sabato 8 marzo 2008

un sabato

Al risveglio da un sonno ottundente, la cena disastrosa di ieri sera è solo un remoto ricordo.
A colazione ostento solitaria maturità ed evoluta consapevolezza mangiando yogurt magro biologico, leggendo Internazionale e ascoltando gli Studi – op.10 di Chopin. Finito il pane nero imburrato con miele, sfoglio il voluminoso inserto del sabato di Repubblica, una rivistona femminile da 300 pagine.
Mi diletto nell’osservare la pubblicità nelle 50 pagine che separano la copertina dal primo articolo: resto affascinato dalla bellezza delle modelle, dall’abilità dei fotografi e dalla genialità degli addetti alla comunicazione nel plasmare con abilità divina il vergognoso strapotere mediatico del business della moda.
Nell’ordine sfilano: Kirsten Dunst in abito nero Miu Miu sdraiata sul pavimento rosso con alle spalle un pesante tendaggio viola di lynchana memoria; una rediviva Claudia Schiffer in abito bianco Chanel immortalata in efficace bianco e nero al mare fuori-stagione; un primissimo piano del luminoso viso di Sharon Stone per il fondotinta Dior; la vestizione in total blue della modella Versace; la giovincella minimale in bianco e nero per il vita bassa CK Jeans; l’imbronciata in abito grigio John Richmond; il solito abusato messaggio multietnico di Benetton; un signorile collo alto per la modella Les Copains.
L’adolescente bellezza in underwear vita bassissima Intimissimi mi provoca un qualche turbamento erotico.

Verso le diciannove raggiungo la galleria del centro dove aspetto Marianne per almeno venti minuti. Alla fine lei arriva, trafelatissima, ovviamente al telefono. Con il suo elegante indice affusolato mi fa un gesto come a dire dammi ancora un minuto e sono da te. Chiusa la telefonata mi si avvicina per un fugace bacio sulle guance e mi trascina all’inaugurazione della mostra.
Marianne è un amica incidentale, conosciuta per concomitanze contingenti, che continua a coinvolgermi negli eventi artistici cui collabora. Credo lo faccia per educazione e abitudine piuttosto che reale amicizia, ma approfitto della sua gentilezza e mi intrufolo tra la fauna artistoide che affolla questi eventi.
Su un plasma scorre un video porno ad altissima definizione, sequenze iper-patinate di amplessi fra creature perfette. Marianne sottolinea come l’autore abbia notevoli potenzialità. Mi chiedo se l’opera consista nell’avere trasformato in videoinstallazione un film pornografico ad alta definizione oppure se il film stesso sia l’opera. Marianne non ritiene necessario spiegare: come sempre mi tratta come uno scolaretto in gita premio, cui fornire lacunose spiegazioni su tutto ciò che sta vedendo chiarendogli al tempo stesso come l’accesso a questo mondo gli sia irrimediabilmente precluso.

Durante l’aperitivo scivolo ignorato fra creativi, designer, artisti e aspiranti tali, critici attenti e semplici curiosi imbucati come me. Marianne avrà già parlato con almeno cinquanta persone, io ho fatto sì e no due battute con il cameriere che serviva le conchiglie al granchio in precari piattini di plastica. Saluto un collega che si atteggia a uomo dell’ambiente ignaro della sua condizione di estraneo, aggancio al volo un prosecco dai vassoi che circolano rapidi ad altezza uomo. Marianne riappare trafelata dicendomi scusami devo scappare ad una cena ci sentiamo magari la prossima settimana che dovrebbe esserci un evento al Garage. Marianne non usa la punteggiatura, inutile zavorra nella sua vita vorticosa.
La guardo allontanarsi fra la folla nella sua giacca vintage in velluto. E’ proprio bella.