lunedì 27 ottobre 2008

ostalgie: quando io non c’ero

Casualmente ho visto Operazione Rosebud, tardo film di Otto Preminger che il Morandini liquida come esemplare testimonianza dell’irreversibile declino del regista. Al di là del valore del film, il mio occhio si sofferma sulla scena seguente: il protagonista si trova al terminal delle partenze internazionali di Amburgo, sul cui ingresso campeggia la scritta International und Berlin. Quindi, Berlino accomunata alle partenze internazionali, com’è ovvio che fosse nella Germania divisa: ai miei occhi è la sorprendente testimonianza di un mondo recente ma già così lontano dall’immaginario di riferimento della mia generazione maturata in epoca Schengen.
Quando il muro è crollato io c’ero ma non capivo minimamente cosa stesse succedendo. Non avevo né l’età né gli strumenti per comprendere la portata dell’ondata di cambiamento che stava percorrendo l’Europa sul finire degli anni Ottanta. Non sapevo come un intero sistema stesse svanendo e con esso tutta la sua iconografia a me ignota.
Solo una decina di anni dopo, con qualche anno in più, i viaggi a Berlino e nelle aree della ex-DDR, con la lettura di libri e la visione di film, con l’ascolto dei CCCP Fedeli alla Linea così saldamente legati all’Europa oltre cortina, ho subito la fascinazione per simboli e icone del mondo precedente. E mi sono accorto di non essere di certo l’unico, visto il proliferare del revival della vecchia DDR, un fenomeno così diffuso – e così sfruttato commercialmente – da aver addirittura generato un termine specifico: Ostalgie, crasi delle parole tedesche Ost e Nostalgie, che abbraccia film, programmi televisivi, locali, mode, tendenze.

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