domenica 18 gennaio 2009

¡Viva Cuba Libre!, 2

La povertà dei mezzi ispira la fantasia: una lattina o un dentifricio, opportunamente tagliati, diventano dei colorati festoni da appendere fuori casa. Gli imballaggi sono un problema: eccetto che nei locali puramente turistici, i sacchetti di plastica e la carta per alimenti sono rarissimi; facile quindi che la pizza de queso calda, appena sfornata, venga appoggiata su un pezzo di cartone prontamente strappato da qualche scatolone a portata di mano.

Claudio è convinto che nell’hotel di Bayamo della catena Islazul abbia soggiornato Gagarin.
E io li immagino: negli anni Sessanta i cosmonauti russi, con il fisico e la mente duramente provati dalle prime missioni nello spazio, vengono spediti a ritemprarsi al sole caraibico dell’alleata Cuba; come se non dovessero sentire la nostalgia della madre URSS, sono ospitati in edifici dagli angoli retti e dalle rigorose prospettive sovietiche.

Con il crollo dell’URSS e la conseguente interruzione del flusso di denaro e aiuti sovietici, all’inizio degli anni ’90 Cuba ha attraversato un periodo di severa ristrettezza economica in cui Castro ha dovuto adottare misure draconiane per fronteggiare la crisi.
Qualche anno dopo, allontanatasi l’ombra sovietica, Cuba ha aperto alla Chiesa Cattolica con la visita ufficiale di Papa Wojtyla. Alcune chiese sono state oggetto di un robusto restauro in occasione della visita papale, altre versano nello stato di fatiscente decadenza cubana.

Una frontiera con guardie armate e controllo passaporti segna l’accesso a Cayo Coco, seconda area turistica cubana dopo Varadero, a cui però i cubani non sono ammessi, in una sorta di spietato apartheid turistico.
Mentre nella spiaggia popolare di Playa Maguana oziano le famiglie cubane, vagano gli onnipresenti cani ossuti e grufolano addirittura i maiali (che vanno ghiotti per le noci di cocco), la finissima sabbia di Playa Pilar è calpestabile solo da piedi capitalisti.

Hemingway ha vissuto a lungo a Cuba: oltre ad un probabile sosia che ho incrociato sul Malecon dell’Avana, intento a fumare pensoso un sigaro a torso nudo, il pellegrinaggio hemingwayiano tocca l’hotel Ambos Mundos, la Finca Vigia fuori città e i due celebri bar che lo scrittore frequentava abitualmente. Come tutti i locali storici divenuti icona e dati in pasto alle masse, hanno perso lo charme originario; tuttavia, il Floridita mantiene ancora il suo elegante fascino, con i barman in rosso, le luci basse, il lungo bancone in legno, i suoi Daiquiri con il maraschino.

I cubani non sembrano impazzire per Capodanno: allo scoccare della mezzanotte un semplice brindisi, gli auguri, qualche rarissimo fuoco artificiale nel cielo di Santiago e niente più. Essere un turista a Cuba ti garantisce quella libertà di movimento che nel mondo occidentale è tipico dei VIP: senza essere fermati da nerboruti addetti alla sicurezza, saliamo liberamente alla terrazza dell’Hotel Granda nel centro di Santiago per brindare alla mezzanotte con un’impagabile vista sulla città. Tania inventa l’ennesimo pericolante castello di bicchieri e guide turistiche per celebrare il momento con un autoscatto.

¡Viva Cuba Libre!, 1

I nuovi autobus cinesi Yutong sorpassano rapidi i carretti a cavallo ed i camion adibiti al trasporto persone, snobbando gli autostoppisti che invadono le corsie sventagliando i pesos necessari a contribuire alle spese di viaggio; dai rubinetti esce un esile e stentato filo d’acqua, mentre il dispenser del sapone liquido è un semplice complemento d’arredo perennemente vuoto; la penombra domina case e città nel sacrificio richiesto dalla crisi energetica; i fumi di scarico di auto e camion antidiluviani appestano l’aria.

Il primo gennaio 1959 Fidel entrava a Santiago e proclamava la vittoria della Revolución affacciandosi dal municipio di piazza Cèspedes. 50 anni dopo, nella stessa piazza, Raul Castro pronuncia un discorso celebrativo affiancato dai rappresentanti dei paesi del Sudamerica, con l’anti-americano Chavez in primissima fila. Qualche ora prima, le parole del neo-presidente americano Barack Obama aprivano ad una possibile distensione dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti.

Negli anni Quaranta e Cinquanta il Vedado brillava come epicentro della vita mondana americana a Cuba: L’Avana come protettorato della mafia della East Coast e luogo prediletto di gozzoviglio e divertimento, viveva nell’ambizione del Malecón, il tripudio coloniale dell’Hotel Nacional e, più avanti negli anni, l’orgoglio edilizio dell’Edificio Focsa. Adesso il Malecón sfoggia scorci di abbandono urbano in quel trionfo del fatiscente che é uno degli aspetti più affascinanti della Cuba contemporanea: la passata grandeur mostra oggi i calcinacci, l’erosione, la vittoria dell’umidità e dell’incuria. Le Cadillac e le Buick passano traballanti in nuvole di fumo nero, eccetto qualche raro esemplare dalle cromature perfettamente lucidate, solitamente utilizzato a scopo turistico. Il restauro dell’Avana storica ha dato i suoi primi risultati nel decoroso lastricato di Plaza Vieja: la piacevole illuminazione e gli edifici ristrutturati restituiscono la piazza al suo splendore ma, paradossalmente, la rendono meno affascinante.

Non c’è pubblicità a distrarre l’occhio, le uniche parole che irrompono nel paesaggio inneggiano all’inesauribile mito della Revolución nei suoi concetti cardine di orgoglio, socialismo, libertà, disciplina, autarchia e vittoria. Le foto di quegli anni sono cariche del fascino romantico del concretizzarsi di un’utopia: i barbudos arrampicati nella Sierra Maestra; l’inesauribile iconografia di Guevara; Fidel e Krusciov sulla neve durante la visita in URSS; alcuni scatti baciati da Dio, quando una singola foto rapisce una vita intera.
50 anni dopo non riesco a capire i risultati e soprattutto i danni del modello cubano e mi restano in testa troppe domande che non trovano risposta a causa della condivisibile reticenza dei locali e del mio insufficiente spagnolo.