domenica 8 febbraio 2009

di ritorno

Quanto hai impiegato a fare la tua passeggiata ? mi chiede Alberta dal bagno, mentre sono sprofondato nel divano a leggere. Non lo so. L’era del cronometro è finita. Fino a poco tempo fa avevo l’abitudine di cronometrare maniacalmente ogni gesto e attività quotidiana. Credo che questa mia pratica abbia costituito prezioso materiale per le elucubrazioni psicologiche di Alberta. Conoscevo alla perfezione la durata di ogni azione. Avrei potuto vivere scandito da un metronomo. Poi un giorno ho smesso.

Alberta mi accompagna in stazione insieme a Chiara che mi regala un disegno: una versione di me lunga come un’ombra che saluta con una mano enorme.

Scivolando nel corridoio affollato, raggiungo lo scompartimento della mia prenotazione. Seduti vicino al finestrino, due giovani militari al rientro della licenza: gli sguardi persi nel paesaggio oltre il vetro o in alternativa nello schermo del telefonino. Le loro telefonate sono tutte ascrivibili a due categorie: aggiornamenti sulle rispettive tempistiche di rientro con altri commilitoni in licenza; aggiornamento sullo stato del viaggio con mamme e fidanzate rimaste a casa. Nel sedile centrale, brillante anziana signora romana, cui principale argomento di conversazione sembra essere l’inefficienza del nostro sistema ferroviario. Ogni minima incertezza nell’avanzare del convoglio, ogni sosta in stazione prolungata oltre l’intervallo di tempo che lei giudichi essere sufficiente, scatenano il suo disappunto verbale. Di fronte a lei, giovane intellettuale sinistrorso accompagnato da copia d’ordinanza di Manifesto e Internazionale. Guarda con malcelato disprezzo i due militari, ai suoi occhi probabilmente classificabili come borgatari plausibilmente fascistoidi. Di fronte a me, studentessa dai capelli raccolti, appisolata con I-Pod e Ammaniti. Io e il sinistrorso vorremmo stabilire un contatto con la suddetta studentessa, ma lei sembra fuggire ogni nostro possibile sguardo. E’ probabile che preferisca l’onesta concretezza dei militari alla confusa inconsistenza del debole sinistrorso e del sottoscritto.

Vengo svegliato da una telefonata del Guzzo che sta trascorrendo il weekend nella casa al mare della fidanzata. Sembra che lei abbia fatto naufragare l’elegante cena del sabato sera a causa di continue telefonate per un’impellente emergenza lavorativa.
Non so come il Guzzo sia riuscito a tollerare il cameriere che gli chiedeva se dare ordine alla cucina di ritardare i secondi fino a che la signora non fosse tornata al tavolo. Solo, umiliato davanti allo champagne che si spegneva nel secchiello, circondato da ingombranti fruscii sommessi, luci soffuse e dall’educato conversare degli altri tavoli.
Cazzo, io la lascio. Ieri sera mi ha veramente rotto il cazzo mi dice poco prima che io perda la linea quando il treno entra in galleria.

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