martedì 29 settembre 2009

appunti giapponesi, tre

Gli ultimi giorni sfoggio con soddisfazione rumorosi risucchi nel mangiare gli udon nelle tavole calde: osservando gli altri commensali comprendo il determinante impiego del cucchiaio in abbinamento agli hashi per sorbire gli udon insieme al brodo.
Il ristorante più caratteristico che sperimentiamo è una taverna di Tokyo, spartana, caotica e poco igienica: le giovani cameriere in gambali di gomma affrontano con sicurezza il pavimento bagnato da pescheria, servendo succulenti piatti di tonno cucinati a vista da un cuoco dai modi burberi e sbrigativi. Dopo un paio di tentativi a vuoto e un paio di birre corroboranti, abbandoniamo ogni pretesa di un ordine ponderato e ci affidiamo agli eventi, indicando i piatti dei vicini di tavolo o lasciando fare alle ragazze in gambali: ci arriva pure una testa di tonno, peraltro eccellente.
Non sempre il tentativo del pranzo rapido e frugale dà i suoi frutti: dopo un gelato al volo, a Beppu ci ritroviamo affamati alle cinque del pomeriggio a mangiare okonomiyaki e bere birra, in un bislacco tentativo di esportare la nostra abitudine all’aperitivo.
Manco l’incontro con il manzo di Kobe ma a Takayama sperimento quello di Hida.
L’imperante caldo umido spinge a bere per riassorbire liquidi, inevitabile quindi il successo dei distributori di bevande, sempre fornitissimi e – ovviamente – funzionanti alla perfezione.

La nostra vicina di tavolo al ristorante ha occhi enormi e irreali, probabilmente porta lenti a contatto speciali. Non riesco a smettere di fissarla: sembra di avere accanto un cartone animato con quegli occhioni brillanti e gioiosi. Mi sembra in generale di cogliere un certo gusto per il lolitismo – teenager in uniforme, testimonial pubblicitari e idoli j-pop giovanissimi – e per gli occhi grandi e comunicativi, come nei manga.

Forse perché è lunedì sera e siamo nei dintorni di Obon, lo sfavillante quartiere Dōtonbori a Osaka è pressoché deserto. Però i takoyaki delle bancarelle sono gustosissimi.
Anche Roppongi, in teoria epicentro delle sfrenate notti di Tokyo, è alquanto deludente.

Pausa prima di cena. In terrazza, davanti allo skyline di Osaka al tramonto, lineare profilo urbano, un libro ed una Kirin. Anni fa avrei idealizzato un attimo del genere, l’avrei vissuto come pura gioia cristallizzata, avrei assaporato il gusto della nostalgia anzitempo. Non ci riesco più, mi sfugge la magia del momento.

appunti giapponesi, due

Il cemento, asciutto e concreto, è materiale perfetto per un monumento al dolore.
Il memoriale di Hiroshima non ha pretese artistiche ma trasmette l’ingombrante peso della Storia. Laddove si è particolarmente accanita, la Storia lascia un segno tangibile ed inequivocabile: succede a Berlino, succede a Hiroshima. Ne percepisci il fragore, l’eredità, il monito.

Storicamente l’imperatore ha sempre avuto un ruolo di secondo piano, subordinato all’autorità politica e militare. Mi fa tenerezza pensare alla massima carica del paese costretta ad una vita di etichetta e formalità mentre qualcun altro comanda (una volta lo shogun, oggi il primo ministro): nelle afose peregrinazioni turistiche per templi buddisti e santuari scintoisti, mi piace immaginare un imperatore avvilito, che percorre con lunghi passi sconsolati il giardino imperiale, rimuginando sulla sua amara condizione di esautorato dal potere.

Nella vivace notte di Hiroshima, Matsumoto ed i suoi espansivi amici ci offrono la cena in un izakaya, brindiamo con la birra e cerchiamo di capirci fra inglese stentato e body language.
Più tardi: il Molly Malone’s è un pub irlandese arredato dalla Guinness, frequentato da occidentali anglofoni a da un azzimato giapponese ubriaco che si cimenta nel moonwalk del defunto Michael Jackson. Locale piuttosto anonimo se non fosse per l’estroso guizzo nei bagni: l’orinatoio non è montato a parete bensì sulla vetrata del quarto piano con vista sul traffico di Choi Dori. Imperdibile.
Ancora più tardi: il minuscolo Barcos discoclub accoglie le danze di occidentali sudati, pochissimi giapponesi e qualche latinoamericano.

Nella vivace notte di Pontochō a Kyoto, Denis e gli altri italiani nippofoni ci fanno compagnia nel cosmopolita A-Bar dove il lungo tavolo in legno svolge appieno il suo ruolo socializzante, fra birre in comune e stuzzichini fritti.
Più tardi: il proprietario dell’ING, appassionato di musica, omaggia i suoi clienti italiani con i Baustelle e dei CSI d’annata. Ascoltare Ferretti cantare mimporta na sega in un bar di Kyoto è quantomeno straniante.

Terra vulcanica e in divenire ci mostra la forza degli elementi: il tifone Etau risale dal sud-est asiatico colpendo il sud dell’isola e scivola al largo di Tokyo, aggiungendo pioggia e vento all’afoso smog metropolitano. Un terremoto fa ballare i tavoli del ristorante, i volti per niente allarmati degli altri clienti non ci fanno preoccupare: non apprendiamo dell’intensità del sisma finché non arrivano impensieriti sms da Occidente.

appunti giapponesi, uno

Il lungo profilo d’anatra dello Shinkansen Hikari scivola in stazione: con millimetrica precisione il convoglio si ferma in perfetta corrispondenza dei segnali predisposti sulle piattaforme, garantendo rapido e infallibile accesso ai viaggiatori ordinatamente disposti in file a L lungo il binario. A bordo regna un educato silenzio, condiviso fra viaggiatori, telefonini e personale di bordo, saltuariamente interrotto dagli annunci delle fermate, preannunciati da un jingle discreto.
Gentilezza e cortesia ti sorprendono in ogni gesto: gli inchini educati, il resto porto come dono prezioso dai cassieri, le piccole attenzioni del semplice passante. Questa diffusa cortesia comportamentale denota un’innata predisposizione ma anche una naturale sottomissione del commerciante (chi eroga un servizio) al cliente (chi acquista un servizio) e più in generale una rigida visione gerarchica dei rapporti interpersonali, anche se solo temporanea. Per confronto, è curioso notare come nell’occidente capitalista questa esperienza sia sperimentabile solo qualora si denoti un’inequivocabile disparità di reddito e ceto (boutique d’alta moda, hotel di lusso, voli in first class…).

Sebbene con adolescenziale coerenza idealista mi rifiuti di frequentare le catene internazionali di locali omologati, devo riconoscere che la vista su Shibuya Crossing dalla vetrata di Starbucks è notevole. Con il classico bidone di frappuccino alla mano e una stupenda ragazza giapponese in kimono casualmente seduta sullo sgabello a fianco, mi piace osservare l’inesauribile flusso della folla nell’incrocio iconograficamente più rappresentativo del Giappone metropolitano. Shibuya e Shinjuku confermano all’istante l’immagine cristallizzata della Tokyo urbana: la folla e i treni della Yamanote che scorrono sopraelevati fra i grattacieli, la frenesia, i negozi, gli schermi e le luci. Ginza potrebbe essere la strada dello shopping di qualsiasi città del mondo, priva com’è di elementi caratteristici, così come lo shopping vintage e alternativo di Shimokitazawa. Harajuku offre una visione pittoresca seppur superficiale sui teenager giapponesi, fra cosplay, negozi vintage, aree creative e lo shopping di Takeshita Dori. Il fragore dei pachinko è frastornante, così come il Club Sega di Akihabara, un’estenuante sala giochi nel quartiere dello shopping elettronico. Il Gundam a grandezza naturale, costruito a supporto della candidatura di Tokyo alle Olimpiadi del 2016, accoglie un’impressionante folla di giapponesi a Odaiba.

Il 30 agosto, il Partito Democratico stravince le elezioni politiche sconfiggendo il premier uscente Taro Aso ed il suo Partito Liberal Democratico. Al potere (quasi) ininterrottamente dal 1955, i liberal-democratici hanno accompagnato mezzo secolo di storia giapponese, dalla ricostruzione post-bellica al consolidamento del paese come super-potenza economica, dall’esplosione della bolla anni Novanta al conseguente crollo di molte certezze sociali – l’irruzione del precariato lavorativo, la svalutazione dello yen, il disagio sociale – fino all’attuale crisi economica. Il paese ha espresso una chiara volontà di cambiamento, compito arduo da raccogliere per il neo-eletto partito democratico ed il suo leader Yukio Hatoyama, che dovrà cercare un difficoltoso compromesso fra istanze di welfare e equità sociale con l’urgenza di scelte liberiste per favorire l’uscita della crisi e accelerare il rilancio economico del paese.

sabato 12 settembre 2009

un incontro casuale

Poco fa ho incontrato per caso Ramos Shimada. Parlava di ricominciare, di riprovare a imprimere parole sullo schermo con una certa sistematicità. Mi permetto di associarmi a questa dichiarazione di intenti.