martedì 15 dicembre 2009

un martedì

The great gig in the sky: il più grande orgasmo della storia della musica il messaggio sul profilo Facebook di Carlo.
Certo che non scopa. Guarda che cazzo scrive la salomonica chiosa del Guzzo.
Sprofondato nel suo divano a sfogliare una rivista di viaggi, non posso fare altro che concordare con l’osservazione del Guzzo. Carlo non ha mai superato quella fase tipicamente adolescenziale in cui alcuni preferiscono non affrontare le incombenze della vita reale rifugiandosi in una confortevole quanto totalizzante passione. Nel caso di Carlo, la passione della musica lo aveva reso prima un tipico nerd liceale poi un raffinato esperto senza che questa specifica conoscenza fosse mai stata convertita in qualcosa di utile o proficuo: non suonava alcuno strumento, non lavorava né aveva mai provato a lavorare in campo musicale. Ovvio che ne derivasse la malcelata frustrazione tipica di chi non vede riconosciuto il frutto del faticoso investimento sul proprio spessore personale.

L’ultima volta che sono uscito con Carlo, mi ha portato in un locale ambiziosamente alternativo dove suonava un terzetto composto da un addetto ai campionatori, un polistrumentista che prediligeva il theremin ed una ragazza giapponese alla voce. Non trovi così inusuale l’ibrido fra la fredda tecnologia Bjorkesca e le stranianti illusioni del magnetismo del theremin ? mi aveva sussurrato Carlo all’orecchio sorseggiando una birra. Avevo annuito con esibita convinzione soddisfacendo il suo bisogno di conferme, sebbene avessi preferito fargli notare come noi due fossimo palesemente i due avventori più sfigati, essendo il resto del pubblico composto da creativi, designer e altre simili affascinanti categorie moderne per le quali lo sperimentalismo è un habitat naturale e non una testimonianza di emancipazione dalla pochezza del quotidiano da ricercare con affanno. Mi aspettavo infatti di veder comparire Marianne da un momento all’altro, magari in compagnia di qualcuno dei suoi partner che garbatamente non vengono mai citati durante le nostre conversazioni.

Mentre ci avviamo allo Zero, il Guzzo mi riassume la cena di venerdì in cui ha definitivamente chiuso con la fidanzata. Non nego che pensavo sarebbe stato più facile. A suo dire, lei ha incassato la sua onesta spiegazione con matura sicurezza, accettando la perdita di un partner come un sacrificio accettabile in una vita di grandi ambizioni. Tutta la storia deve avere avuto un impatto non trascurabile sulla finora salda autostima del Guzzo che, quasi certamente per la prima volta nella sua vita, si è visto costretto a gestire un rapporto sentimentale in una condizione subalterna, dovendo alla fine riconoscere la sua inadeguatezza. Sebbene non abbia avuto problemi a riattivare prontamente la sua vita sessuale con alcune mirate e agguerrite uscite mondane, rimane una macchia che fatica a cancellare.

domenica 29 novembre 2009

domenica piovosa

Polverosa periferia pasoliniana.
Ritrovo questa immagine su un vecchio taccuino di appunti di viaggio, rispolverato dal fondo di un cassetto durante un’uggiosa giornata autunnale, in cui noia e pioggia battente risvegliano in me un inedito spirito casalingo e un forte bisogno di ordine. Vergata in un corsivo che credevo essere elegante e sintomo di grande personalità, ne colgo tuttora l’immagine e la sensazione, al limite l’odore. Ma è troppo: allitterazione forzata, pesante.
Sei un’onanista della parola: so che saresti capace di inventarti un intero romanzo per giustificare una frase mi scrisse una volta Marianne, quando ci cimentavamo in articolati scambi epistolari via mail.

Urbano e modaiolo, scivolo nel rito del brunch insieme a Giorgia. Il locale aspira a ricreare un’accogliente atmosfera da brasserie francese, con molto legno, luci basse e piccoli bicchieri di vino. Però si mangia di merda. Il mio vicino di tavolo a destra legge Repubblica, quello a sinistra il Giornale, in una contraddittoria große koalition domenicale. Entrambi vestono bene, optando per una misurata eleganza sportiva da professionista nel tempo libero. L’uno con maglione di cotone girocollo, l’altro in polo e giacca sportiva. L’uno mangia insieme alla moglie impegnata in chiacchiera telefonica apparentemente infinita, l’altro tiene d’occhio le due figlie biondissime che siedono educate e composte.
In zona caffè ci raggiunge il Guzzo per un saluto. Non ha ancora rotto con la fidanzata ma garantisce che il momento si avvicina: la sua granitica autostima non riesce a tollerare i continui comportamenti irrispettosi della ragazza, non ultimo l’aver mandato a monte un weekend a Londra a causa di un imprevisto sabato lavorativo.

Giorgia mi saluta verso le sette scappando ad una cena per l’organizzazione dell’addio al nubilato di Federica. Mi ritrovo con il Guzzo per un aperitivo allo Zero. Dopo, mi trascina al Bamboo.
– Ma è un posto di merda…
– Chi se ne frega devo vedere una – senza fiato, senza punteggiatura.
Il Bamboo si conferma posto di merda, popolato da quella che in un preoccupante scivolone misantropo chiamerei bassa umanità. Parcheggiato a fianco del bancone mentre il Guzzo avanza nel corteggiamento di una invidiabile biondina, mi cade l’occhio su un terzetto di ragazze alla mia destra. Oggettivamente tutt’altro che graziose, trovano rifugio nei loro tecnologici telefonini, come ad affermare l’esistenza di una loro rete di contatti umani oltre questa serata. Una scrive rapida un sms: Mamma mia che sclero.
Me ne vado, come scrivo nel sms al Guzzo quando sono già in macchina.

venerdì 6 novembre 2009

lo sgretolarsi tremolante del gong

Raccontami Ongii che scorri incessante preghiera che mormora al cielo
Del tuo monastero perduto dimmi la bellezza dei gesti e dei colori
Che ti hanno traversato e che hai riflesso
Dei bagliori dell'oro dei fuochi dei fumi e dei profumi d'incenso
Tra l'eco di conchiglie trombe campane fragore di tamburi di piatti
Lo sgretolarsi tremolante del gong
Giovanni Lindo Ferretti & CSI, Ongii

Ultimamente riascolto spesso Ongii dei CSI, tratto da Tabula Rasa Elettrificata del 1997 – per gli amanti dei dettagli terzo e ultimo album in studio dei CSI. Pur affascinato dal magnetismo di Giovanni Lindo Ferretti, ho accusato la sua vocazione poetica di eccessivo ermetismo, schiava del suo procedere per immagini e sentenze evocative che se spesso partoriscono idee illuminanti talora rimangono chiuse in sé stesse. Ongii è appartenuta a lungo alla seconda categoria e poi mi si è svelata in tutta la sua straniante poesia.
L’idea del fiume mongolo che, placido e immortale, ha visto passare secoli di vite umane, gesti quotidiani e abitudini del popolo nomade, viene cristallizzata in poche immagini che riescono in un attimo a racchiudere colori, profumi, odori, tradizioni, suoni, senso del tempo, attimi di vita: lo scorrere dell’acqua e della vita riflessa letto come preghiera incessante, i profumi d’incenso si intrecciano con il brusio della folla ed i richiami dei mercanti, le carovane sfiancate che attraversano le infinite steppe mongole. E trovo che l’immagine dello sgretolarsi del gong sia bellissima.
A dire il vero, dallo stesso album riascolto spesso pure Bolormaa, ma lì è legato all’emozione che provo ogni volta che entra la voce di Ginevra a metà brano. Ma questo è un altro discorso.

sabato 31 ottobre 2009

postmoderno in ritardo ?

La noto quando balla sul tavolo e la osservo quando si siede con inverosimile compostezza su un divanetto.
Viso pulitissimo, capelli biondi raccolti, trucco sapiente e leggero, gesti eleganti, occhi di ghiaccio ed aria scostante. Su di me, un cocktail assolutamente micidiale. Fossi Fabio Volo, direi una di quelle cazzate adolescenziali tipo che è una ragazza a cui vorrei dare piccoli baci d’inverno quando è avvolta in un cappotto ed una sciarpa pesante. Fossi Andrea De Carlo, direi una di quella cazzate d’atmosfera tipo che istantaneamente ho percepito una elettrica sintonia con il suo semplice essere lì in quel momento.
Oltre a constatare un insormontabile blocco psicologico, mi accorgo che trovo le parole insufficienti come se tutto fosse stato già detto quindi abusato e ormai privo di significato e l’unica strada fosse il giocare con i cliché. Oddio… che io stia diventando postmoderno con soli 50 anni di ritardo ?

sabato 10 ottobre 2009

post-weekend

Fermo al semaforo infinito di via Svevo, soppeso il telefonino osservando il messaggio di Giorgia. Grazie ancora del weekend. Ciao, G. Istantaneamente mi assale una considerazione. Giorgia ed io non sappiamo dialogare: il nostro tempo insieme è un montaggio alternato di monologhi senza punti di contatto. Mi sembra di sapere tutto di lei e al tempo stesso di non conoscerla per niente: non c’è intimità di sentimenti e pensieri, solo sequenze di fatti da esporre ed un passato da cui attingere esperienze e aneddoti.

Ieri sera mi ha travolto con l’amarezza di una sua frase, lasciata cadere con noncuranza mentre si truccava in bagno. Io seduto sul letto a sfogliare un pieghevole dell’ufficio del turismo di Parma, lei alle prese con l’eyeliner davanti allo specchio mi ha sparato questo pensiero spiazzante.
- Ho paura quando mi accorgo che molto della mia vita può essere sintetizzato con così poche parole. E’ come se non avessi vissuto.
Mi ha assalito l’angoscia di un bilancio di vita fallimentare e insoddisfacente. Non ho pensato a cosa potesse significare per lei, al suo bisogno di aprirsi così tanto con me. Egoisticamente ho visto me stesso riflesso nella sua amarezza e incatenato alla sua stessa considerazione. Non sono stato capace di aggiungere niente, dirle una parola di conforto o qualcosa del genere, non ho saputo fare niente di meglio che abbozzare un inutile sorriso di comprensione.

Astratto in questi pensieri, vengo richiamato alla realtà dal clacson di un altro automobilista che mi fa notare che il semaforo è finalmente diventato verde. Chiedo scusa e riparto rapido.

Pulisco la mail di inutili newsletter e mailing list accumulatesi nel weekend, trovo una mail di Marianne che mi estende l’invito ad un gruppo di lettura su Philip Roth sostenendo che noi dobbiamo riavvicinarci alla cultura ebraica. Pur non comprendendo appieno il significato di quel “noi” – non mi sembra di aver mai aderito ad alcuna corrente di pensiero che rifiutasse scientemente la cultura ebraica – mi lascio coinvolgere e domani mi ritroverò con un Roth sul comodino. Non riesco mai a dirle di no.

lunedì 5 ottobre 2009

quella estate

Nel parco dove faccio stretching dopo l’allenamento, incontro spesso un signore anziano con un cane ossuto, lungo e sottile, il cui muso dalle orecchie basse sembra indicare una perenne malinconia. Il cane triste si aggira timoroso, annusa con circospezione la base dei tronchi degli alberi, scruta sospettoso gli altri cani, andando sempre a cercare con gli occhi l’approvazione del padrone.
- Lo vede come mi guarda colpevole ? E’ mortificato che io sia costretto a raccogliere i suoi escrementi… Vede ? Prima di fare i suoi bisogni mi osserva con gli occhi tristi, come a scusarsi per quanto mi costringe a fare.
Il signore parla srotolando con gesti lenti il sacchetto in plastica per la civica raccolta delle deiezioni canine.

Per un bizzarro flash della memoria mi viene in mente un elegante ristorante di Cannes dove avevamo mangiato degli strepitosi frutti di mare: nelle superficiali chiacchiere da tavola, fra italiani ci si sorprendeva di come i vicini marciapiedi fossero tempestati di escrementi di cane a indicare uno scarsissimo senso civico dei nostri cugini francesi.
La piacevole serata era finita in modo imbarazzante quando il mio allora futuro suocero, visibilmente ubriaco, si era messo a litigare con un francese per un parcheggio. Nonostante desiderassi ardentemente che venisse pestato, ero stato costretto a dividere i due dementi insieme al mio allora futuro cognato. Credo che Giulia si fosse vergognata più di me, lei sempre così schiva e controllata.

Quella estate avevamo affittato una casa nell’entroterra insieme ad un gruppo di amici. Per una curiosa coincidenza di eventi, stavamo tutti vivendo una fase di transizione: da lì a poco si sarebbero delineati i momenti delle scelte di vita, chi avrebbe deciso di allontanarsi per seguire prospettive di lavoro, chi avrebbe optato per la famiglia, chi avrebbe semplicemente deciso di non scegliere.
Mangiavamo sempre all’aperto, su un lungo tavolo in legno sotto il pergolato. Le cene sembravano non finire mai, c’era sempre un’altra bottiglia di vino da stappare, un’ultima sigaretta, un ultimo pensiero.

Il Guzzo, asciutto e solitamente non incline a filosofie e discorsi ispirati, non ha mai nascosto un’amara nostalgia per quelle serate estive. Avevamo lasciato quella casa seguendo percorsi casualmente analoghi: la fine di un’estate e non molto dopo la fine di una storia con relative certezze piani e programmi. Di fronte a noi stavano le opportunità professionali, i cambiamenti, le nuove città e le nuove prospettive: nel momento delle scelte, eravamo soli.

martedì 29 settembre 2009

appunti giapponesi, tre

Gli ultimi giorni sfoggio con soddisfazione rumorosi risucchi nel mangiare gli udon nelle tavole calde: osservando gli altri commensali comprendo il determinante impiego del cucchiaio in abbinamento agli hashi per sorbire gli udon insieme al brodo.
Il ristorante più caratteristico che sperimentiamo è una taverna di Tokyo, spartana, caotica e poco igienica: le giovani cameriere in gambali di gomma affrontano con sicurezza il pavimento bagnato da pescheria, servendo succulenti piatti di tonno cucinati a vista da un cuoco dai modi burberi e sbrigativi. Dopo un paio di tentativi a vuoto e un paio di birre corroboranti, abbandoniamo ogni pretesa di un ordine ponderato e ci affidiamo agli eventi, indicando i piatti dei vicini di tavolo o lasciando fare alle ragazze in gambali: ci arriva pure una testa di tonno, peraltro eccellente.
Non sempre il tentativo del pranzo rapido e frugale dà i suoi frutti: dopo un gelato al volo, a Beppu ci ritroviamo affamati alle cinque del pomeriggio a mangiare okonomiyaki e bere birra, in un bislacco tentativo di esportare la nostra abitudine all’aperitivo.
Manco l’incontro con il manzo di Kobe ma a Takayama sperimento quello di Hida.
L’imperante caldo umido spinge a bere per riassorbire liquidi, inevitabile quindi il successo dei distributori di bevande, sempre fornitissimi e – ovviamente – funzionanti alla perfezione.

La nostra vicina di tavolo al ristorante ha occhi enormi e irreali, probabilmente porta lenti a contatto speciali. Non riesco a smettere di fissarla: sembra di avere accanto un cartone animato con quegli occhioni brillanti e gioiosi. Mi sembra in generale di cogliere un certo gusto per il lolitismo – teenager in uniforme, testimonial pubblicitari e idoli j-pop giovanissimi – e per gli occhi grandi e comunicativi, come nei manga.

Forse perché è lunedì sera e siamo nei dintorni di Obon, lo sfavillante quartiere Dōtonbori a Osaka è pressoché deserto. Però i takoyaki delle bancarelle sono gustosissimi.
Anche Roppongi, in teoria epicentro delle sfrenate notti di Tokyo, è alquanto deludente.

Pausa prima di cena. In terrazza, davanti allo skyline di Osaka al tramonto, lineare profilo urbano, un libro ed una Kirin. Anni fa avrei idealizzato un attimo del genere, l’avrei vissuto come pura gioia cristallizzata, avrei assaporato il gusto della nostalgia anzitempo. Non ci riesco più, mi sfugge la magia del momento.

appunti giapponesi, due

Il cemento, asciutto e concreto, è materiale perfetto per un monumento al dolore.
Il memoriale di Hiroshima non ha pretese artistiche ma trasmette l’ingombrante peso della Storia. Laddove si è particolarmente accanita, la Storia lascia un segno tangibile ed inequivocabile: succede a Berlino, succede a Hiroshima. Ne percepisci il fragore, l’eredità, il monito.

Storicamente l’imperatore ha sempre avuto un ruolo di secondo piano, subordinato all’autorità politica e militare. Mi fa tenerezza pensare alla massima carica del paese costretta ad una vita di etichetta e formalità mentre qualcun altro comanda (una volta lo shogun, oggi il primo ministro): nelle afose peregrinazioni turistiche per templi buddisti e santuari scintoisti, mi piace immaginare un imperatore avvilito, che percorre con lunghi passi sconsolati il giardino imperiale, rimuginando sulla sua amara condizione di esautorato dal potere.

Nella vivace notte di Hiroshima, Matsumoto ed i suoi espansivi amici ci offrono la cena in un izakaya, brindiamo con la birra e cerchiamo di capirci fra inglese stentato e body language.
Più tardi: il Molly Malone’s è un pub irlandese arredato dalla Guinness, frequentato da occidentali anglofoni a da un azzimato giapponese ubriaco che si cimenta nel moonwalk del defunto Michael Jackson. Locale piuttosto anonimo se non fosse per l’estroso guizzo nei bagni: l’orinatoio non è montato a parete bensì sulla vetrata del quarto piano con vista sul traffico di Choi Dori. Imperdibile.
Ancora più tardi: il minuscolo Barcos discoclub accoglie le danze di occidentali sudati, pochissimi giapponesi e qualche latinoamericano.

Nella vivace notte di Pontochō a Kyoto, Denis e gli altri italiani nippofoni ci fanno compagnia nel cosmopolita A-Bar dove il lungo tavolo in legno svolge appieno il suo ruolo socializzante, fra birre in comune e stuzzichini fritti.
Più tardi: il proprietario dell’ING, appassionato di musica, omaggia i suoi clienti italiani con i Baustelle e dei CSI d’annata. Ascoltare Ferretti cantare mimporta na sega in un bar di Kyoto è quantomeno straniante.

Terra vulcanica e in divenire ci mostra la forza degli elementi: il tifone Etau risale dal sud-est asiatico colpendo il sud dell’isola e scivola al largo di Tokyo, aggiungendo pioggia e vento all’afoso smog metropolitano. Un terremoto fa ballare i tavoli del ristorante, i volti per niente allarmati degli altri clienti non ci fanno preoccupare: non apprendiamo dell’intensità del sisma finché non arrivano impensieriti sms da Occidente.

appunti giapponesi, uno

Il lungo profilo d’anatra dello Shinkansen Hikari scivola in stazione: con millimetrica precisione il convoglio si ferma in perfetta corrispondenza dei segnali predisposti sulle piattaforme, garantendo rapido e infallibile accesso ai viaggiatori ordinatamente disposti in file a L lungo il binario. A bordo regna un educato silenzio, condiviso fra viaggiatori, telefonini e personale di bordo, saltuariamente interrotto dagli annunci delle fermate, preannunciati da un jingle discreto.
Gentilezza e cortesia ti sorprendono in ogni gesto: gli inchini educati, il resto porto come dono prezioso dai cassieri, le piccole attenzioni del semplice passante. Questa diffusa cortesia comportamentale denota un’innata predisposizione ma anche una naturale sottomissione del commerciante (chi eroga un servizio) al cliente (chi acquista un servizio) e più in generale una rigida visione gerarchica dei rapporti interpersonali, anche se solo temporanea. Per confronto, è curioso notare come nell’occidente capitalista questa esperienza sia sperimentabile solo qualora si denoti un’inequivocabile disparità di reddito e ceto (boutique d’alta moda, hotel di lusso, voli in first class…).

Sebbene con adolescenziale coerenza idealista mi rifiuti di frequentare le catene internazionali di locali omologati, devo riconoscere che la vista su Shibuya Crossing dalla vetrata di Starbucks è notevole. Con il classico bidone di frappuccino alla mano e una stupenda ragazza giapponese in kimono casualmente seduta sullo sgabello a fianco, mi piace osservare l’inesauribile flusso della folla nell’incrocio iconograficamente più rappresentativo del Giappone metropolitano. Shibuya e Shinjuku confermano all’istante l’immagine cristallizzata della Tokyo urbana: la folla e i treni della Yamanote che scorrono sopraelevati fra i grattacieli, la frenesia, i negozi, gli schermi e le luci. Ginza potrebbe essere la strada dello shopping di qualsiasi città del mondo, priva com’è di elementi caratteristici, così come lo shopping vintage e alternativo di Shimokitazawa. Harajuku offre una visione pittoresca seppur superficiale sui teenager giapponesi, fra cosplay, negozi vintage, aree creative e lo shopping di Takeshita Dori. Il fragore dei pachinko è frastornante, così come il Club Sega di Akihabara, un’estenuante sala giochi nel quartiere dello shopping elettronico. Il Gundam a grandezza naturale, costruito a supporto della candidatura di Tokyo alle Olimpiadi del 2016, accoglie un’impressionante folla di giapponesi a Odaiba.

Il 30 agosto, il Partito Democratico stravince le elezioni politiche sconfiggendo il premier uscente Taro Aso ed il suo Partito Liberal Democratico. Al potere (quasi) ininterrottamente dal 1955, i liberal-democratici hanno accompagnato mezzo secolo di storia giapponese, dalla ricostruzione post-bellica al consolidamento del paese come super-potenza economica, dall’esplosione della bolla anni Novanta al conseguente crollo di molte certezze sociali – l’irruzione del precariato lavorativo, la svalutazione dello yen, il disagio sociale – fino all’attuale crisi economica. Il paese ha espresso una chiara volontà di cambiamento, compito arduo da raccogliere per il neo-eletto partito democratico ed il suo leader Yukio Hatoyama, che dovrà cercare un difficoltoso compromesso fra istanze di welfare e equità sociale con l’urgenza di scelte liberiste per favorire l’uscita della crisi e accelerare il rilancio economico del paese.

sabato 12 settembre 2009

un incontro casuale

Poco fa ho incontrato per caso Ramos Shimada. Parlava di ricominciare, di riprovare a imprimere parole sullo schermo con una certa sistematicità. Mi permetto di associarmi a questa dichiarazione di intenti.

mercoledì 10 giugno 2009

sulla strada

Se guido a lungo riduco il senso di attenzione: metto in atto un’inconsapevole sequenza di movimenti meccanici ed istintivi, esclusive risposte a stimoli muscolari, apparentemente senza alcun intervento cosciente. Non provo il minimo senso di affaticamento ma dubito che sarei in grado di rispondere prontamente ad un imprevisto. Lo scollamento è adesso totale: la radio ingestibile per le continue gallerie e nessun cd interessante a portata di mano mi hanno costretto a spegnere lo stereo, lasciandomi in uno stato di catatonica attenzione alla strada.

In coda alla cassa dell’autogrill per un caffè ristoratore, mi affiancano due ragazze che sembrano uscite da un manuale per aspiranti Paris Hilton: look, portamento e dettagli sono inaccettabilmente fashion, dagli occhiali fascianti Dior al microscopico cane scheletrico e bizzoso portato nell’apposita borsetta a tracolla. Inutile dire che fra tacchi, jeans vita bassa, frangetta supponente e consapevolezza provocante, le due ragazze riscuotono un certo successo fra gli avventori maschi – io con loro – richiamando alla mente scontati desideri erotici di ispirazione televisiva. Sebbene comprenda come l’adeguarsi – o il non adeguarsi – ad un riconoscibile modello estetico sia un facile metodo per affermare la propria presenza sociale, di sicuro più rapido che imparare a trasmettere un’immagine incisiva e convincente della propria personalità, mi risulta difficilmente giustificabile un’aderenza così eccessiva ad un modello viziato e infine ben poco trasgressivo. Più che una valutazione strutturata è un mero spunto estemporaneo: non sono a mio agio con la formulazione di opinioni articolate, mi serve un interlocutore a guidarmi nella messa a fuoco dei frammenti indistinti. Astratto nei miei pensieri non mi accorgo dello sguardo perplesso della cassiera che mi allunga lo scontrino.

Fra i palazzi anneriti della periferia, quando l’autostrada si alza in cavalcavia reclamando il suo status di arteria preferenziale prima di essere fagocitata dal traffico cittadino, Lifegate radio inanella una sequenza di canzoni perfetta: calda, notturna, scivola come velluto, suggerendo di non fermarti mai, guidare tutta la notte sulla scia delle note. L’irrompere di una qualche interessante pubblicità eco-sostenibile spezza la magia e ti spinge a imboccare mestamente il viale verso casa.

martedì 9 giugno 2009

l'anticristo


Premetto: non conosco sistematicamente Von Trier; mi sono semplicemente imbattuto in alcuni dei suoi film.
Von Trier è folle. Folle ma genio. Quando un’opera d’arte continua a pulsarti in testa anche se non ti è piaciuta, allora c’è qualcosa di geniale. Antichrist è volutamente eccessivo, inutilmente sanguinoso, truculento fino all’offensivo o al ridicolo a seconda di quale sia la resistenza del vostro stomaco; è barocco, confuso, affetto da un simbolismo semplicistico e ostentato. Ma lo spessore di Von Trier Autore è esaltante: la forza e l’autorità con cui porta avanti le sue idee di cinema sono esemplari, il vigore delle sue scelte riempie l’occhio e la mente parcheggiandosi ingombrante nell’immaginario dello spettatore. Non me lo immagino come persona umile e modesta, lo sospetto animato da una vocazione messianica (tutta la ferrea dottrina del Dogma: un nuovo codice per superare le convenzioni pre-esistenti; la ribellione attraverso la disciplina). Elementi (per me) visivamente decisivi in Antichrist: l’aria di Händel ed il sontuoso bianco e nero nel manieristico slow-motion iniziale; la foresta sgranata come orrorifica Natura primordiale; il sordo e ossessivo cadere delle bacche; le radici spettrali che diventano grovigli di corpi nudi; alcune interferenze digitali. Per il resto, dichiaro la mia superficialità e ignoranza: non voglio cercare di capire a fondo il perché, la figura della Donna-Gainsbourg, la misoginia e Ratisbona, il fuoco purificatore, il ruolo volutamente apatico dell’Uomo-Dafoe, la simbologia dei tre mendicanti, le esibite mutilazioni, le cadute di stile (il piede caprino, gli animali parlanti, la fuga nel bosco).

martedì 21 aprile 2009

all'aperitivo

Durante un sofisticato aperitivo di un sabato primaverile, l’aria si mantiene frizzante a dispetto dell’ambiziosa gioventù che già in abiti leggeri si intrattiene di fronte al locale. Di gran moda il calice di vino che spodesta i pre-dinner più canonici, offrendo eleganza a supporto della gestualità sociale dei presenti.
Grazie ad alcune amicizie comuni, mi ritrovo a scambiare due parole con una ragazza: niente di memorabile, indolore scambio di informazioni superficiali per costruire una minima conoscenza reciproca.
Parlando del recente weekend pasquale, lei mi dice che lo ha trascorso nella tranquillità della sua casa in montagna, lontana dalla frenesia della città, dagli obblighi sociali e dalla zavorra della mondanità. Trentenne professionista votata al consapevole understatement del tacco basso, sfoggia navigata maturità parlando della sua fuga dalla smania degli impegni urbani: sai, sono stata un po’ da sola, mi sono rilassata, ho fatto qualche passeggiata, mi sono letta un libro…
E lì l’errore, madornale. Una saggia vocina interiore mi suggerisce di non farlo, di lasciar perdere, di non essere pedante, di evitare una domanda la cui risposta di sicuro non mi piacerà. Ma niente da fare: a testa bassa apro la bocca e sparo la domanda più stronza della mia serata: Ah, bello. E che libro hai letto ?
Ecco, non ci posso credere: l’ho detto. Non me ne posso capacitare. Mi chiedo perché io commetta errori così grossolani.
Sadica e inevitabile, la sua risposta arriva come una staffilata: quello di Fabio Volo. Sorrido con sportività, bevo un sorso di Morellino – facile, non impegnativo – e si procede.

martedì 14 aprile 2009

NYC, marzo

Inseguendo la debole traccia dei suggerimenti di Time Out al confine fra East Village e Lower East Side, arriviamo all’ingresso del Lit Lounge sulla Seconda Avenue, dove un improvvisato doorman emaciato – lontano anni luce dall’immagine stereotipata del doorman, alternativamente rappresentata da prestante elegantone con espressione ottusa o colossale ragazzo di colore – ci impedisce l’ingresso sventolando l’abusata scusa del private party. Provo a sottolineare come ne parlasse Time Out motivo per cui la scusa del private party non sia sostenibile: il doorman si stringe nella spalle (he shrugs) come a dire che deve suo malgrado attenersi alle ingiuste regole della direzione, che lui per primo non comprende questo approccio esclusivista. E infatti non lo comprendiamo neanche noi, ma evitiamo di insistere; scendiamo quindi di poco verso sud per infilarci al Sin Sin/Leopard Lounge sulla Quinta Est, che si rivela però scarsamente popolato e indegno di sosta. Ci allunghiamo allora fino al Bowery Electric sulla Bowery giusto per rimanere altrettanto delusi: il concerto nel basement è finito e nel main floor stazionano soltanto alcuni amici intimi del barman ed una coppia che amoreggia su uno sgabello. Di certo è andata meglio qualche sera fa al Sullivan Room a due passi dalla NYU, affollato di gioventù danzante apparentemente estasiata dalla mancanza di fantasia del dj house, oppure al 55 in Cristopher st, dove una band jazz guidata da una talentuosa chitarrista si lanciava in re-interpretazioni fusion del repertorio di Hendrix.

25 anni fa McInerney apriva magistralmente Le mille luci di New York sulla notte senza fine di Chuck, una discesa negli inferi mondani dai piani alti del pre-serata in zona Upper East Side fino ad un improbabile dialogo con una ragazza rapata a zero in qualche malfamato locale del Village. L’inquisitoria seconda persona singolare utilizzata da McInerney marca il segno di un’epoca: é dirompente, ossessiva, spietata. Dai fanghi della notte sostenuta dal tiramisù boliviano, riemergono i colori allegri del recente passato: la felice vita di una coppia appena arrivata al Village.

A passeggio sulla 86esima Est chiacchieriamo con una benestante signora americana al rientro dalla passeggiata a Central Park, il suo cane orgoglioso le porta i guanti per sentirsi utile. Ci separiamo sulla Lexington, quando deviamo verso sud per pranzare in un diner suggerito dalla Lonely: l’ambiente è sì classico e la cameriera sufficientemente sovrappeso ma non soddisfiamo il nostro bisogno di un’iconografia da film americano. In fondo non è che potessimo pretendere troppo: non ci troviamo lungo una popolare interstate ma nell’Upper East Side, dove i palazzi hanno i portieri in livrea e gli ingressi in marmo ed un posto auto costa 700 dollari al mese … Il nostro desiderio viene in parte soddisfatto da Cozy Burger su Broadway all’altezza dell’Ottava, dove chiacchieriamo con il cameriere greco che ci serve deluxe cheeseburger, milkshake, un ricchissimo cheese cake e gli immancabili bicchieroni di acqua e ghiaccio.

Il calvario di Sherman McCoy comincia fra la profusione di marmo del suo appartamento di Park Avenue, laddove il Padrone dell’Universo viene ritratto inginocchiato a terra intento a lottare con un riottoso bassotto, sua scusa per uscire di casa e dedicarsi a pratiche fedifraghe. 22 anni fa, nel Falò delle vanità Tom Wolfe dava sfoggio della sua profonda conoscenza dell’upper class newyorchese, un popolo autoreferenziale, esigente e sofisticato. Anche se a vederlo – spocchioso, esile, in total white – Wolfe non ispira istantanea simpatia, è innegabile la sua pluriennale abilità nel cogliere stili di vita, status, contraddizioni, gusti e tendenze dell’epicentro New York (dalla sua attività di giornalista per il pioneristico New York di Clay Felker negli anni Sessanta fino alle pagine del Falò).

L’abbondanza dell’offerta e i prezzi vantaggiosi scatenano gli acquisti anche nei più riluttanti: temporaneamente rapiti dal demone dello shopping girovaghiamo per l’outlet Century 21 a Lower Manhattan, che si affaccia sul cielo livido e la neve che si abbatte su Ground Zero. Forse per i lavori in corso, forse per il freddo che suggeriva di non soffermarsi troppo all’aperto, non traggo alcuna sensazione da Ground Zero: troppo forte l’immagine nelle nostre memorie di ciò che è stato al confronto della vista presente di un vuoto che, a causa di gru e varia attività umana restauratrice, non sembra essere più tale.

Nella serrata giornata di Monty Brogan nella 25° Ora, Spike Lee inserisce una sequenza memorabile in cui sovrascrive l’assordante dolore dell’11 settembre alla trama del suo film. Angosciante piano sequenza, camera fissa, punto di vista leggermente rialzato: inquadratura teatrale del dialogo fra Frank e Jacob su una vetrata che si staglia implacabile sulla ferita ancora aperta di Ground Zero. Spike Lee è spietato: non è permesso distogliere lo sguardo, il dialogo viene trascinato oltre il necessario per costringerti nell’inquadratura fissa.

domenica 15 febbraio 2009

cena aziendale

Più di una volta provo una spiacevole sensazione di scollamento dalla realtà sociale che mi circonda e mi ritrovo ad annaspare con scarsissima credibilità per riacquisire un minimo di presenza mondana. Alcuni miei vicini di tavolo sembrano aver trovato inesauribili filoni di conversazione da cui mi sono auto-escluso fin dagli antipasti. Il Vermentino di Sardegna mi tiene compagnia con la sua allegria fino al dolce, quando i reiterati brindisi mi offrono l’occasione per uscire dall’angolo e riallacciare alcuni imprescindibili contatti.
In piedi con i bicchieri di spumante brindiamo e rimescoliamo le carte della serata: con il suo vestito nero, Angela mette in chiaro che la palma della più bella dell’ufficio spetta a lei e che a nulla valgono i tentativi delle altre ragazze di scipparle il titolo. Non è della stessa opinione Aldo, il cui parere mi sembra però non oggettivo bensì dettato dalla filosofia La volpe e l’uva. L’inconsueta allegria di Veronica sembra suggerire un abuso di Vermentino, mentre Manuela mi descrive con profusione di dettagli le impressioni sul suo nuovo incarico lavorativo, nato per fornirle interessanti prospettive di crescita nonché nuovi stimoli professionali ma ahimè ridottosi rispetto alla promesse a causa di un imprevisto ridimensionamento dell’interesse aziendale nel business specifico. Giuro che ha detto veramente così. Provo a condividere con Aldo l’eccessiva formalità del soggetto: secondo me quella lì non gode neanche quando scopa mi risponde asciutto.

Ad un altro tavolo siede mestamente Rossetti, in pensione dallo scorso mese. Inequivocabile sul suo volto l’amarezza di chi ha sempre fermamente creduto nell’istituzione azienda e non ha gradito l’accelerazione della pratica del pre-pensionamento.
Poco lontano da noi una cena di lavoro tutta al femminile, probabilmente un centro estetico o qualcosa di analogo: di certo non bellissime, ma di sicuro effetto nel contesto grazie ad una certa vistosità di modi e abiti. Matteo e Aldo le hanno già etichettate come facili conquiste – il termine utilizzato non è propriamente questo – in virtù di un’interpretazione a mio parere un po’ semplicistica dei comportamenti femminili. Inutile dire che stando ai resoconti del lunedì successivo il finale della serata darà inevitabilmente ragione ad Aldo.

Carichi di Vermentino, spumante e successivi drink finiamo compatti a ballare: il momento delle danze infrange le distanze di sicurezza reciproche cui siamo abituati mentre l’alcool eccita l’ambiente e tutti sembrano piacersi come mai prima. Matteo confessa che questa sera gli piace pure Veronica, che effettivamente vedo assumere un suo valore sessuale che evidentemente finora non avevamo mai percepito.

Verso le quattro lascio il gruppo, con Aldo che ormai staziona intorno ad una bionda del presunto centro estetico, Matteo che persegue la missione Veronica, Angela che è stata raggiunta dal fidanzato.
Alle otto mi attende la sveglia per un weekend a Parma con Giorgia: alla fine l’idea di un aperitivo o cena è stata direttamente sostituita dalla ben più ingombrante proposta di un weekend insieme.

giovedì 12 febbraio 2009

gli sguardi fugaci e frettolosi

gli incontri e gli sguardi fugaci e frettolosi, come se ci si dovesse giocare tutto in un momento, quando incrociamo una persona in aeroporto o in metropolitana e sappiamo che esiste solo quel frammento che ci viene messo a disposizione, solo quella scheggia di tempo in comune perchè il destino beffardo non sarà così magnanimo da concederci un’altra occasione per cui non avremo altro istante che quello, labile, in cui gli sguardi si incrociano e consci della loro precarietà li carichiamo di significato, attesa, attenzione e promesse, perché sappiamo che perderemo tutto e allora siamo generosi come di solito non siamo mai.

domenica 8 febbraio 2009

di ritorno

Quanto hai impiegato a fare la tua passeggiata ? mi chiede Alberta dal bagno, mentre sono sprofondato nel divano a leggere. Non lo so. L’era del cronometro è finita. Fino a poco tempo fa avevo l’abitudine di cronometrare maniacalmente ogni gesto e attività quotidiana. Credo che questa mia pratica abbia costituito prezioso materiale per le elucubrazioni psicologiche di Alberta. Conoscevo alla perfezione la durata di ogni azione. Avrei potuto vivere scandito da un metronomo. Poi un giorno ho smesso.

Alberta mi accompagna in stazione insieme a Chiara che mi regala un disegno: una versione di me lunga come un’ombra che saluta con una mano enorme.

Scivolando nel corridoio affollato, raggiungo lo scompartimento della mia prenotazione. Seduti vicino al finestrino, due giovani militari al rientro della licenza: gli sguardi persi nel paesaggio oltre il vetro o in alternativa nello schermo del telefonino. Le loro telefonate sono tutte ascrivibili a due categorie: aggiornamenti sulle rispettive tempistiche di rientro con altri commilitoni in licenza; aggiornamento sullo stato del viaggio con mamme e fidanzate rimaste a casa. Nel sedile centrale, brillante anziana signora romana, cui principale argomento di conversazione sembra essere l’inefficienza del nostro sistema ferroviario. Ogni minima incertezza nell’avanzare del convoglio, ogni sosta in stazione prolungata oltre l’intervallo di tempo che lei giudichi essere sufficiente, scatenano il suo disappunto verbale. Di fronte a lei, giovane intellettuale sinistrorso accompagnato da copia d’ordinanza di Manifesto e Internazionale. Guarda con malcelato disprezzo i due militari, ai suoi occhi probabilmente classificabili come borgatari plausibilmente fascistoidi. Di fronte a me, studentessa dai capelli raccolti, appisolata con I-Pod e Ammaniti. Io e il sinistrorso vorremmo stabilire un contatto con la suddetta studentessa, ma lei sembra fuggire ogni nostro possibile sguardo. E’ probabile che preferisca l’onesta concretezza dei militari alla confusa inconsistenza del debole sinistrorso e del sottoscritto.

Vengo svegliato da una telefonata del Guzzo che sta trascorrendo il weekend nella casa al mare della fidanzata. Sembra che lei abbia fatto naufragare l’elegante cena del sabato sera a causa di continue telefonate per un’impellente emergenza lavorativa.
Non so come il Guzzo sia riuscito a tollerare il cameriere che gli chiedeva se dare ordine alla cucina di ritardare i secondi fino a che la signora non fosse tornata al tavolo. Solo, umiliato davanti allo champagne che si spegneva nel secchiello, circondato da ingombranti fruscii sommessi, luci soffuse e dall’educato conversare degli altri tavoli.
Cazzo, io la lascio. Ieri sera mi ha veramente rotto il cazzo mi dice poco prima che io perda la linea quando il treno entra in galleria.

vivere di miraggi

Quando manca una vita vera, allora si vive di miraggi. E’ sempre meglio che niente.
Anton Pavlovič Čechov, Zio Vanja (traduzione di Gian Piero Piretto)

In mezzo alle scene di vita di campagna di Zio Vanja, Čechov piazza una frase asciutta e secca come una coltellata. L’anonima routine della vita di campagna interrotta dalla visita del professore e dell’affascinante Elena riprende monotona e totalizzante dopo la loro dipartita, nella perfetta ciclicità della storia.
I personaggi sono accompagnati da una totale malinconia e assenza di gioie e stimoli, proiettati in un’esistenza mediocre ed abitudinaria da cui sono esclusi amori, sentimenti e tensioni spirituali più alte.
Da quel poco che ho letto su Čechov mi incuriosiscono la sua iniziale mancanza di fiducia nelle proprie doti letterarie, relegate a passatempo secondario rispetto alla sua professione di medico, la sua inquietudine creativa e vitale, la sua ritrosia artistica, l’incerta e dimessa opinione di sé nonostante il successo: in me il fuoco brucia uniforme e indolente, senza improvvise vampate e scricchiolii… ecco perché non commetto evidenti sciocchezze né atti decisamente intelligenti. Manco di passione.

domenica 18 gennaio 2009

¡Viva Cuba Libre!, 2

La povertà dei mezzi ispira la fantasia: una lattina o un dentifricio, opportunamente tagliati, diventano dei colorati festoni da appendere fuori casa. Gli imballaggi sono un problema: eccetto che nei locali puramente turistici, i sacchetti di plastica e la carta per alimenti sono rarissimi; facile quindi che la pizza de queso calda, appena sfornata, venga appoggiata su un pezzo di cartone prontamente strappato da qualche scatolone a portata di mano.

Claudio è convinto che nell’hotel di Bayamo della catena Islazul abbia soggiornato Gagarin.
E io li immagino: negli anni Sessanta i cosmonauti russi, con il fisico e la mente duramente provati dalle prime missioni nello spazio, vengono spediti a ritemprarsi al sole caraibico dell’alleata Cuba; come se non dovessero sentire la nostalgia della madre URSS, sono ospitati in edifici dagli angoli retti e dalle rigorose prospettive sovietiche.

Con il crollo dell’URSS e la conseguente interruzione del flusso di denaro e aiuti sovietici, all’inizio degli anni ’90 Cuba ha attraversato un periodo di severa ristrettezza economica in cui Castro ha dovuto adottare misure draconiane per fronteggiare la crisi.
Qualche anno dopo, allontanatasi l’ombra sovietica, Cuba ha aperto alla Chiesa Cattolica con la visita ufficiale di Papa Wojtyla. Alcune chiese sono state oggetto di un robusto restauro in occasione della visita papale, altre versano nello stato di fatiscente decadenza cubana.

Una frontiera con guardie armate e controllo passaporti segna l’accesso a Cayo Coco, seconda area turistica cubana dopo Varadero, a cui però i cubani non sono ammessi, in una sorta di spietato apartheid turistico.
Mentre nella spiaggia popolare di Playa Maguana oziano le famiglie cubane, vagano gli onnipresenti cani ossuti e grufolano addirittura i maiali (che vanno ghiotti per le noci di cocco), la finissima sabbia di Playa Pilar è calpestabile solo da piedi capitalisti.

Hemingway ha vissuto a lungo a Cuba: oltre ad un probabile sosia che ho incrociato sul Malecon dell’Avana, intento a fumare pensoso un sigaro a torso nudo, il pellegrinaggio hemingwayiano tocca l’hotel Ambos Mundos, la Finca Vigia fuori città e i due celebri bar che lo scrittore frequentava abitualmente. Come tutti i locali storici divenuti icona e dati in pasto alle masse, hanno perso lo charme originario; tuttavia, il Floridita mantiene ancora il suo elegante fascino, con i barman in rosso, le luci basse, il lungo bancone in legno, i suoi Daiquiri con il maraschino.

I cubani non sembrano impazzire per Capodanno: allo scoccare della mezzanotte un semplice brindisi, gli auguri, qualche rarissimo fuoco artificiale nel cielo di Santiago e niente più. Essere un turista a Cuba ti garantisce quella libertà di movimento che nel mondo occidentale è tipico dei VIP: senza essere fermati da nerboruti addetti alla sicurezza, saliamo liberamente alla terrazza dell’Hotel Granda nel centro di Santiago per brindare alla mezzanotte con un’impagabile vista sulla città. Tania inventa l’ennesimo pericolante castello di bicchieri e guide turistiche per celebrare il momento con un autoscatto.

¡Viva Cuba Libre!, 1

I nuovi autobus cinesi Yutong sorpassano rapidi i carretti a cavallo ed i camion adibiti al trasporto persone, snobbando gli autostoppisti che invadono le corsie sventagliando i pesos necessari a contribuire alle spese di viaggio; dai rubinetti esce un esile e stentato filo d’acqua, mentre il dispenser del sapone liquido è un semplice complemento d’arredo perennemente vuoto; la penombra domina case e città nel sacrificio richiesto dalla crisi energetica; i fumi di scarico di auto e camion antidiluviani appestano l’aria.

Il primo gennaio 1959 Fidel entrava a Santiago e proclamava la vittoria della Revolución affacciandosi dal municipio di piazza Cèspedes. 50 anni dopo, nella stessa piazza, Raul Castro pronuncia un discorso celebrativo affiancato dai rappresentanti dei paesi del Sudamerica, con l’anti-americano Chavez in primissima fila. Qualche ora prima, le parole del neo-presidente americano Barack Obama aprivano ad una possibile distensione dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti.

Negli anni Quaranta e Cinquanta il Vedado brillava come epicentro della vita mondana americana a Cuba: L’Avana come protettorato della mafia della East Coast e luogo prediletto di gozzoviglio e divertimento, viveva nell’ambizione del Malecón, il tripudio coloniale dell’Hotel Nacional e, più avanti negli anni, l’orgoglio edilizio dell’Edificio Focsa. Adesso il Malecón sfoggia scorci di abbandono urbano in quel trionfo del fatiscente che é uno degli aspetti più affascinanti della Cuba contemporanea: la passata grandeur mostra oggi i calcinacci, l’erosione, la vittoria dell’umidità e dell’incuria. Le Cadillac e le Buick passano traballanti in nuvole di fumo nero, eccetto qualche raro esemplare dalle cromature perfettamente lucidate, solitamente utilizzato a scopo turistico. Il restauro dell’Avana storica ha dato i suoi primi risultati nel decoroso lastricato di Plaza Vieja: la piacevole illuminazione e gli edifici ristrutturati restituiscono la piazza al suo splendore ma, paradossalmente, la rendono meno affascinante.

Non c’è pubblicità a distrarre l’occhio, le uniche parole che irrompono nel paesaggio inneggiano all’inesauribile mito della Revolución nei suoi concetti cardine di orgoglio, socialismo, libertà, disciplina, autarchia e vittoria. Le foto di quegli anni sono cariche del fascino romantico del concretizzarsi di un’utopia: i barbudos arrampicati nella Sierra Maestra; l’inesauribile iconografia di Guevara; Fidel e Krusciov sulla neve durante la visita in URSS; alcuni scatti baciati da Dio, quando una singola foto rapisce una vita intera.
50 anni dopo non riesco a capire i risultati e soprattutto i danni del modello cubano e mi restano in testa troppe domande che non trovano risposta a causa della condivisibile reticenza dei locali e del mio insufficiente spagnolo.