giovedì 9 ottobre 2008

l'italiano gergale

Mi infastidisce quando mi trovo schiavo dell’italiano gergale che mi circonda: una lingua povera, locale, insignificante, abbondante di sinestesie. Magari ho migliaia di parole che mi ronzano in testa, lette più che ascoltate, eppure quando mi trovo a parlare utilizzo sempre gli stessi quattro poveri vocaboli e supplisco a questa desolazione ricorrendo a termini tipici del parlato, in un clamoroso fallimento linguistico.
Per di più è un parlato di pochissimo conto, che – paradossalmente – acquisterebbe più senso se scritto, se utilizzato proprio per ricreare un linguaggio volgare (da intendersi nella sua accezione originaria di popolare); se adottato per esprimere sensazioni o descrivere comportamenti è quanto meno arido e deprimente.

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