mercoledì 10 giugno 2009

sulla strada

Se guido a lungo riduco il senso di attenzione: metto in atto un’inconsapevole sequenza di movimenti meccanici ed istintivi, esclusive risposte a stimoli muscolari, apparentemente senza alcun intervento cosciente. Non provo il minimo senso di affaticamento ma dubito che sarei in grado di rispondere prontamente ad un imprevisto. Lo scollamento è adesso totale: la radio ingestibile per le continue gallerie e nessun cd interessante a portata di mano mi hanno costretto a spegnere lo stereo, lasciandomi in uno stato di catatonica attenzione alla strada.

In coda alla cassa dell’autogrill per un caffè ristoratore, mi affiancano due ragazze che sembrano uscite da un manuale per aspiranti Paris Hilton: look, portamento e dettagli sono inaccettabilmente fashion, dagli occhiali fascianti Dior al microscopico cane scheletrico e bizzoso portato nell’apposita borsetta a tracolla. Inutile dire che fra tacchi, jeans vita bassa, frangetta supponente e consapevolezza provocante, le due ragazze riscuotono un certo successo fra gli avventori maschi – io con loro – richiamando alla mente scontati desideri erotici di ispirazione televisiva. Sebbene comprenda come l’adeguarsi – o il non adeguarsi – ad un riconoscibile modello estetico sia un facile metodo per affermare la propria presenza sociale, di sicuro più rapido che imparare a trasmettere un’immagine incisiva e convincente della propria personalità, mi risulta difficilmente giustificabile un’aderenza così eccessiva ad un modello viziato e infine ben poco trasgressivo. Più che una valutazione strutturata è un mero spunto estemporaneo: non sono a mio agio con la formulazione di opinioni articolate, mi serve un interlocutore a guidarmi nella messa a fuoco dei frammenti indistinti. Astratto nei miei pensieri non mi accorgo dello sguardo perplesso della cassiera che mi allunga lo scontrino.

Fra i palazzi anneriti della periferia, quando l’autostrada si alza in cavalcavia reclamando il suo status di arteria preferenziale prima di essere fagocitata dal traffico cittadino, Lifegate radio inanella una sequenza di canzoni perfetta: calda, notturna, scivola come velluto, suggerendo di non fermarti mai, guidare tutta la notte sulla scia delle note. L’irrompere di una qualche interessante pubblicità eco-sostenibile spezza la magia e ti spinge a imboccare mestamente il viale verso casa.

martedì 9 giugno 2009

l'anticristo


Premetto: non conosco sistematicamente Von Trier; mi sono semplicemente imbattuto in alcuni dei suoi film.
Von Trier è folle. Folle ma genio. Quando un’opera d’arte continua a pulsarti in testa anche se non ti è piaciuta, allora c’è qualcosa di geniale. Antichrist è volutamente eccessivo, inutilmente sanguinoso, truculento fino all’offensivo o al ridicolo a seconda di quale sia la resistenza del vostro stomaco; è barocco, confuso, affetto da un simbolismo semplicistico e ostentato. Ma lo spessore di Von Trier Autore è esaltante: la forza e l’autorità con cui porta avanti le sue idee di cinema sono esemplari, il vigore delle sue scelte riempie l’occhio e la mente parcheggiandosi ingombrante nell’immaginario dello spettatore. Non me lo immagino come persona umile e modesta, lo sospetto animato da una vocazione messianica (tutta la ferrea dottrina del Dogma: un nuovo codice per superare le convenzioni pre-esistenti; la ribellione attraverso la disciplina). Elementi (per me) visivamente decisivi in Antichrist: l’aria di Händel ed il sontuoso bianco e nero nel manieristico slow-motion iniziale; la foresta sgranata come orrorifica Natura primordiale; il sordo e ossessivo cadere delle bacche; le radici spettrali che diventano grovigli di corpi nudi; alcune interferenze digitali. Per il resto, dichiaro la mia superficialità e ignoranza: non voglio cercare di capire a fondo il perché, la figura della Donna-Gainsbourg, la misoginia e Ratisbona, il fuoco purificatore, il ruolo volutamente apatico dell’Uomo-Dafoe, la simbologia dei tre mendicanti, le esibite mutilazioni, le cadute di stile (il piede caprino, gli animali parlanti, la fuga nel bosco).