lunedì 4 febbraio 2008

ricatto morale

Nell’abbondante flusso di consumatori a caccia di saldi che caratterizza le nostre città nei primi giorni dell’anno, abbondano i questuanti.
Non mi riferisco a mendicanti, homeless e indigenti in genere che chiedono un’elemosina, ma alla folla di volontari a caccia di offerte e/o sottoscrizioni per le cause più nobili (Onlus di vario genere, leghe animaliste, centri di recupero tossicodipendenti, vendita di prodotti – libri, manufatti, chincaglierie – a scopo benefico). Per la mia natura scettica non mi fido mai ciecamente di nessuno di questi individui: non chiaro l’effettivo operato delle Onlus che rappresentano, incerta la provenienza dei prodotti venduti, poco chiaro chi ci sia effettivamente dietro a beneficiare degli introiti di questi venditori.
Ciò che mi infastidisce di molte di queste persone è l’approccio educato ma leggermente inquisitorio, pronto a scivolare nel ricatto morale appena ci si rifiuti di contribuire: ne è un classico esempio la domanda Lei ha qualche pregiudizio nei confronti degli ex-tossicodipendenti ? che mette in scacco il passante. Immagino che molti severi benpensanti – i quali nutrono effettivamente dei pregiudizi nei confronti degli ex-tossicodipendenti, giudicandoli dei deboli che non sono stati capaci di gestire con fermezza la propria vita – non si sentano minimante toccati da una tale domanda, e dribblino con sprezzante rapidità il volontario. Altre persone, che invece non nutrono nessun pregiudizio e si sentono solidali con la causa ma non hanno nessun interesse ad acquistare un prodotto da un sedicente volontario incontrato per strada, si sentono moralmente incastrati e provano un certo disagio a esprimere un rifiuto.
Qualche giorno fa sono stato bloccato da una ragazza. Mi ha chiesto se volessi contribuire per aiutare un bambino: non chiaro se in Italia o all’estero, non chiaro se parlasse di bambini malati o sani ma in condizioni di indigenza, l’unica informazione utile era che si trattasse di un bambino, quindi creatura indifesa.
Al mio no mi ha velatamente accusato di non voler aiutare un bambino.
Le ho fatto presente che il ricatto morale è una brutta arma da utilizzare.
Mi ha guardato come se l’avessi aggredita, dicendo che mai nessuno ha osato criticare il suo approccio.
Ho lasciato correre ma mi sarebbe tanto piaciuto spiegarle come, molti anni fa, mi sia stato fatto notare quanto sia deprecabile il ricatto morale.
Quando facevo il volontario, fra i vari servizi medici e assistenziali, tre volte alla settimana accompagnavo in ospedale per la chemioterapia una paziente malata terminale di cancro. Quarantenne, silenziosa, magrissima, sarebbe morta da lì a pochi mesi. La passavo a prendere a casa e spesso la trovavo davanti al portoncino che mi attendeva nervosa. Nel tragitto fino all’ospedale non parlavamo mai. Non sapevo minimamente cosa dirle.
Più saltuariamente – forse una volta al mese, ma non ricordo con esattezza – toccava al marito, malato di cuore, che accompagnavo alla visita di controllo in cardiologia. Con lui invece parlavo. Dai suoi modi rassegnati trapelava tuttavia una rabbia repressa, uno sdegno verso Dio o il Caso per avergli riservato un destino così ingrato.
Un giorno, mentre aspettavo che finisse la sua sigaretta, nel parcheggio dell’ospedale ci aveva avvicinato un volontario che aveva messo in atto una delle tecniche suddette.
Il signore lo aveva liquidato rapidamente, poi si era rivolto dicendomi che brutta cosa il ricatto morale. Detto da uno con seri problemi cardiaci e una moglie in fin di vita.
Da allora non posso evitare di ripensare a lui ogni volta che vengo avvicinato con insinuanti frasi del genere, lasciate cadere nel mezzo del noioso shopping cittadino, incuranti della loro pesantezza.

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