sabato 31 ottobre 2009

postmoderno in ritardo ?

La noto quando balla sul tavolo e la osservo quando si siede con inverosimile compostezza su un divanetto.
Viso pulitissimo, capelli biondi raccolti, trucco sapiente e leggero, gesti eleganti, occhi di ghiaccio ed aria scostante. Su di me, un cocktail assolutamente micidiale. Fossi Fabio Volo, direi una di quelle cazzate adolescenziali tipo che è una ragazza a cui vorrei dare piccoli baci d’inverno quando è avvolta in un cappotto ed una sciarpa pesante. Fossi Andrea De Carlo, direi una di quella cazzate d’atmosfera tipo che istantaneamente ho percepito una elettrica sintonia con il suo semplice essere lì in quel momento.
Oltre a constatare un insormontabile blocco psicologico, mi accorgo che trovo le parole insufficienti come se tutto fosse stato già detto quindi abusato e ormai privo di significato e l’unica strada fosse il giocare con i cliché. Oddio… che io stia diventando postmoderno con soli 50 anni di ritardo ?

sabato 10 ottobre 2009

post-weekend

Fermo al semaforo infinito di via Svevo, soppeso il telefonino osservando il messaggio di Giorgia. Grazie ancora del weekend. Ciao, G. Istantaneamente mi assale una considerazione. Giorgia ed io non sappiamo dialogare: il nostro tempo insieme è un montaggio alternato di monologhi senza punti di contatto. Mi sembra di sapere tutto di lei e al tempo stesso di non conoscerla per niente: non c’è intimità di sentimenti e pensieri, solo sequenze di fatti da esporre ed un passato da cui attingere esperienze e aneddoti.

Ieri sera mi ha travolto con l’amarezza di una sua frase, lasciata cadere con noncuranza mentre si truccava in bagno. Io seduto sul letto a sfogliare un pieghevole dell’ufficio del turismo di Parma, lei alle prese con l’eyeliner davanti allo specchio mi ha sparato questo pensiero spiazzante.
- Ho paura quando mi accorgo che molto della mia vita può essere sintetizzato con così poche parole. E’ come se non avessi vissuto.
Mi ha assalito l’angoscia di un bilancio di vita fallimentare e insoddisfacente. Non ho pensato a cosa potesse significare per lei, al suo bisogno di aprirsi così tanto con me. Egoisticamente ho visto me stesso riflesso nella sua amarezza e incatenato alla sua stessa considerazione. Non sono stato capace di aggiungere niente, dirle una parola di conforto o qualcosa del genere, non ho saputo fare niente di meglio che abbozzare un inutile sorriso di comprensione.

Astratto in questi pensieri, vengo richiamato alla realtà dal clacson di un altro automobilista che mi fa notare che il semaforo è finalmente diventato verde. Chiedo scusa e riparto rapido.

Pulisco la mail di inutili newsletter e mailing list accumulatesi nel weekend, trovo una mail di Marianne che mi estende l’invito ad un gruppo di lettura su Philip Roth sostenendo che noi dobbiamo riavvicinarci alla cultura ebraica. Pur non comprendendo appieno il significato di quel “noi” – non mi sembra di aver mai aderito ad alcuna corrente di pensiero che rifiutasse scientemente la cultura ebraica – mi lascio coinvolgere e domani mi ritroverò con un Roth sul comodino. Non riesco mai a dirle di no.

lunedì 5 ottobre 2009

quella estate

Nel parco dove faccio stretching dopo l’allenamento, incontro spesso un signore anziano con un cane ossuto, lungo e sottile, il cui muso dalle orecchie basse sembra indicare una perenne malinconia. Il cane triste si aggira timoroso, annusa con circospezione la base dei tronchi degli alberi, scruta sospettoso gli altri cani, andando sempre a cercare con gli occhi l’approvazione del padrone.
- Lo vede come mi guarda colpevole ? E’ mortificato che io sia costretto a raccogliere i suoi escrementi… Vede ? Prima di fare i suoi bisogni mi osserva con gli occhi tristi, come a scusarsi per quanto mi costringe a fare.
Il signore parla srotolando con gesti lenti il sacchetto in plastica per la civica raccolta delle deiezioni canine.

Per un bizzarro flash della memoria mi viene in mente un elegante ristorante di Cannes dove avevamo mangiato degli strepitosi frutti di mare: nelle superficiali chiacchiere da tavola, fra italiani ci si sorprendeva di come i vicini marciapiedi fossero tempestati di escrementi di cane a indicare uno scarsissimo senso civico dei nostri cugini francesi.
La piacevole serata era finita in modo imbarazzante quando il mio allora futuro suocero, visibilmente ubriaco, si era messo a litigare con un francese per un parcheggio. Nonostante desiderassi ardentemente che venisse pestato, ero stato costretto a dividere i due dementi insieme al mio allora futuro cognato. Credo che Giulia si fosse vergognata più di me, lei sempre così schiva e controllata.

Quella estate avevamo affittato una casa nell’entroterra insieme ad un gruppo di amici. Per una curiosa coincidenza di eventi, stavamo tutti vivendo una fase di transizione: da lì a poco si sarebbero delineati i momenti delle scelte di vita, chi avrebbe deciso di allontanarsi per seguire prospettive di lavoro, chi avrebbe optato per la famiglia, chi avrebbe semplicemente deciso di non scegliere.
Mangiavamo sempre all’aperto, su un lungo tavolo in legno sotto il pergolato. Le cene sembravano non finire mai, c’era sempre un’altra bottiglia di vino da stappare, un’ultima sigaretta, un ultimo pensiero.

Il Guzzo, asciutto e solitamente non incline a filosofie e discorsi ispirati, non ha mai nascosto un’amara nostalgia per quelle serate estive. Avevamo lasciato quella casa seguendo percorsi casualmente analoghi: la fine di un’estate e non molto dopo la fine di una storia con relative certezze piani e programmi. Di fronte a noi stavano le opportunità professionali, i cambiamenti, le nuove città e le nuove prospettive: nel momento delle scelte, eravamo soli.