domenica 15 febbraio 2009

cena aziendale

Più di una volta provo una spiacevole sensazione di scollamento dalla realtà sociale che mi circonda e mi ritrovo ad annaspare con scarsissima credibilità per riacquisire un minimo di presenza mondana. Alcuni miei vicini di tavolo sembrano aver trovato inesauribili filoni di conversazione da cui mi sono auto-escluso fin dagli antipasti. Il Vermentino di Sardegna mi tiene compagnia con la sua allegria fino al dolce, quando i reiterati brindisi mi offrono l’occasione per uscire dall’angolo e riallacciare alcuni imprescindibili contatti.
In piedi con i bicchieri di spumante brindiamo e rimescoliamo le carte della serata: con il suo vestito nero, Angela mette in chiaro che la palma della più bella dell’ufficio spetta a lei e che a nulla valgono i tentativi delle altre ragazze di scipparle il titolo. Non è della stessa opinione Aldo, il cui parere mi sembra però non oggettivo bensì dettato dalla filosofia La volpe e l’uva. L’inconsueta allegria di Veronica sembra suggerire un abuso di Vermentino, mentre Manuela mi descrive con profusione di dettagli le impressioni sul suo nuovo incarico lavorativo, nato per fornirle interessanti prospettive di crescita nonché nuovi stimoli professionali ma ahimè ridottosi rispetto alla promesse a causa di un imprevisto ridimensionamento dell’interesse aziendale nel business specifico. Giuro che ha detto veramente così. Provo a condividere con Aldo l’eccessiva formalità del soggetto: secondo me quella lì non gode neanche quando scopa mi risponde asciutto.

Ad un altro tavolo siede mestamente Rossetti, in pensione dallo scorso mese. Inequivocabile sul suo volto l’amarezza di chi ha sempre fermamente creduto nell’istituzione azienda e non ha gradito l’accelerazione della pratica del pre-pensionamento.
Poco lontano da noi una cena di lavoro tutta al femminile, probabilmente un centro estetico o qualcosa di analogo: di certo non bellissime, ma di sicuro effetto nel contesto grazie ad una certa vistosità di modi e abiti. Matteo e Aldo le hanno già etichettate come facili conquiste – il termine utilizzato non è propriamente questo – in virtù di un’interpretazione a mio parere un po’ semplicistica dei comportamenti femminili. Inutile dire che stando ai resoconti del lunedì successivo il finale della serata darà inevitabilmente ragione ad Aldo.

Carichi di Vermentino, spumante e successivi drink finiamo compatti a ballare: il momento delle danze infrange le distanze di sicurezza reciproche cui siamo abituati mentre l’alcool eccita l’ambiente e tutti sembrano piacersi come mai prima. Matteo confessa che questa sera gli piace pure Veronica, che effettivamente vedo assumere un suo valore sessuale che evidentemente finora non avevamo mai percepito.

Verso le quattro lascio il gruppo, con Aldo che ormai staziona intorno ad una bionda del presunto centro estetico, Matteo che persegue la missione Veronica, Angela che è stata raggiunta dal fidanzato.
Alle otto mi attende la sveglia per un weekend a Parma con Giorgia: alla fine l’idea di un aperitivo o cena è stata direttamente sostituita dalla ben più ingombrante proposta di un weekend insieme.

giovedì 12 febbraio 2009

gli sguardi fugaci e frettolosi

gli incontri e gli sguardi fugaci e frettolosi, come se ci si dovesse giocare tutto in un momento, quando incrociamo una persona in aeroporto o in metropolitana e sappiamo che esiste solo quel frammento che ci viene messo a disposizione, solo quella scheggia di tempo in comune perchè il destino beffardo non sarà così magnanimo da concederci un’altra occasione per cui non avremo altro istante che quello, labile, in cui gli sguardi si incrociano e consci della loro precarietà li carichiamo di significato, attesa, attenzione e promesse, perché sappiamo che perderemo tutto e allora siamo generosi come di solito non siamo mai.

domenica 8 febbraio 2009

di ritorno

Quanto hai impiegato a fare la tua passeggiata ? mi chiede Alberta dal bagno, mentre sono sprofondato nel divano a leggere. Non lo so. L’era del cronometro è finita. Fino a poco tempo fa avevo l’abitudine di cronometrare maniacalmente ogni gesto e attività quotidiana. Credo che questa mia pratica abbia costituito prezioso materiale per le elucubrazioni psicologiche di Alberta. Conoscevo alla perfezione la durata di ogni azione. Avrei potuto vivere scandito da un metronomo. Poi un giorno ho smesso.

Alberta mi accompagna in stazione insieme a Chiara che mi regala un disegno: una versione di me lunga come un’ombra che saluta con una mano enorme.

Scivolando nel corridoio affollato, raggiungo lo scompartimento della mia prenotazione. Seduti vicino al finestrino, due giovani militari al rientro della licenza: gli sguardi persi nel paesaggio oltre il vetro o in alternativa nello schermo del telefonino. Le loro telefonate sono tutte ascrivibili a due categorie: aggiornamenti sulle rispettive tempistiche di rientro con altri commilitoni in licenza; aggiornamento sullo stato del viaggio con mamme e fidanzate rimaste a casa. Nel sedile centrale, brillante anziana signora romana, cui principale argomento di conversazione sembra essere l’inefficienza del nostro sistema ferroviario. Ogni minima incertezza nell’avanzare del convoglio, ogni sosta in stazione prolungata oltre l’intervallo di tempo che lei giudichi essere sufficiente, scatenano il suo disappunto verbale. Di fronte a lei, giovane intellettuale sinistrorso accompagnato da copia d’ordinanza di Manifesto e Internazionale. Guarda con malcelato disprezzo i due militari, ai suoi occhi probabilmente classificabili come borgatari plausibilmente fascistoidi. Di fronte a me, studentessa dai capelli raccolti, appisolata con I-Pod e Ammaniti. Io e il sinistrorso vorremmo stabilire un contatto con la suddetta studentessa, ma lei sembra fuggire ogni nostro possibile sguardo. E’ probabile che preferisca l’onesta concretezza dei militari alla confusa inconsistenza del debole sinistrorso e del sottoscritto.

Vengo svegliato da una telefonata del Guzzo che sta trascorrendo il weekend nella casa al mare della fidanzata. Sembra che lei abbia fatto naufragare l’elegante cena del sabato sera a causa di continue telefonate per un’impellente emergenza lavorativa.
Non so come il Guzzo sia riuscito a tollerare il cameriere che gli chiedeva se dare ordine alla cucina di ritardare i secondi fino a che la signora non fosse tornata al tavolo. Solo, umiliato davanti allo champagne che si spegneva nel secchiello, circondato da ingombranti fruscii sommessi, luci soffuse e dall’educato conversare degli altri tavoli.
Cazzo, io la lascio. Ieri sera mi ha veramente rotto il cazzo mi dice poco prima che io perda la linea quando il treno entra in galleria.

vivere di miraggi

Quando manca una vita vera, allora si vive di miraggi. E’ sempre meglio che niente.
Anton Pavlovič Čechov, Zio Vanja (traduzione di Gian Piero Piretto)

In mezzo alle scene di vita di campagna di Zio Vanja, Čechov piazza una frase asciutta e secca come una coltellata. L’anonima routine della vita di campagna interrotta dalla visita del professore e dell’affascinante Elena riprende monotona e totalizzante dopo la loro dipartita, nella perfetta ciclicità della storia.
I personaggi sono accompagnati da una totale malinconia e assenza di gioie e stimoli, proiettati in un’esistenza mediocre ed abitudinaria da cui sono esclusi amori, sentimenti e tensioni spirituali più alte.
Da quel poco che ho letto su Čechov mi incuriosiscono la sua iniziale mancanza di fiducia nelle proprie doti letterarie, relegate a passatempo secondario rispetto alla sua professione di medico, la sua inquietudine creativa e vitale, la sua ritrosia artistica, l’incerta e dimessa opinione di sé nonostante il successo: in me il fuoco brucia uniforme e indolente, senza improvvise vampate e scricchiolii… ecco perché non commetto evidenti sciocchezze né atti decisamente intelligenti. Manco di passione.