martedì 29 aprile 2008

nel quartiere è tempo di scelte

"Era un rigido pomeriggio di dicembre; l’inverno 1935, in cui per tutti noi amici sotto forme diverse doveva accadere un qualcosa che avrebbe deciso della nostra vita, nel senso che, dopo il fluttuare dei sentimenti adolescenti, ciascuno di noi avrebbe fatto un gesto, detto una parola o commesso un’azione che lo avrebbe impegnato cuore e mente per l’esistenza intera. Quando vogliamo spiegarci diciamo destino ed è invece soltanto la condanna che noi uomini ci decretiamo per assuefarci alla vita, piegarci in essa relegando il nostro corpo nella sua prigione, con la speranza riposta nel più segreto angolo del nostro inespresso morale."
Vasco Pratolini, Il quartiere

Ogni tanto mi è salutare rileggere o riscoprire qualche autore italiano del nostro recente passato, netta espressione della nostra tradizione, sovente specchio di epoche, regioni e costumi ben precisi e definiti.
Recentemente ho amato la borghesia ferrarese dipinta dalla prosa elegante di Bassani, il sopito eros catanese di Brancati, la spietata campagna senese di Tozzi, la rabbia del toscano Bianciardi nella Milano del boom.
Pratolini mi porta per le strade di Santa Croce, quartiere popolare della Firenze anni Trenta, dove la povertà, ineluttabile come una malattia ereditaria, viene vissuta con orgogliosa dignità. In un romanzo appassionato e corale si intrecciano le scelte di vita, ponderate o istintive o addirittura incidentali, gli amori e le prime passioni politiche e ideali; i giovani devono confrontarsi con l’obbligo alla maturità, mentre sullo sfondo si consuma il fascismo e si prepara l’utopica ristrutturazione del quartiere.

martedì 22 aprile 2008

notti al mirtillo


A volte basta poco.
A volte basta la magia dei sentimenti letti attraverso i vetri di un ristorante newyorchese, l’occhio che osserva discretamente attraverso le superfici e le scritte fuori fuoco.
A volte basta il calore notturno di un bar e delle sue anime dolenti, la vita riflessa in un bicchiere.
A volte basta uno squarcio di luminoso iper-realismo americano, insegne di diner a inquadrare la scena di un’ennesima partenza.
A volte basta il fiato che si condensa nel freddo di un marciapiede newyorchese, nuovamente letto attraverso un vetro, filtro privilegiato delle emozioni di un nuovo addio.
A volte basta la luce spietata del giorno che invade Las Vegas.
My blueberry nights mi è proprio piaciuto. Di sicuro eccessivamente manierista, forse facile nella conclusione, forse meno interessante nella parte di Las Vegas. Ma caldo, coinvolgente, visivamente affascinante film di storie e di ricerca.

lunedì 14 aprile 2008

pausa pranzo

Appena sveglio mi guardo allo specchio. Gradirei assomigliare a Sean Penn, assumere quell’aria tesa e beffarda, un po’ assente, vagamente scossa ma indice di fascinoso tormento interiore. Niente di così lontano dall’immagine che lo specchio implacabilmente mi restituisce.

L’edicolante parla al telefonino con tale Giò, imprecisato interlocutore cui viene rapidamente sintetizzato il precario bilancio dell’edicola. La parete alle spalle dell’edicolante è un muro di materiale pornografico. Tenendo il telefono incassato fra spalla e orecchio, l’edicolante rovista in un cassettino per trarne alcune banconote spiegazzate da porgermi come resto. La sua mano tesa mi coglie impreparato, distratto dalla copertina di Anal destruction vol.4.

In pausa pranzo mangio con alcuni colleghi. L’insalatona ha sbaragliato gli altri piatti nelle scelte dei commensali: la primavera che sta esplodendo sulle giacche e cravatte allentate spinge alla ricerca di un pasto fresco. Già so che l’insalata greca da cui mi sono fatto tentare assedierà il mio pomeriggio per la sete insaziabile provocata dalla feta e i faticosi spasmi digestivi del peperone.
Aldo espone i dettagli di una sua esperienza sessuale di qualche giorno fa, a suo dire non definibile in altro modo se non come una scopata epica. Aldo non lesina particolari dell’evento, soffermandosi sui dettagli delle prime schermaglie in automobile, gli irrefrenabili contatti in ascensore e le prodezze della nottata in casa di lei.
Sono incerto se provare snobistico disgusto per questa esibita volgarità o una genuina invidia.

Poco lontano pranzano alcune commesse di boutique. Eleganti e curate, non nascondono sguardi verso il nostro tavolo, chissà se perché attratte dai frammenti del racconto di Aldo che le raggiungono.
Di tre, due hanno un rapporto compulsivo con il telefonino, costantemente tormentato alla ricerca di sms cui viene prontamente risposto.
Al rientro in ufficio, in ascensore incrocio la donna dagli occhi che ridono. Sempre impegnata ma allegra, trasmette una sensazionale positività, che leggo come l’idea tangibile di una vita felice.