giovedì 30 ottobre 2008

folletto

Apro la porta ancora mezzo assonnato e mi trovo davanti due ragazze.
C’è sua moglie ? No, non c’è. E quando la possiamo trovare ? Non c’è nel senso che non esiste, non che al momento sia fuori casa. Allora mi chiedono se io possa essere interessato ad una dimostrazione pratica del Folletto. Ovviamente no. Ma visto che sembra che le due ragazze non guadagnino solamente a provvigione ma anche sul numero di dimostrazioni effettuate, gentilmente le faccio accomodare.
Così mi ritrovo un sabato mattina, poco prima delle dieci, con due ragazze che mi dimostrano le prodezze del Folletto Worwerk, polifunzionale mostriciattolo bianco-verde che rappresenta l’anacronistica resistenza di un meccanismo di vendita porta a porta. Nato in un’epoca in cui non c’era la diffusione capillare degli ipermercati né Internet né le televendite, presenta un approccio al cliente, un linguaggio e tecniche commerciali ferme agli anni Ottanta, probabilmente adatte ad un target di ultra-sessantenni.
Mi stupisce però l’approccio estetico della coppia di venditrici: ragazze piacenti e palesemente tirate a lucido per l’occasione, vestono sandali con tacco 10, jeans piuttosto attillati, reggiseno in vista dalla scollatura del top. Non nego che trovarsi davanti una donna con tacco 10 che fa andare avanti e indietro un aspirapolvere ispira fantasie erotiche di bassa lega e richiama scenari da pruriginoso film anni Settanta con Banfi e la Fenech.
Ovviamente, nonostante l’offerta unica, irripetibile e in esclusiva per me, non ho comprato il Folletto.

lunedì 27 ottobre 2008

ostalgie: quando io non c’ero

Casualmente ho visto Operazione Rosebud, tardo film di Otto Preminger che il Morandini liquida come esemplare testimonianza dell’irreversibile declino del regista. Al di là del valore del film, il mio occhio si sofferma sulla scena seguente: il protagonista si trova al terminal delle partenze internazionali di Amburgo, sul cui ingresso campeggia la scritta International und Berlin. Quindi, Berlino accomunata alle partenze internazionali, com’è ovvio che fosse nella Germania divisa: ai miei occhi è la sorprendente testimonianza di un mondo recente ma già così lontano dall’immaginario di riferimento della mia generazione maturata in epoca Schengen.
Quando il muro è crollato io c’ero ma non capivo minimamente cosa stesse succedendo. Non avevo né l’età né gli strumenti per comprendere la portata dell’ondata di cambiamento che stava percorrendo l’Europa sul finire degli anni Ottanta. Non sapevo come un intero sistema stesse svanendo e con esso tutta la sua iconografia a me ignota.
Solo una decina di anni dopo, con qualche anno in più, i viaggi a Berlino e nelle aree della ex-DDR, con la lettura di libri e la visione di film, con l’ascolto dei CCCP Fedeli alla Linea così saldamente legati all’Europa oltre cortina, ho subito la fascinazione per simboli e icone del mondo precedente. E mi sono accorto di non essere di certo l’unico, visto il proliferare del revival della vecchia DDR, un fenomeno così diffuso – e così sfruttato commercialmente – da aver addirittura generato un termine specifico: Ostalgie, crasi delle parole tedesche Ost e Nostalgie, che abbraccia film, programmi televisivi, locali, mode, tendenze.

mercoledì 15 ottobre 2008

un uomo ricco

Io ascoltavo e intanto pensavo: sono un uomo ricco. Ho una moglie che sogna tutte le notti, che se ne sta lì sdraiata accanto a me fino a che non si addormenta e poi se ne va lontano in qualche bel sogno tutte le notti. Certe volte sogna cavalli, oppure persone, o il sole o la pioggia, e certe volte cambia persino sesso in sogno. Io non è che sentissi la mancanza dei sogni. Tanto avevo i suoi di sogni su cui riflettere, se proprio ne avevo bisogno. E poi avevo una vicina che cantava o canticchiava tutto il giorno. Tutto sommato, potevo ritenermi fortunato.
Raymond Carver, Se hai bisogno, chiama (traduzione di Riccardo Duranti)

Se tagliassi ancora non resterebbe più niente diceva Carver della sua scrittura ridotta all’osso, preciso frutto di estenuanti revisioni.
Nei suoi interni americani fatti di gesti quotidiani e abitudine, ogni tanto irrompe la tragedia ma molto più sovente succede poco o nulla. Non c’è bisogno di scavare, approfondire, tentare complesse interpretazioni: la linearità e l’essenzialità descrivono i pochi fatti di vite spesso disadorne ma dipinte in modo così magistralmente chiaro in una sorprendente estetica delle piccole cose.

giovedì 9 ottobre 2008

l'italiano gergale

Mi infastidisce quando mi trovo schiavo dell’italiano gergale che mi circonda: una lingua povera, locale, insignificante, abbondante di sinestesie. Magari ho migliaia di parole che mi ronzano in testa, lette più che ascoltate, eppure quando mi trovo a parlare utilizzo sempre gli stessi quattro poveri vocaboli e supplisco a questa desolazione ricorrendo a termini tipici del parlato, in un clamoroso fallimento linguistico.
Per di più è un parlato di pochissimo conto, che – paradossalmente – acquisterebbe più senso se scritto, se utilizzato proprio per ricreare un linguaggio volgare (da intendersi nella sua accezione originaria di popolare); se adottato per esprimere sensazioni o descrivere comportamenti è quanto meno arido e deprimente.

lunedì 6 ottobre 2008

le superfici riflettenti

Resto sempre affascinato dalle superfici vetrate dei locali pubblici, quell’illusoria parete trasparente fra il dentro ed il fuori. Mi illudo di rapire un attimo della vita di chi è involontariamente in vetrina, in un gioco di riflessi fra superfici lucide e scritte in sovrimpressione. Quel manierista di Wong Kar-Wai ha costruito buona parte del fascino di My blueberry nights sulle visioni in trasparenza.
In fondo, è Nighthaws di Hopper che mi ha traviato, con quella sua perfetta visibilità del bar notturno, l’angolo della strada e i nottambuli solitari, coincidenza fra prospettive esterne ed interne. Me lo sono sempre trovato fra i piedi: prima sulla copertina de La città e le metropoli di Kerouac nelle edizioni economiche Newton Compton, poi nello studio del mio medico sul manifesto di un congresso di pneumologia. Non soddisfatto, me lo sono pure messo sul desktop.
Per cui, mi guardo intorno e vedo una bambina perfettamente incorniciata dalla vetrata del bar alla moda sul lungofiume, mentre fa colazione appollaiata sullo sgabello troppo alto per lei. Vedo un bambino ricco sottoporsi ad un taglio di capelli in un elegante barbiere del centro, il suo volto nascosto dalla scritta ‘Massokinesi’ sul vetro. Vedo il cocktail bar dove tavoli esterni e interni risultano divisi solo da una vetrata, che giustifica una vicinanza fra estranei in un riflesso di immagini simili ma non combacianti.

mercoledì 1 ottobre 2008

DFW, 1962-2008

Venerdì 12 settembre si è impiccato David Foster Wallace. Ho appreso la notizia qualche giorno dopo, forse mediante la mailing list di Wu Ming, mentre nei forum letterari si cominciava a discutere dell’importanza e del valore dell’opera di Wallace e qualcuno azzardava inopportune disquisizioni sul perché del gesto.
Ho pensato di ripescare una citazione da qualche suo libro, ma non ho trovato nessun passo sottolineato: l’idea e lo spessore dei suoi libri erano lì, chiare e palesi, ma non avevo appuntato niente.
Wallace abbondava, riempiva, approfondiva; era tanto; era complesso, ironico e geniale, all’evenienza pignolo e didascalico, erudito e forse supponente; plasmava la materia, sembrava non aver mai spazio a sufficienza. Non so dire se massimalista, post-moderno, post-apocalittico; se fosse la voce più importante della letteratura americana contemporanea, lo scrittore che aveva segnato la fine del XX secolo.
Il suicidio (inaspettato ? folle ? brutale ? razionale ? non so e non ha senso sapere) ha spento la sua voce complessa, portandosi via la straripante lucidità narrativa e la marea di note con cui riempiva i piè di pagina.
E adesso non ho più scuse per rimandare la lettura di Infinite Jest. Glielo devo.