domenica 18 gennaio 2009

¡Viva Cuba Libre!, 1

I nuovi autobus cinesi Yutong sorpassano rapidi i carretti a cavallo ed i camion adibiti al trasporto persone, snobbando gli autostoppisti che invadono le corsie sventagliando i pesos necessari a contribuire alle spese di viaggio; dai rubinetti esce un esile e stentato filo d’acqua, mentre il dispenser del sapone liquido è un semplice complemento d’arredo perennemente vuoto; la penombra domina case e città nel sacrificio richiesto dalla crisi energetica; i fumi di scarico di auto e camion antidiluviani appestano l’aria.

Il primo gennaio 1959 Fidel entrava a Santiago e proclamava la vittoria della Revolución affacciandosi dal municipio di piazza Cèspedes. 50 anni dopo, nella stessa piazza, Raul Castro pronuncia un discorso celebrativo affiancato dai rappresentanti dei paesi del Sudamerica, con l’anti-americano Chavez in primissima fila. Qualche ora prima, le parole del neo-presidente americano Barack Obama aprivano ad una possibile distensione dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti.

Negli anni Quaranta e Cinquanta il Vedado brillava come epicentro della vita mondana americana a Cuba: L’Avana come protettorato della mafia della East Coast e luogo prediletto di gozzoviglio e divertimento, viveva nell’ambizione del Malecón, il tripudio coloniale dell’Hotel Nacional e, più avanti negli anni, l’orgoglio edilizio dell’Edificio Focsa. Adesso il Malecón sfoggia scorci di abbandono urbano in quel trionfo del fatiscente che é uno degli aspetti più affascinanti della Cuba contemporanea: la passata grandeur mostra oggi i calcinacci, l’erosione, la vittoria dell’umidità e dell’incuria. Le Cadillac e le Buick passano traballanti in nuvole di fumo nero, eccetto qualche raro esemplare dalle cromature perfettamente lucidate, solitamente utilizzato a scopo turistico. Il restauro dell’Avana storica ha dato i suoi primi risultati nel decoroso lastricato di Plaza Vieja: la piacevole illuminazione e gli edifici ristrutturati restituiscono la piazza al suo splendore ma, paradossalmente, la rendono meno affascinante.

Non c’è pubblicità a distrarre l’occhio, le uniche parole che irrompono nel paesaggio inneggiano all’inesauribile mito della Revolución nei suoi concetti cardine di orgoglio, socialismo, libertà, disciplina, autarchia e vittoria. Le foto di quegli anni sono cariche del fascino romantico del concretizzarsi di un’utopia: i barbudos arrampicati nella Sierra Maestra; l’inesauribile iconografia di Guevara; Fidel e Krusciov sulla neve durante la visita in URSS; alcuni scatti baciati da Dio, quando una singola foto rapisce una vita intera.
50 anni dopo non riesco a capire i risultati e soprattutto i danni del modello cubano e mi restano in testa troppe domande che non trovano risposta a causa della condivisibile reticenza dei locali e del mio insufficiente spagnolo.

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