domenica 29 novembre 2009

domenica piovosa

Polverosa periferia pasoliniana.
Ritrovo questa immagine su un vecchio taccuino di appunti di viaggio, rispolverato dal fondo di un cassetto durante un’uggiosa giornata autunnale, in cui noia e pioggia battente risvegliano in me un inedito spirito casalingo e un forte bisogno di ordine. Vergata in un corsivo che credevo essere elegante e sintomo di grande personalità, ne colgo tuttora l’immagine e la sensazione, al limite l’odore. Ma è troppo: allitterazione forzata, pesante.
Sei un’onanista della parola: so che saresti capace di inventarti un intero romanzo per giustificare una frase mi scrisse una volta Marianne, quando ci cimentavamo in articolati scambi epistolari via mail.

Urbano e modaiolo, scivolo nel rito del brunch insieme a Giorgia. Il locale aspira a ricreare un’accogliente atmosfera da brasserie francese, con molto legno, luci basse e piccoli bicchieri di vino. Però si mangia di merda. Il mio vicino di tavolo a destra legge Repubblica, quello a sinistra il Giornale, in una contraddittoria große koalition domenicale. Entrambi vestono bene, optando per una misurata eleganza sportiva da professionista nel tempo libero. L’uno con maglione di cotone girocollo, l’altro in polo e giacca sportiva. L’uno mangia insieme alla moglie impegnata in chiacchiera telefonica apparentemente infinita, l’altro tiene d’occhio le due figlie biondissime che siedono educate e composte.
In zona caffè ci raggiunge il Guzzo per un saluto. Non ha ancora rotto con la fidanzata ma garantisce che il momento si avvicina: la sua granitica autostima non riesce a tollerare i continui comportamenti irrispettosi della ragazza, non ultimo l’aver mandato a monte un weekend a Londra a causa di un imprevisto sabato lavorativo.

Giorgia mi saluta verso le sette scappando ad una cena per l’organizzazione dell’addio al nubilato di Federica. Mi ritrovo con il Guzzo per un aperitivo allo Zero. Dopo, mi trascina al Bamboo.
– Ma è un posto di merda…
– Chi se ne frega devo vedere una – senza fiato, senza punteggiatura.
Il Bamboo si conferma posto di merda, popolato da quella che in un preoccupante scivolone misantropo chiamerei bassa umanità. Parcheggiato a fianco del bancone mentre il Guzzo avanza nel corteggiamento di una invidiabile biondina, mi cade l’occhio su un terzetto di ragazze alla mia destra. Oggettivamente tutt’altro che graziose, trovano rifugio nei loro tecnologici telefonini, come ad affermare l’esistenza di una loro rete di contatti umani oltre questa serata. Una scrive rapida un sms: Mamma mia che sclero.
Me ne vado, come scrivo nel sms al Guzzo quando sono già in macchina.

venerdì 6 novembre 2009

lo sgretolarsi tremolante del gong

Raccontami Ongii che scorri incessante preghiera che mormora al cielo
Del tuo monastero perduto dimmi la bellezza dei gesti e dei colori
Che ti hanno traversato e che hai riflesso
Dei bagliori dell'oro dei fuochi dei fumi e dei profumi d'incenso
Tra l'eco di conchiglie trombe campane fragore di tamburi di piatti
Lo sgretolarsi tremolante del gong
Giovanni Lindo Ferretti & CSI, Ongii

Ultimamente riascolto spesso Ongii dei CSI, tratto da Tabula Rasa Elettrificata del 1997 – per gli amanti dei dettagli terzo e ultimo album in studio dei CSI. Pur affascinato dal magnetismo di Giovanni Lindo Ferretti, ho accusato la sua vocazione poetica di eccessivo ermetismo, schiava del suo procedere per immagini e sentenze evocative che se spesso partoriscono idee illuminanti talora rimangono chiuse in sé stesse. Ongii è appartenuta a lungo alla seconda categoria e poi mi si è svelata in tutta la sua straniante poesia.
L’idea del fiume mongolo che, placido e immortale, ha visto passare secoli di vite umane, gesti quotidiani e abitudini del popolo nomade, viene cristallizzata in poche immagini che riescono in un attimo a racchiudere colori, profumi, odori, tradizioni, suoni, senso del tempo, attimi di vita: lo scorrere dell’acqua e della vita riflessa letto come preghiera incessante, i profumi d’incenso si intrecciano con il brusio della folla ed i richiami dei mercanti, le carovane sfiancate che attraversano le infinite steppe mongole. E trovo che l’immagine dello sgretolarsi del gong sia bellissima.
A dire il vero, dallo stesso album riascolto spesso pure Bolormaa, ma lì è legato all’emozione che provo ogni volta che entra la voce di Ginevra a metà brano. Ma questo è un altro discorso.