martedì 14 aprile 2009

NYC, marzo

Inseguendo la debole traccia dei suggerimenti di Time Out al confine fra East Village e Lower East Side, arriviamo all’ingresso del Lit Lounge sulla Seconda Avenue, dove un improvvisato doorman emaciato – lontano anni luce dall’immagine stereotipata del doorman, alternativamente rappresentata da prestante elegantone con espressione ottusa o colossale ragazzo di colore – ci impedisce l’ingresso sventolando l’abusata scusa del private party. Provo a sottolineare come ne parlasse Time Out motivo per cui la scusa del private party non sia sostenibile: il doorman si stringe nella spalle (he shrugs) come a dire che deve suo malgrado attenersi alle ingiuste regole della direzione, che lui per primo non comprende questo approccio esclusivista. E infatti non lo comprendiamo neanche noi, ma evitiamo di insistere; scendiamo quindi di poco verso sud per infilarci al Sin Sin/Leopard Lounge sulla Quinta Est, che si rivela però scarsamente popolato e indegno di sosta. Ci allunghiamo allora fino al Bowery Electric sulla Bowery giusto per rimanere altrettanto delusi: il concerto nel basement è finito e nel main floor stazionano soltanto alcuni amici intimi del barman ed una coppia che amoreggia su uno sgabello. Di certo è andata meglio qualche sera fa al Sullivan Room a due passi dalla NYU, affollato di gioventù danzante apparentemente estasiata dalla mancanza di fantasia del dj house, oppure al 55 in Cristopher st, dove una band jazz guidata da una talentuosa chitarrista si lanciava in re-interpretazioni fusion del repertorio di Hendrix.

25 anni fa McInerney apriva magistralmente Le mille luci di New York sulla notte senza fine di Chuck, una discesa negli inferi mondani dai piani alti del pre-serata in zona Upper East Side fino ad un improbabile dialogo con una ragazza rapata a zero in qualche malfamato locale del Village. L’inquisitoria seconda persona singolare utilizzata da McInerney marca il segno di un’epoca: é dirompente, ossessiva, spietata. Dai fanghi della notte sostenuta dal tiramisù boliviano, riemergono i colori allegri del recente passato: la felice vita di una coppia appena arrivata al Village.

A passeggio sulla 86esima Est chiacchieriamo con una benestante signora americana al rientro dalla passeggiata a Central Park, il suo cane orgoglioso le porta i guanti per sentirsi utile. Ci separiamo sulla Lexington, quando deviamo verso sud per pranzare in un diner suggerito dalla Lonely: l’ambiente è sì classico e la cameriera sufficientemente sovrappeso ma non soddisfiamo il nostro bisogno di un’iconografia da film americano. In fondo non è che potessimo pretendere troppo: non ci troviamo lungo una popolare interstate ma nell’Upper East Side, dove i palazzi hanno i portieri in livrea e gli ingressi in marmo ed un posto auto costa 700 dollari al mese … Il nostro desiderio viene in parte soddisfatto da Cozy Burger su Broadway all’altezza dell’Ottava, dove chiacchieriamo con il cameriere greco che ci serve deluxe cheeseburger, milkshake, un ricchissimo cheese cake e gli immancabili bicchieroni di acqua e ghiaccio.

Il calvario di Sherman McCoy comincia fra la profusione di marmo del suo appartamento di Park Avenue, laddove il Padrone dell’Universo viene ritratto inginocchiato a terra intento a lottare con un riottoso bassotto, sua scusa per uscire di casa e dedicarsi a pratiche fedifraghe. 22 anni fa, nel Falò delle vanità Tom Wolfe dava sfoggio della sua profonda conoscenza dell’upper class newyorchese, un popolo autoreferenziale, esigente e sofisticato. Anche se a vederlo – spocchioso, esile, in total white – Wolfe non ispira istantanea simpatia, è innegabile la sua pluriennale abilità nel cogliere stili di vita, status, contraddizioni, gusti e tendenze dell’epicentro New York (dalla sua attività di giornalista per il pioneristico New York di Clay Felker negli anni Sessanta fino alle pagine del Falò).

L’abbondanza dell’offerta e i prezzi vantaggiosi scatenano gli acquisti anche nei più riluttanti: temporaneamente rapiti dal demone dello shopping girovaghiamo per l’outlet Century 21 a Lower Manhattan, che si affaccia sul cielo livido e la neve che si abbatte su Ground Zero. Forse per i lavori in corso, forse per il freddo che suggeriva di non soffermarsi troppo all’aperto, non traggo alcuna sensazione da Ground Zero: troppo forte l’immagine nelle nostre memorie di ciò che è stato al confronto della vista presente di un vuoto che, a causa di gru e varia attività umana restauratrice, non sembra essere più tale.

Nella serrata giornata di Monty Brogan nella 25° Ora, Spike Lee inserisce una sequenza memorabile in cui sovrascrive l’assordante dolore dell’11 settembre alla trama del suo film. Angosciante piano sequenza, camera fissa, punto di vista leggermente rialzato: inquadratura teatrale del dialogo fra Frank e Jacob su una vetrata che si staglia implacabile sulla ferita ancora aperta di Ground Zero. Spike Lee è spietato: non è permesso distogliere lo sguardo, il dialogo viene trascinato oltre il necessario per costringerti nell’inquadratura fissa.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Nel mio caso invece era una bella giornata a Ground Zero, come l'11 Settembre; l'avere tutt'attorno quella miriade di grattacieli rendeva molto facile immaginarsi come doveva essere trovarsi nei pressi in quel momento, vedere arrivare l'aereo, il botto assordante, fumo e calcinacci che incominciano ad invadere il tuo campo visivo; a me effetto l'ha fatto eccome: come sempre quando vado in un posto dove c'è stato qualche importante evento storico che ho visto in tv mi accorgo di che distanza enorme lasci il tubo luminoso (termine gergale con cui i radioamatori chiamano la televisione), c'è qualcosa nell'aria di quei posti che non passa attraverso le immagini, c'è bisogno di tutti i sensi per rendersene conto e forse neanche quelli bastano.

Anonimo ha detto...

leggo con vorace interesse e in frenetica apprensione come una bimba desiderosa di ottenere la tanto agoniata ricompensa ....ed infine, il papà prontamente non disattende la promessa...
...leggo, e lascio i miei occhi correre alla ricerca della fine del capoverso ed è come passeggiare in un tunnel, buio, silenzioso, magico; un passo dopo l'altro si aprono porte e scenari da film che fanno appena scorgere volti, parole, sensazioni già provate in un modo o nell'altro e che solo una città come NY può regalare.

la dottoressa

berghinz ha detto...

ny è infine riuscita a convincere gli anonimi a lasciare un segno del loro passaggio...

Anonimo ha detto...

avevo già tentato di lasciare traccia del mio passaggio, ma i salvataggi sono stati boicottati e nulla fu...

la dottoressa