lunedì 5 ottobre 2009

quella estate

Nel parco dove faccio stretching dopo l’allenamento, incontro spesso un signore anziano con un cane ossuto, lungo e sottile, il cui muso dalle orecchie basse sembra indicare una perenne malinconia. Il cane triste si aggira timoroso, annusa con circospezione la base dei tronchi degli alberi, scruta sospettoso gli altri cani, andando sempre a cercare con gli occhi l’approvazione del padrone.
- Lo vede come mi guarda colpevole ? E’ mortificato che io sia costretto a raccogliere i suoi escrementi… Vede ? Prima di fare i suoi bisogni mi osserva con gli occhi tristi, come a scusarsi per quanto mi costringe a fare.
Il signore parla srotolando con gesti lenti il sacchetto in plastica per la civica raccolta delle deiezioni canine.

Per un bizzarro flash della memoria mi viene in mente un elegante ristorante di Cannes dove avevamo mangiato degli strepitosi frutti di mare: nelle superficiali chiacchiere da tavola, fra italiani ci si sorprendeva di come i vicini marciapiedi fossero tempestati di escrementi di cane a indicare uno scarsissimo senso civico dei nostri cugini francesi.
La piacevole serata era finita in modo imbarazzante quando il mio allora futuro suocero, visibilmente ubriaco, si era messo a litigare con un francese per un parcheggio. Nonostante desiderassi ardentemente che venisse pestato, ero stato costretto a dividere i due dementi insieme al mio allora futuro cognato. Credo che Giulia si fosse vergognata più di me, lei sempre così schiva e controllata.

Quella estate avevamo affittato una casa nell’entroterra insieme ad un gruppo di amici. Per una curiosa coincidenza di eventi, stavamo tutti vivendo una fase di transizione: da lì a poco si sarebbero delineati i momenti delle scelte di vita, chi avrebbe deciso di allontanarsi per seguire prospettive di lavoro, chi avrebbe optato per la famiglia, chi avrebbe semplicemente deciso di non scegliere.
Mangiavamo sempre all’aperto, su un lungo tavolo in legno sotto il pergolato. Le cene sembravano non finire mai, c’era sempre un’altra bottiglia di vino da stappare, un’ultima sigaretta, un ultimo pensiero.

Il Guzzo, asciutto e solitamente non incline a filosofie e discorsi ispirati, non ha mai nascosto un’amara nostalgia per quelle serate estive. Avevamo lasciato quella casa seguendo percorsi casualmente analoghi: la fine di un’estate e non molto dopo la fine di una storia con relative certezze piani e programmi. Di fronte a noi stavano le opportunità professionali, i cambiamenti, le nuove città e le nuove prospettive: nel momento delle scelte, eravamo soli.

1 commento:

Shimada ha detto...

sa? la leggo sempre con piacere...