sabato 2 febbraio 2008

nessuno è mai realmente pronto per paranoid park


Gus Van Sant torna a dedicarsi agli adolescenti americani, con occhio lineare, visioni rarefatte e l’utilizzo di un linguaggio cinematografico che, seppur sia ormai una sua nota stilistica, riesce sempre a stupirmi.
L’oggetto è l’elaborazione del senso di colpa di un teenager di Portland, Oregon, che ha inavvertitamente ucciso un uomo.
Il senso di colpa è un fatto intimo e personale. Qui non interessa il castigo, ma il faticoso processo di presa di coscienza e il tentativo di esorcizzare il fatto, che leggiamo in soggettiva tramite il percorso intrapreso dal protagonista.
Il suo rapporto con il mondo esterno è filtrato ed apatico e tutto gli scorre addosso: la fidanzata cheerleader così come la famiglia inesistente, i genitori prossimi al divorzio e le inutili giornate scolastiche.
Inizialmente il suo inconscio sembra rimuovere l’evento finché il ricordo ritorna a quella notte e assistiamo all’accettazione del fatto: l’incidente riemerge nella sua paradossale crudezza, la doccia catartica che segue il breve attimo di smarrimento e la forza con cui il protagonista decide di superare da solo.
L’amica brufolosa con i colpi di sole (che con il suo minimo senso critico fa da contraltare alla fidanzata pin-up) gli suggerisce di scrivere per esorcizzare il suo male, qualunque esso sia.
Il processo di scrittura esorcizza e fortifica tramite percorsi nuovamente personali e riservati: alla fine vediamo i fogli bruciare come ultima tappa del tortuoso percorso.
Van Sant gioca con ovattate sequenze che si alternano al susseguirsi degli eventi, sessioni di skateboard in slow-motion e senza audio, immagini sgranate da video amatoriali, come a riprodurre un mondo ideale: di sicuro effetto il contrasto fra la rappresentazione di Paranoid Park dall’esterno (come luogo reale fatto di cemento e popolato da reietti) e dall’interno (lo spazio rarefatto delle sequenze in skate).
Preziose tante scelte di Van Sant regista: la citazione di Truffaut nell'interrogatorio; i piani sequenza nei corridoi della scuola che citano le lunghissime camminate di Elephant; la costante contrapposizione fra primo piano a fuoco e secondo piano fuori fuoco, anche nel caso in cui i protagonisti debbano ancora raggiungere il primo piano (come se la vicenda esistesse solo lì, laddove il regista posizionerà il suo protagonista, e lo spettatore non ha accesso ad altri punti di vista, che possono essere solo sfuocati); l’originale scena della separazione dalla fidanzata, distaccata e senza audio.

Nessun commento: