sabato 9 febbraio 2008

nelle terre selvagge


In fondo sapevo che nonostante il mio scetticismo di fronte ai contenuti, Into the wild sarebbe stato un grande film.
Temevo l’eccesso di idealismo narrativo, il luogo comune del protagonista in fuga dalla sicurezza della vita borghese per trovare la soddisfazione del puro essere nel confronto con la Natura.
Temevo fosse tutto troppo scontato, traboccante, estatico e compiaciuto.
Eppure sapevo che avrei trovato qualcosa in più, una tensione sotto la superficie della maestosa fotografia.
Il protagonista è un idealista incrollabile ed in questo sta la sua grandezza così come il suo limite.
Amichevole ma al tempo stesso profondamente solitario, aggrappato alle parole dei suoi miti letterari (Thoreau in primis) ma tendenzialmente incapace di approfondire i rapporti umani, anche quelli potenzialmente più intensi, come a fuggire costantemente la delusione primigenia del rapporto familiare.
I grandi paesaggi americani esplodono nel suo intenso girovagare, insieme ai volti delle persone incontrate (hippies idealisti, reduci malinconici, i lavoratori dell’America agricola, gli occhi innamorati di una giovane cantante).
La civiltà riemerge come una dimensione illusoria di luci frastornanti, da cui impossibile non fuggire di nuovo. L’Alaska è il punto di arrivo del percorso e la fine di tutto.
Ed il finale – triste ma inevitabile conclusione del percorso - mi è proprio piaciuto.

2 commenti:

hobart76 ha detto...

Finalmente trovo il tuo blog....complimenti, mai banale, come sempre. Ho visto Into the wild la scorsa domenica. Che dire...bello, crudele, vero, coerente. Ti consiglio The Grizzly Man del maestro Herzog. Lì domina la natura indifferente e si rappresenta la deriva di un uomo incapace di vivere nella società.
Indovinato chi sono?

berghinz ha detto...

a parte che sei riconoscibilissimo con questo nick tasmaniano, mi fa piacere vedere che sei capitato sul blog ed hai addirittura lasciato un commento