mercoledì 1 ottobre 2008

DFW, 1962-2008

Venerdì 12 settembre si è impiccato David Foster Wallace. Ho appreso la notizia qualche giorno dopo, forse mediante la mailing list di Wu Ming, mentre nei forum letterari si cominciava a discutere dell’importanza e del valore dell’opera di Wallace e qualcuno azzardava inopportune disquisizioni sul perché del gesto.
Ho pensato di ripescare una citazione da qualche suo libro, ma non ho trovato nessun passo sottolineato: l’idea e lo spessore dei suoi libri erano lì, chiare e palesi, ma non avevo appuntato niente.
Wallace abbondava, riempiva, approfondiva; era tanto; era complesso, ironico e geniale, all’evenienza pignolo e didascalico, erudito e forse supponente; plasmava la materia, sembrava non aver mai spazio a sufficienza. Non so dire se massimalista, post-moderno, post-apocalittico; se fosse la voce più importante della letteratura americana contemporanea, lo scrittore che aveva segnato la fine del XX secolo.
Il suicidio (inaspettato ? folle ? brutale ? razionale ? non so e non ha senso sapere) ha spento la sua voce complessa, portandosi via la straripante lucidità narrativa e la marea di note con cui riempiva i piè di pagina.
E adesso non ho più scuse per rimandare la lettura di Infinite Jest. Glielo devo.

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