venerdì 20 giugno 2008

italiani a cannes

I due film con cui l’Italia si è presentata a Cannes parlano di camorra e violenza di strada, scandali e giochi politici; non so con quale sguardo li abbiano visti i nostri vicini europei, spero che non si siano limitati a trovarvi conferma di un’opinione già acquisita (paese incontrollabile, corrotto, incapace di sconfiggere la criminalità organizzata), ma ne abbiano colto la forza narrativa, la necessità di parlare dei problemi, la voglia di fare cinema di qualità su temi profondi.
Gomorra di Matteo Garrone intreccia varie storie di quotidiana violenza e sopruso organizzato che orbitano intorno alle Vele di Scampia, simbolico epicentro urbano della camorra napoletana. Due elementi su tutti: l’amarezza della storia del sarto e la generale schiettezza napoletana. Garrone è bravo ma sceglie di non calcare la mano. Sorrentino, al contrario, ci va giù pesante. Il totemico e assiomatico Andreotti, i personaggi caratterizzati all’estremo, uno spumeggiante Cirino Pomicino, la fotografia, le scene madri - Andreotti e moglie immobili davanti alla tv con I migliori anni della nostra vita; le scene di palazzo; i frammenti di storia italiana: Sindona, Calvi, Moro – il virtuosismo della carrellate, la finta soggettiva dell’ingresso del Divo in tribunale.
Il Divo mi affonda, mi riempie con il suo ostentato spessore cinematografico, ha bisogno di spazio e mi chiede di rimuovere le impressioni di Gomorra. Pochi giorno dopo aver visto Il Divo, mi trovo a faticare per ricordarmi del film di Garrone: non per suo scarso valore – tutt’altro – ma per l’eccesso di Sorrentino, una volontà di protagonismo registico che comunque apprezzo.