martedì 9 giugno 2009

l'anticristo


Premetto: non conosco sistematicamente Von Trier; mi sono semplicemente imbattuto in alcuni dei suoi film.
Von Trier è folle. Folle ma genio. Quando un’opera d’arte continua a pulsarti in testa anche se non ti è piaciuta, allora c’è qualcosa di geniale. Antichrist è volutamente eccessivo, inutilmente sanguinoso, truculento fino all’offensivo o al ridicolo a seconda di quale sia la resistenza del vostro stomaco; è barocco, confuso, affetto da un simbolismo semplicistico e ostentato. Ma lo spessore di Von Trier Autore è esaltante: la forza e l’autorità con cui porta avanti le sue idee di cinema sono esemplari, il vigore delle sue scelte riempie l’occhio e la mente parcheggiandosi ingombrante nell’immaginario dello spettatore. Non me lo immagino come persona umile e modesta, lo sospetto animato da una vocazione messianica (tutta la ferrea dottrina del Dogma: un nuovo codice per superare le convenzioni pre-esistenti; la ribellione attraverso la disciplina). Elementi (per me) visivamente decisivi in Antichrist: l’aria di Händel ed il sontuoso bianco e nero nel manieristico slow-motion iniziale; la foresta sgranata come orrorifica Natura primordiale; il sordo e ossessivo cadere delle bacche; le radici spettrali che diventano grovigli di corpi nudi; alcune interferenze digitali. Per il resto, dichiaro la mia superficialità e ignoranza: non voglio cercare di capire a fondo il perché, la figura della Donna-Gainsbourg, la misoginia e Ratisbona, il fuoco purificatore, il ruolo volutamente apatico dell’Uomo-Dafoe, la simbologia dei tre mendicanti, le esibite mutilazioni, le cadute di stile (il piede caprino, gli animali parlanti, la fuga nel bosco).

Nessun commento: