il Guzzo vi penetra con la morbosa curiosità del fratello maggiore alle prese con il diario segreto della sorella adolescente. Un post intitolato Mattina con il sole si apre con una malinconica dichiarazione di solitudine: oggi è una giornata troppo bella: come posso viverla senza qualcuno che mi ami ? Provo tenerezza per questa delicata sincerità, sentimento non condiviso dal Guzzo che guarda lo schermo perplesso.

La cena è un disastro.
L’amica del Guzzo è donna di abbagliante bellezza: svettante sui suoi tacchi da 10 ed il suo vestito nero attraversa il ristorante calamitando lo sguardo dei presenti, inclusi svariati camerieri che si distraggono seguendo la sua inesorabile progressione verso la toilette.
Con il Guzzo si sono conosciuti in sala d’aspetto al Charles De Gaulle. Lui rientrava da un viaggio di lavoro a Shangai mentre lei era in partenza per una vacanza in Brasile. Si erano promessi di rivedersi assolutamente appena lei fosse rientrata abbronzata dal sole di Recife.
Appena le rispettive agende – all’apparenza fittissime di impegni – lo hanno permesso è stata organizzata la cena ed i due hanno pensato bene di estendere l’invito a due umili comparse.
L’amica dell’amica del Guzzo non nasconde la sua acida scontrosità. Nonostante sia una ragazza più che avvenente, è costretta a vivere offuscata dall’amica fuori categoria, che necessariamente tiene per sé le migliori prede, lasciandole le seconde scelte. Nonostante gli encomiabili tentativi del Guzzo di amalgamare i presenti in chiacchiere comuni, l’amica dell’amica mantiene il suo comportamento scostante.
Fra antipasto e primo il Guzzo getta la spugna del buon samaritano sociale e si dedica al corteggiamento dell’amica, che si mostra ovviamente ben disposta e interessata.
Vigliaccamente riservo il resto della serata a svuotare il bicchiere del vino e ad intrattenere inutili argomentazioni di circostanza con l’amica dell’amica. In fase di dessert sprofondo in un pauroso sonno alcolico mentre l’amica dell’amica sbadiglia per rimarcare platealmente il suo disappunto nei miei confronti.
Usciti dal ristorante, i due promessi amanti ci salutano giulivi ed io riaccompagno a casa l’amica dell’amica. Il vino rallenta i miei riflessi e devo farmi ripetere tre volte il suo indirizzo prima di riuscire ad infilare il controviale giusto. Scende dell’auto rapida, come a scappare non solo da me ma da un’intera vita di delusione; apre appena il pesante portone e scivola dentro.

sabato 9 febbraio 2008

nelle terre selvagge


In fondo sapevo che nonostante il mio scetticismo di fronte ai contenuti, Into the wild sarebbe stato un grande film.
Temevo l’eccesso di idealismo narrativo, il luogo comune del protagonista in fuga dalla sicurezza della vita borghese per trovare la soddisfazione del puro essere nel confronto con la Natura.
Temevo fosse tutto troppo scontato, traboccante, estatico e compiaciuto.
Eppure sapevo che avrei trovato qualcosa in più, una tensione sotto la superficie della maestosa fotografia.
Il protagonista è un idealista incrollabile ed in questo sta la sua grandezza così come il suo limite.
Amichevole ma al tempo stesso profondamente solitario, aggrappato alle parole dei suoi miti letterari (Thoreau in primis) ma tendenzialmente incapace di approfondire i rapporti umani, anche quelli potenzialmente più intensi, come a fuggire costantemente la delusione primigenia del rapporto familiare.
I grandi paesaggi americani esplodono nel suo intenso girovagare, insieme ai volti delle persone incontrate (hippies idealisti, reduci malinconici, i lavoratori dell’America agricola, gli occhi innamorati di una giovane cantante).
La civiltà riemerge come una dimensione illusoria di luci frastornanti, da cui impossibile non fuggire di nuovo. L’Alaska è il punto di arrivo del percorso e la fine di tutto.
Ed il finale – triste ma inevitabile conclusione del percorso - mi è proprio piaciuto.

lunedì 4 febbraio 2008

ricatto morale

Nell’abbondante flusso di consumatori a caccia di saldi che caratterizza le nostre città nei primi giorni dell’anno, abbondano i questuanti.
Non mi riferisco a mendicanti, homeless e indigenti in genere che chiedono un’elemosina, ma alla folla di volontari a caccia di offerte e/o sottoscrizioni per le cause più nobili (Onlus di vario genere, leghe animaliste, centri di recupero tossicodipendenti, vendita di prodotti – libri, manufatti, chincaglierie – a scopo benefico). Per la mia natura scettica non mi fido mai ciecamente di nessuno di questi individui: non chiaro l’effettivo operato delle Onlus che rappresentano, incerta la provenienza dei prodotti venduti, poco chiaro chi ci sia effettivamente dietro a beneficiare degli introiti di questi venditori.
Ciò che mi infastidisce di molte di queste persone è l’approccio educato ma leggermente inquisitorio, pronto a scivolare nel ricatto morale appena ci si rifiuti di contribuire: ne è un classico esempio la domanda Lei ha qualche pregiudizio nei confronti degli ex-tossicodipendenti ? che mette in scacco il passante. Immagino che molti severi benpensanti – i quali nutrono effettivamente dei pregiudizi nei confronti degli ex-tossicodipendenti, giudicandoli dei deboli che non sono stati capaci di gestire con fermezza la propria vita – non si sentano minimante toccati da una tale domanda, e dribblino con sprezzante rapidità il volontario. Altre persone, che invece non nutrono nessun pregiudizio e si sentono solidali con la causa ma non hanno nessun interesse ad acquistare un prodotto da un sedicente volontario incontrato per strada, si sentono moralmente incastrati e provano un certo disagio a esprimere un rifiuto.
Qualche giorno fa sono stato bloccato da una ragazza. Mi ha chiesto se volessi contribuire per aiutare un bambino: non chiaro se in Italia o all’estero, non chiaro se parlasse di bambini malati o sani ma in condizioni di indigenza, l’unica informazione utile era che si trattasse di un bambino, quindi creatura indifesa.
Al mio no mi ha velatamente accusato di non voler aiutare un bambino.
Le ho fatto presente che il ricatto morale è una brutta arma da utilizzare.
Mi ha guardato come se l’avessi aggredita, dicendo che mai nessuno ha osato criticare il suo approccio.
Ho lasciato correre ma mi sarebbe tanto piaciuto spiegarle come, molti anni fa, mi sia stato fatto notare quanto sia deprecabile il ricatto morale.
Quando facevo il volontario, fra i vari servizi medici e assistenziali, tre volte alla settimana accompagnavo in ospedale per la chemioterapia una paziente malata terminale di cancro. Quarantenne, silenziosa, magrissima, sarebbe morta da lì a pochi mesi. La passavo a prendere a casa e spesso la trovavo davanti al portoncino che mi attendeva nervosa. Nel tragitto fino all’ospedale non parlavamo mai. Non sapevo minimamente cosa dirle.
Più saltuariamente – forse una volta al mese, ma non ricordo con esattezza – toccava al marito, malato di cuore, che accompagnavo alla visita di controllo in cardiologia. Con lui invece parlavo. Dai suoi modi rassegnati trapelava tuttavia una rabbia repressa, uno sdegno verso Dio o il Caso per avergli riservato un destino così ingrato.
Un giorno, mentre aspettavo che finisse la sua sigaretta, nel parcheggio dell’ospedale ci aveva avvicinato un volontario che aveva messo in atto una delle tecniche suddette.
Il signore lo aveva liquidato rapidamente, poi si era rivolto dicendomi che brutta cosa il ricatto morale. Detto da uno con seri problemi cardiaci e una moglie in fin di vita.
Da allora non posso evitare di ripensare a lui ogni volta che vengo avvicinato con insinuanti frasi del genere, lasciate cadere nel mezzo del noioso shopping cittadino, incuranti della loro pesantezza.

sabato 2 febbraio 2008

nessuno è mai realmente pronto per paranoid park


Gus Van Sant torna a dedicarsi agli adolescenti americani, con occhio lineare, visioni rarefatte e l’utilizzo di un linguaggio cinematografico che, seppur sia ormai una sua nota stilistica, riesce sempre a stupirmi.
L’oggetto è l’elaborazione del senso di colpa di un teenager di Portland, Oregon, che ha inavvertitamente ucciso un uomo.
Il senso di colpa è un fatto intimo e personale. Qui non interessa il castigo, ma il faticoso processo di presa di coscienza e il tentativo di esorcizzare il fatto, che leggiamo in soggettiva tramite il percorso intrapreso dal protagonista.
Il suo rapporto con il mondo esterno è filtrato ed apatico e tutto gli scorre addosso: la fidanzata cheerleader così come la famiglia inesistente, i genitori prossimi al divorzio e le inutili giornate scolastiche.
Inizialmente il suo inconscio sembra rimuovere l’evento finché il ricordo ritorna a quella notte e assistiamo all’accettazione del fatto: l’incidente riemerge nella sua paradossale crudezza, la doccia catartica che segue il breve attimo di smarrimento e la forza con cui il protagonista decide di superare da solo.
L’amica brufolosa con i colpi di sole (che con il suo minimo senso critico fa da contraltare alla fidanzata pin-up) gli suggerisce di scrivere per esorcizzare il suo male, qualunque esso sia.
Il processo di scrittura esorcizza e fortifica tramite percorsi nuovamente personali e riservati: alla fine vediamo i fogli bruciare come ultima tappa del tortuoso percorso.
Van Sant gioca con ovattate sequenze che si alternano al susseguirsi degli eventi, sessioni di skateboard in slow-motion e senza audio, immagini sgranate da video amatoriali, come a riprodurre un mondo ideale: di sicuro effetto il contrasto fra la rappresentazione di Paranoid Park dall’esterno (come luogo reale fatto di cemento e popolato da reietti) e dall’interno (lo spazio rarefatto delle sequenze in skate).
Preziose tante scelte di Van Sant regista: la citazione di Truffaut nell'interrogatorio; i piani sequenza nei corridoi della scuola che citano le lunghissime camminate di Elephant; la costante contrapposizione fra primo piano a fuoco e secondo piano fuori fuoco, anche nel caso in cui i protagonisti debbano ancora raggiungere il primo piano (come se la vicenda esistesse solo lì, laddove il regista posizionerà il suo protagonista, e lo spettatore non ha accesso ad altri punti di vista, che possono essere solo sfuocati); l’originale scena della separazione dalla fidanzata, distaccata e senza audio.