mercoledì 8 dicembre 2010

di spalle alla vita

- Titto, che c’è, eh ? Non hai detto una parola. Mi pari Portobello, che c’è ?
- Ti devo dire una cosa, Toni.
- Dicci.
- Non posso venire da Salvatore a Mare. C’ho il bambino con la febbre.
- Titto, nun scassà o’ cazzo. Che è ‘sta novità ? Abbiamo sempre festeggiato il primo concerto.
- Tiene 38 e mezzo…
- E allora ? Che ci vuoi fare ? Che sei un’aspirina tu ? Tu sei un batterista e vieni a cena con noi. Questo non perde mai occasione per mettersi di spalle alla vita
Antonio Pisapia, L’uomo in più (regia di Paolo Sorrentino)

Sardonico e sicuro di sé, il Pisapia del magistrale Toni Servillo rientra nei camerini dopo il concerto.
Ha chiuso il concerto con la cosa che gli è più cara al mondo, La Notte, la sigaretta in mano, i gesti consumati e la voce rauca da chansonnier navigato. Uso alla vita, orgogliosamente sciupafemmine, inguaribilmente fedifrago: non ammette rifiuti da chi lo circonda in osservanza di un protocollo di rispetto ed etichetta virile.
E Sorrentino, magicamente, chiude su quella frase tagliente, definitiva, inappellabile, pronunciata fra i denti che racchiude tutto il personaggio: nessuna stima per chi si mette di spalle alla vita.

martedì 12 ottobre 2010

MEX

Appena rientrato dal viaggio, le impressioni sul Messico si accavallano, sgomitano per reclamare il loro spazio, un ricordo, una parola. Passato più di un mese, sento ancora il bisogno di dargli sfogo e a fatica riesco finalmente a scriverne, aggregandole per momenti nel vano tentativo di raccogliere le differenti sensazioni, dal caos delle città all’afa della giungla, dalle barriere coralline al fascino delle culture indigene.

Visioni precolombiane
A sorpresa mi scopro ricettivo alla storia dei popoli precolombiani: affascinato dalla vastità delle rovine, percepisco l’onda lunga di civiltà millenarie, con un’intensità che raramente ho sperimentato di fronte ai resti delle civiltà classiche occidentali (ammetto non per oggettivo valore storico quanto per una mia particolare suggestione del momento).
Salendo i gradini della Piramide della Luna, vengo colto dai primi sintomi di insolazione messicana: il sole spietato dei duemila metri regna sulla Calzada de los Muertos prima che si addensino le nuvole del rituale temporale pomeridiano, sfiancando i turisti già provati dalle cantilenanti offerte dei venditori ambulanti. Teotihuacán è ampio, razionale, squadrato. Una vezzosa turista spagnola con ampio foulard e maglia a righe si fa ritrarre in posizione del loto su una piramide.
Millecinquecento anni prima di Colombo, qui fioriva la prima città stato della Mesoamerica; sette secoli dopo il suo declino, gli Atzechi costruiranno poco lontano la loro capitale Tenochtitlán, dove nel 1519 il conquistador Cortès sarà accolto come una divinità dallo sprovveduto Montezuma, dando il via alla conquista spagnola. Tenochtitlán, prosciugata e bonificata, diventerà Città del Messico, infinita e affollata capitale del paese odierno, che ancora sprofonda sul terreno instabile.
Strategicamente rialzata rispetto alla pianura circostante dove sorge Oaxaca, Monte Albán domina le vette della Sierra Norte su cui si rincorrono nuvole cariche di pioggia. Fondata dagli Zapotechi, coeva di Teotihuacán, oggi rapisce per la nobile posizione e la profondità di campo concessa allo sguardo.
Più a sud incontro i resti della civiltà Maya, che occupava una vasta area comprendente sud del Messico, Guatemala, Belize, Honduras. Dalla giungla al confine con il Guatemala, emerge Yaxchilàn. Esperienza intensa: l’afa e gli insetti insistenti, la pelle perennemente umida, le acque limacciose dell’Usumacinta, le rovine cadenti sprofondate nel caldo verde con le gradinate infinite, i labirinti bui e i sentieri scivolosi.
All’ingresso delle rovine di Palenque, le sedicenti guide offrono insistentemente i loro servizi. Mentre mi avvicino all’ingresso ripetendo ossessivamente il mantra no gracias, le offerte si fanno sempre più vantaggiose. L’ultima proposta prevede guida e funghi allucinogeni a fine tour per modici cento pesos.
Per la sua vicinanza a Cancun, Chichen Itzà, principale città Maya del periodo post-classico, è affollata di turisti in gita dai resort. Nonostante la folla eccessiva, la quantità insopportabile di venditori ambulanti, il biglietto di ingresso più costoso delle altre rovine pur essendo gestita dallo stesso INAH (Istituto Nacional de Antropología e Historia), il sito è ricchissimo e perfettamente preservato.
I vialetti della zona archeologica di Tulum sono così curati che sembra di trovarsi in un resort. Le rovine in sé sono piuttosto misere se confrontate con gli altri siti, tuttavia il colpo d’occhio del Castillo arroccato sul bianco-blu del mare caraibico è di grande effetto scenografico.

Supposizioni nel Chiapas
Il nostro non-amico Ben si cala i pantaloni mostrando il suo culone bianco da americano ubriaco per le vie di San Cristóbal de Las Casas poco prima di finire tutti a ballare musica house al Pura Vida. Il francese che si atteggia a bohèmienne rimane fuori dal locale, scalzo, con la sua bottiglia di tequila.
San Cristóbal attrae e affascina, adagiata a oltre duemila metri nel verde della Sierra Madre, epicentro del Chiapas, delle sue lotte e delle sue tradizioni indigene. Sebbene oggi sia piuttosto turistica – ma con un certo stile: è sufficiente una passeggiata fra i negozi di Real de Guadaloupe per rendersene conto – mantiene un’atmosfera ammaliante e vagamente magica, che spinge a volerci ritornare.
Poco distante, la celebre chiesa di San Juan Chamula sorprende per lo svelarsi del sincretismo alla luce polverosa delle sue candele. Mi attardo, faccio fatica a distaccarmi da una religiosità così distante da me ma così fisica e partecipata. Quando il portone si riapre sulla piazza del mercato, vago stranito e incerto fra i miseri banchi degli indigeni e le frotte insistenti di bambini questuanti.
A San Cristóbal incontro una storia affascinante.
Frans Blom, danese di buona famiglia dalla barba curata e il portamento elegante, lavora nel sud del Messico per l’industria petrolifera quando inizia ad interessarsi alle civiltà Maya. Diventa archeologo ad Harvard e guida varie esplorazioni nella giungla del Chiapas, contribuendo alla scoperta di siti inesplorati. Lasciata l’università per problemi di alcolismo, si trasferisce a San Cristóbal con la seconda moglie, la fotografa tedesca Gertrude “Trudi” Duby, dove fonda Na Bolom, un centro di studi e ricerca sulla cultura Maya ed in particolare sui Lacandoni, popolazione Maya mai sottomessa agli spagnoli. Dopo la morte di Blom nel 1963, Trudi si impegna contro la deforestazione della Selva Lacandona e per preservare la cultura delle popolazioni Maya, per cui diviene un punto di riferimento. Muore nel dicembre 1993, pochi giorni prima dell’occupazione zapatista del Chiapas. Na Bolom è oggi un interessante museo, albergo e centro studi gestito dall’associazione omonima; la guida indigena anglofona riesce a trasmettermi la passione per l’affascinante vita dei Blom e l’affetto conquistato dalla coppia presso le popolazioni Maya. Attardandoci a chiacchierare con lui nell’elegante porticato interno, passiamo dai ricordi di Trudi e delle visite di Diego Rivera a Na Bolom alle rivendicazioni zapatiste; dopo un’iniziale vaghezza sul tema, mette casualmente mano al portafoglio su cui campeggia il ritratto del Che, e svela la sua natura di simpatizzante con EZLN.
Da parziale ignorante sul tema, credo ci sia molto da capire sulla causa zapatista, al di là della semplice attrazione ideologica esercitata sugli occidentali impegnati, sempre sensibili alle cause terzomondiste, indipendentiste e anticapitaliste. Le rivendicazioni zapatiste sono indubbiamente legittime – la difesa dei diritti delle popolazioni indigene nello stato più povero del Messico – così come il loro tentativo di instaurare un modello di società alternativo; tuttavia, la situazione ha ormai raggiunto un punto di stallo e governo e zapatisti sembrano convivere in una tregua non dichiarata. I villaggi zapatisti non riconoscono il governo messicano (pertanto non pagano utenze e servizi); per contro, il governo ha militarizzato la zona, immagino per evitare future recrudescenze del conflitto. Per capirne di più sarebbe necessario ascoltare più voci – non solo militanti, simpatizzanti e detrattori ma anche ex-militanti. Il nostro tentativo di visitare il Caracol di Oventic, villaggio zapatista non lontano da San Cristóbal, fallisce miseramente dopo un’ora di vuota attesa ai cancelli d’ingresso.

In senso contrario
Mentre calpesto l’abusata traccia turistica dal DF verso sud, attraversando stato di Oaxaca e Chiapas, ignoro che in direzione opposta alla mia, su strade secondarie e treni merci, si muove a fatica il flusso dei migranti che dal Centro America attraversa il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Non solo il loro obiettivo finale è arduo, viste le misure di sicurezza e controllo adottate dagli USA sul Rio Bravo, ma lo stesso percorso attraverso il Messico è popolato di trafficanti, sequestratori, ladri e truffatori, pronti ad approfittare della disperazione e dei pochi risparmi dei migranti. Qualcosa di analogo alle tratte interne al continente africano per raggiungere le coste mediterranee.

La Capitale
Città del Messico è ovviamente frenetica e congestionata: 20 milioni di abitanti guidano 8 milioni di auto, la metropolitana al prezzo politico di tre pesos è affollata, i cantieri per la linea 3 del Metrobus appesantiscono ulteriormente il traffico, la periferia non finisce mai, con le sue case e baracche arrampicate sulle colline come alveari. Il centro storico mi sorprende per la sua modestia e semplicità, strade costellate di banchi di mercato e negozi economici, atmosfera calda e caotica da Sudamerica da cartolina, il pittoresco mercato Abelardo Rodriguez, le chiese fatiscenti come la Santísima. Ben altra atmosfera popola le eleganti vie di Condesa, quartiere benestante, abitato da molti occidentali, o le aree pedonali anonimamente commerciali della Zona Rosa. Pittoresche le strade e le piazze animate di Coyoacan nel sud della città, bella la spianata del campus dell’UNAM (Universidad Nacional Autonoma de Mexico, di cui, fra l’altro, mi piace la rivendicazione di autonomia, così forte da essere riportata addirittura nel nome).
I murales di Diego Rivera – Palacio Nacional, Palacio de Bellas Artes – trasudano orgoglio patriottico e attaccamento alla storia nazionale, un nastro che avvolge conquista spagnola, indipendenza, porfiriato e rivoluzione, con tutti i suoi uomini ed i suoi ideali.

E quando arriva Wal Mart ?
Arriviamo a Oaxaca sotto il diluvio, le strade invase da fiumi d’acqua. Spiove mentre beviamo una birra sulla terrazza del Casa Angel, e fortunatamente riusciamo a visitare asciutti la città coloniale, con l’animazione della sua piazza, i miti venditori ambulanti indigeni, il caos colorato del suo mercato, dove anziane signore vendono montagne di chapulines (cavallette fritte). Oziando nello Zócalo, ci chiediamo come e se la distribuzione di massa e altre forme commerciali tipiche del capitalismo arriveranno da queste parti. Una società povera e modesta ma non indigente, in cui vivacchiano forme di misera vendita ambulante – patatine fritte, lustrascarpe, chewing gum, orchada,… – e affollati mercati: come potrà questo eccesso di offerta affrontare l’eventuale arrivo della grande distribuzione con le sue regole di pricing e politiche aggressive di taglio costi ? No sé, la serafica risposta.

Italiani in fuga
– Ma tu sei italiano ?
– Non più – risponde il bresciano che gestisce La viña de Bacco nel centro di San Cristóbal, animata e accogliente vineria con tavolini in legno e aperitivi di vini italiani e sudamericani, affollata da una clientela cosmopolita – target inevitabile per questa tipologia di locali, di certo non pensati per i messicani.
Non ho visitato Puerto Escondido, che in passato immagino essere stato meta di idealisti fuoriusciti dal nostro paese, ma sul mar dei Caraibi ho incrociato piccoli imprenditori del bel paese, gestori di ristoranti o gelaterie o eleganti cabañas sulla spiaggia di Tulum.

Yucatán e mare
Merida è calda e caotica. Città popolare, piena di fancazzisti dall’aria meno amichevole dei miti nullafacenti del Chiapas. Il Nomadas però accoglie i suoi ospiti con piscina e riposanti amache, che nella notte offrono una tregua dal caldo. Finiamo in un’orripilante discoteca dalle parti del Paseo de Montejo: unici occidentali in mezzo a giovanissimi messicani, rigorosamente in coppia, vestiti alla moda, le ragazze dal look piuttosto volgare (stile celebrità televisiva latino-americana alla Cristina Aguilera). Beviamo cuba libre annacquatissimo.
Qualche giorno dopo: il Grand Cenote di Tulum dove il sole filtra nell’acqua azzurra e le torce provano a illuminare il fondo delle grotte, svelando un mondo interamente riservato ai sub; la spiaggia bianca di Tulum, birre e frutta sotto le palme; i colori del reef; la natura rigogliosa della riserva della biosfera Sian Ka’an a sud di Tulum. Punta Allen, di giorno meta di gite organizzate, la sera è deserta: forse perché in bassa stagione, siamo probabilmente gli unici turisti a cercare un ristorante per cena. Il paese sembra un’evanescente terra ai confini del mondo, ultimo avamposto che accoglie uomini in fuga e pescatori, con le sue strade in sabbia, la fornitura di luce elettrica garantita solo per metà giornata, il pontile sulla placida laguna. La Posada Sirena è piuttosto fatiscente e umida, gestita da un’anziana signora americana che, dopo varie sfortune in amore ed in mare, vive da più di venti anni a Punta Allen.
Inevitabile il senso di disorientamento qualche giorno dopo allorchè facciamo la spesa al Wal Mart di Playa del Carmen. E’ ufficiale, siamo nel Quintana Roo turistico: i condomini fronte mare di Playa del Carmen, la distesa di colossali resort e golf club lungo la carretera 307, i palazzoni e centri commerciali del viale Kukulkan di Cancun. Immaginavo fosse così, ma lo skyline di Cancun riesce comunque a sorprendermi.

Nel flusso
Alla fine arriviamo a Isla Mujeres, lingua di sabbia turistica di fronte ai grattacieli di Cancun. Le giornate trascorrono indolenti ma passiamo delle divertenti serate al Poc Na, ostello/ristorante/beach bar dove converge la gioventù turistica dell’isola.
Siamo nel flusso. Travolti da un’inebriante sensazione di leggerezza che esalta la spontaneità nei rapporti con gli altri, spinti da un’istintiva porosità nel muoversi di situazione in situazione, allacciamo contatti istintivi, sicuramente brevi, ma nel momento pienamente soddisfacenti. L’estiva leggerezza delle birre messicane lascia presto spazio al 2x1 sui long drinks. Nel beach bar facce e momenti presto si confondono, riappaiono volti incrociati nelle precedenti giornate messicane, si perdono fili più che riallacciarli. A notte fonda non resta che svenire su un’amaca in spiaggia o guadagnare scalzi la camera da letto, illusoriamente soddisfatti.

giovedì 5 agosto 2010

Lo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, tre volte, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Vladimir Nabokov – Lolita (traduzione di Bruno Oddera)

Che banalità citare l’incipit di Lolita.
Eppure, in quelle tre sillabe, in quelle poche righe paratattiche, in quella sincera dichiarazione c’è tutta la malata passione che brucia il protagonista. Con somma pace di quel genio di Kubrick, la ricchezza del romanzo di Nabokov è irraggiungibile: l’attrazione di Humbert per le ninfette, la sua tortuosa e insoddisfacente educazione sentimentale che trova coronamento in Lolita, il labile confine fra lecito e corrotto, il continuo contrasto fra moralità di facciata e depravazione, una vita in fuga fra scenari disadorni e squallide camere di motel, la fatiscente resa dei conti finale con Quilty; tutti questi elementi mantengono intatta la loro forza, schiudono la personalità turbata di Humbert con una profondità che rimane inespressa nella trasposizione cinematografica, suo malgrado casta e trattenuta.
Il film di Kubrick paga ai nostri occhi l’iconografia anni Sessanta, presentandoci un Humbert innamorato di una Lolita, più adulta dell’originale e lontana dai codici estetici attuali (cosa invece riuscita, per ovvi motivi cronologici, a Adrian Lyne con la Dominique Swain del remake del 1997); il romanzo, ovviamente privo di riferimenti visivi, può contare sulla forza a-temporale del linguaggio e riesce a trasmettere la seduzione fisica di cui è vittima Humbert, la cui ninfolessia è malattia pre-esistente all’incontro con Lo: la bellezza non è affatto un valido criterio di scelta; e la volgarità, o almeno ciò che determinate persone così definiscono, non compromette necessariamente certe caratteristiche misteriose, la grazia torbida, il fascino elusivo, mutevole, struggitore e insidioso che distingue le ninfette della loro coetanee.
Nabokov, fra l’altro valido entomologo ed esperto scacchista, è capace di minuziose quanto istantanee caratterizzazioni: la signora Haze viene immediatamente inquadrata nel suo profilo di arida e convenzionale provinciale piccolo-borghese (era una di quelle donne le cui levigate parole possono riflettere ogni mortale convenzionalismo ma non riflettono mai l’anima), le malizie di Lo (“Ero una creatura fresca come un giglio e guarda che cosa mi hai fatto”), il marito Dick, semplice e concreto viene inquadrato in un salotto trasandato (Perché non si radono meglio, questi giovanottoni muscolosi ?).

mercoledì 4 agosto 2010

da un'altra parte

E nei miei discorsi c’è la convinzione che la vita sia da un’altra parte, ma non so dove e qual è il modo per raggiungerla e poi, in fondo, è meglio così; perché se lo sapessi, dopo ci sarebbe anche da prenderla quella strada e io non ne ho voglia. Rappresenterebbe una scelta e io so che dentro ogni scelta c’è qualcosa di sputtanante: mette a nudo, mostra a tutti quali sono le tue intenzioni. E se poi fallisco ? E se a un certo punto fossi costretto a tornare indietro ? No, quello scenario mi terrorizza. Così mi defilo, vivo nella penombra.
Emidio Clementi – L'ultimo Dio

Poco o niente da aggiungere: Mimì ha già detto tutto in maniera esemplare.

lunedì 2 agosto 2010

uno dei primi giovedì estivi

Martedì Giorgia ha giudicato privo di possibili sviluppi futuri il nostro attuale rapporto, dando così ragione a Marianne che riteneva inaccettabile l’indolenza della mia vita sentimentale. Su un piano di contingente quanto onesta sopravvivenza sociale non trovavo niente di disdicevole nella nostra storia di non-amore, ma ho evitato di esporre a Giorgia questa opinione eccessivamente pragmatica. Ho ascoltato le sue parole e assunto un’espressione consapevole, vagamente contrita, dimostrando matura capacità di condividere le sue ragioni. Credo si aspettasse un maggior contraddittorio, non penso abbia gradito la mia passiva adesione alla sua scelta.

Mi ritrovo quindi a seguire fedelmente il Guzzo nel suo prepotente rientro sulla scena mondana.

La tardiva esplosione dell’estate viene accolta su tacchi vertiginosi che slanciano gambe muscolose già perfettamente abbronzate, i sacrifici dell’intensa preparazione invernale in palestra mostrati con giusta soddisfazione. Spalle al bancone, fedele gin tonic alla mano, il Guzzo dispensa convincenti sorrisi a tali Marina e Linda, che da quanto ho capito aveva già conosciuto in analogo locale la settimana passata. Linda ha un ideogramma tatuato sulla schiena tempestata di adolescenziali brillantini, tutto sommato ha qualcosa di fresco e vitale nel suo abito estivo e capelli biondissimi. Marina è più grossolana nei tratti, i lunghi capelli scuri sulle spalle abbronzate, l’età malcelata.

Marina dice che questo posto è proprio bello ma ancora meglio la domenica sera. Il Guzzo risponde che magari la prossima domenica ci facciamo un salto, vero ? Annuisco ebete.
Linda dice che non vede l’ora sia metà luglio per andare a Formentera, quest’anno il lavoro è stato stressante ed ha proprio necessità di staccare. Annuisco ebete.

Per alleviare la stanchezza, Marina si appoggia alla mia spalla, sorprendendomi per questa inaspettata rottura degli spazi sociali. Seppur innocua, questa fisicità colpisce il Guzzo che vedo irrigidirsi, non per un senso di tradimento o rivalità alcuna, quanto per la consuetudine ad essere il maschio dominante. Colgo la sua attenzione sulla mano di Marina.

Massimiliano, conoscente occasionale ed ex-compagno di università, incapace di vivere appieno questi contesti, passa la sua serata nascosto dietro un vodka lemon a criticare il locale ed il mondo vanesio e superficiale che rappresenta. Una noia mortale, sfrutto la prima scusa per allontanarmi e cerco invano Marina per il giardino affollato. Ritrovo solo il Guzzo, vagamente indispettito per la serata inconcludente.

domenica 2 maggio 2010

à paris


Il sole conquista la città e i parigini sfogano la loro brama di primavera invadendo il Jardin du Luxembourg e attraversando la città in vélo. Salendo nel parc di Belleville fra frotte di bambini che giocano, Parigi già affoga in una caligine pre-estiva, il monolito nero di Montparnasse e lo scheletro di Eiffel provocazioni verticali in una città più che altro orizzontale. Fra le tubature esterne già assurdamente retrò del Beaubourg e lo scrigno di Place des Vosges, il vecchio quartiere ebraico Pletzl svela strette vie e qualche piazza inattesa, fra negozi Kosher e impegnativi felafel. Sebbene segno di esibizione e riurbanizzazione con chiari scopi anti-sedizione, l’Axe Historique è una sfrontata sfida prospettica, dalla Pyramide di Pei all’agorà di cemento della Défense tutti in riga, inquadrati e sull’attenti: Tuileries, Concorde, Champs ed Etoile.
Mitterand, esoso e fedele alla proverbiale grandeur francese, ha lasciato alla città il Grande Arche de la Défense e la totemica Biblioteque National de France; Jacques Chirac si è limitato – si fa per dire – ad ospitare la sua passione per l’arte etnica nel recente Musee de quai Branly, opera dell’archistar Jean Nouvel che mette in gioco riflessi e trasparenze, rosso e pareti erbose. Nouvel ed il suo vetro definiscono anche gli spazi della Fondation Cartier in boulevard Raspail, che oggi ospita una temporanea sull’imprevisto e ricchissimo genio stravagante di Takeshi Kitano. Seduto con Cecile e Paolo nel giardino interno di fronte al chiosco che vende pacchiani snack giapponesi, immagino gli uffici della Fondation popolati da indaffarati e imprecisati creativi: gente che io, non-creativo, tendo ad invidiare per una vita che ipotizzo essere vivace e stimolante. (Com’è ovvio, trattasi di supposizione quantomeno superficiale. Per puro caso, una settimana dopo, vagando per l’altrettanto ambiziosa zona Tortona del Fuori Salone 2010 milanese, mi ritrovo a parlare con un color designer: questa gente che dice vado a Miami a fare feste, ma che cazzo vuol dire, il design mica sono le feste a dimostrazione di un settore lavorativo più strutturato e difficile di quanto appare sulla superficie mondana).
Le onde della passerelle Simone de Beauvoir si aprono sul parc di Bercy e la Cinémathèque Francaise – quella odierna, ospitata nell’ex American Center di Frank O Gehry, che ha sostituito la sede storica al Palais de Chaillot, immortalata da Truffaut in Baci rubati nel periodo dell’affaire Langlois.
La luce filtrata entra dal lucernario dell’Orangèrie e sbianca le sale delle Nympheas di Monet, esteso tutto colore sulle tele circolari. Al piano di sotto, nella collezione privata di Paul Guillaume, mi rapiscono le evanescenti figure femminili di Marie Laurencin – che Wikipedia mi dice essere attiva nell’effervescente mondanità parigina degli anni Venti come pittrice, illustratrice per Carroll e Gide, nonché amante di Apollinaire – e il turbolento proto-espressionismo di Chaïm Soutine – ebreo russo naturalizzato francese, attivo a Parigi negli anni Venti.
Alla cena per l’inaugurazione della casa di Sarah nel XVe, la mia ignoranza linguistica mi impedisce di partecipare appieno ai dialoghi in francese fra i piatti di cous cous ed il vino rosé marocchino; mi limito ad affacciarmi dal microscopico balcone per osservare il placido traffico del sabato sera di av. Felix Faure. Ben altra animazione percorre rue Oberkampf e rue Timbaud, il venerdì sera animate da un animato flusso di vita notturna fra i bar e locali della zona. A cena ad un ristorante etiope nel XIe, fra una Pelforth, luci fioche e gustoso cibo dal piatto comune a centro tavola, finiamo a parlare di politica italiana: data per assodata la perdurante crisi della Sinistra, ci chiediamo dove porterà il colorato litigio pubblico fra Berlusconi e Fini.

mercoledì 14 aprile 2010

Marc Webb e i generazionali


(500) Days of Summer è un brillante film del 2009, scritto da Scott Neustadter e diretto da Marc Webb, interpretato da Joseph Gordon-Levitt (Tom) e Zooey Deschanel (Summer; Sole nella versione italiana), che dopo una positiva accoglienza al Sundance ha avuto un ottimo successo di pubblico, incassando circa 70 milioni di dollari a fronte di un budget di produzione di 7,5 milioni. Con approccio non-lineare, racconta il fallimento della storia di amore fra due giovani pressoché trentenni, giovani carini e infelicemente occupati, in una Los Angeles che appare per sottrazione, fra dettagli e scorci inusuali. Trama e personaggi accattivanti, montaggio fresco e convincente, regia ricca di spunti originali (il musical post-prima notte insieme, lo split screen alla festa a casa di Summer), continui e marcati vezzi da cinema indie (musica, abiti, modi di essere, gusti, interni).
Soffro i film giovanilisti quando mi accorgo di essere fuori target, se non per età anagrafica quanto meno per sensibilità e disillusione. Guardo con pragmatismo gli esibiti vezzi indie: i richiami culturali agli anni Ottanta (la musica degli Smiths, la t-shirt dei Joy Division indossata da Tom), i protagonisti così chiaramente non massificati che strizzano l’occhio al pubblico giovane (lui: incrollabile romantico che vive in un fighissimo loft, veste gilet e cravatte sottili, porta borse a tracolla da studente universitario, ha sacrificato la passione per l’architettura per un mero lavoro; lei: amabile viso pulito incorniciato da frangia anni Cinquanta, concisa, disillusa, pragmaticamente scettica sull’amore, restia ai fidanzamenti). Questi elementi sono strumentalmente pensati per farti sentire parte di una mentalità, creare simbiotica immedesimazione e orgogliosa rivendicazione del proprio universo (ehi, cioè, io sono così, quello è il mio mondo). Con gli anni però succede qualcosa, forse si affievolisce quella luce che Morrissey cantava essere perenne, ed anche se molti di quei riferimenti costituiscono tuttora parte integrante – determinante ? – del tuo orizzonte culturale, non provi più interesse nel vederli citati e apertamente rivendicati come l’immaginario di riferimento di un personaggio. Anzi, ti danno pure un po' fastidio.
La fine della storia d’amore sembra confutare e superare l’architettura del film fino a quel momento: Summer si sposa, svelando meccanismi affettivi altri dalla semplice condivisione di passioni: come se il rito di passaggio all’età adulta fosse segnato da una nuova consapevolezza sentimentale.
Il finale incontro con Autumn (Luna nella versione italiana) apre per Tom la strada di una nuova storia e fa ripartire il contatore: non senza una certa banalità da happy end, il film ha una sua circolarità e trova il finale positivo tipico dei film generazionali, che si aprono sulle magnifiche sorti future dei protagonisti.

lunedì 5 aprile 2010

labbra blu

Sulle labbra era il sapore
del mattino che hai inventato tu
guarda adesso come piove
sulle mie labbra blu
Guarda adesso come piove
sui sentieri in fondo all'anima
Storie che non hanno odore
è la mia realtà
Vorrei dare un nuovo nome
nuova linfa a tutto quel che c'è
ogni cosa è una ferita
che mi ricorda te
Federico Fiumani (Diaframma), Labbra blu

Classe 1960, Federico Fiumani animava l’underground fiorentino degli anni Ottanta, quando i suoi Diaframma e i primi Litfiba portavano la new wave italiana fuori dalle cantine. Poco meno di trentanni dopo Fiumani è ancora lì sul palco, solo, il suo incrollabile ciuffo grigio, asciutto, diretto, coerente fino alla morte alla sua poesia. Sale sul palco di uno sperduto ARCI umido nella provincia toscana, imbraccia la sua Ibanez e riprende il filo della sua distorta poesia urbana davanti a nostalgici fedelissimi e nuovi adepti.
Come sempre, dichiaro il mio imperdonabile ritardo: nonostante ne sentissi parlare da sempre, mi sono avvicinato a Fiumani soltanto dopo aver incontrato la cover di Labbra Blu di Cristina Donà, mite, suadente, malinconica. Sul palco dell’ARCI, Fiumani la ripropone in una versione scarna, ossuta, nervosa, vibrante.

martedì 19 gennaio 2010

a single man, coincidenze

A Nizza, nell’agosto del 2000, leggevo Un uomo solo di Isherwood mentre il sole tramontava placido sulla riviera francese. Sebbene ci fosse un’appropriata sintonia fra l’ultimo giorno di George ed il tepore della spiaggia nizzarda al tramonto, la malinconia del romanzo strideva con la vita di riviera carica di aspettative.
Nel piccolo hotel dove soggiornavo, rigorosamente sans etoile, i proprietari avevano riciclato la loro camera privata in doppia a uso dei clienti: sul comò trovavano spazio le foto della famiglia e attraverso la porta aperta veniva a trovarci il gatto che con felina circospezione curiosava nel mio zaino.

A Londra, nel novembre del 2004, rientrando da una scadente cena giapponese a Soho, ero passato a salutare mio zio nel ristorante elitario di Mayfair per cui lavorava. All’ingresso avevo incrociato Tom Ford in compagnia di un amico. Mio zio che lo salutava sulla porta del club, rigorosamente senza targhe e scritte a chiarire nome e natura del locale.

Nel 1964 Isherwood pubblica A single man.
Nel 2009 lo stilista Tom Ford ne trae un film con Colin Firth e Juliane Moore e lo presenta a Venezia.
Il film è visivamente splendido e curatissimo sotto l’aspetto estetico – la vestizione mattutina, il cambio di tonalità dei colori a seconda delle scene, lo slow motion nelle strade del quartiere, la villetta che è un trionfo di riflessi e trasparenze, la rarefatta serata da Charley – e Ford, seppur molto narcisista e manierista, riesce a fissare con suprema eleganza l’ultimo giorno di George in una malinconica rete di ricordi e nuovi incontri.

giovedì 7 gennaio 2010

jalla! jalla!

Il primo impatto è con un Marocco posticcio e occidentalizzato: avidi di vita notturna, scendiamo dal Grand-Taxi direttamente su boulevard de la Corniche, la zona mondana di Casablanca eretta a immagine e somiglianza di una promenade di lusso, con panchine e marmo a profusione, curato arredamento urbano, discoteche e locali notturni. Lo sviluppo parla sempre un po’ troppo occidentale.
Principale centro commerciale del paese, Casablanca appare come un caotico e brulicante agglomerato che include la vecchia medina, la colossale moschea di Hassan II, i cantieri sul lungomare, gli eleganti quartieri residenziali per i ricchi e le vaste periferie per i poveri.

Negoziare è la regola. Il prezzo di mercato è un concetto sfuggente, di volta in volta si stabilisce un accordo che entrambe le parti reputano conveniente. Sorprendente al primo impatto, evolve in un processo naturale e la pantomima rituale diviene abitudine.

I souq di Marrakech e la piazza Djemaa el-Fna, consegnano agli occhi occidentali una stilizzata iconografia del Marocco urbano: caos, vicoli labirintici, incantatori di serpenti, musicisti di gnaoua, tè alla menta sulle terrazze davanti al magico tramonto sul minareto, affollati grill notturni, colorati venditori di spremuta di arancia e fumosi pentoloni di lumache.
La vasta hall del fatiscente Grand Hotel Tazi accoglie turisti notturni che bevono birra: si respira un’anacronistica atmosfera coloniale, e se la stagione lo permettesse non guasterebbe il cigolante roteare di un ventilatore a soffitto. Il cameriere marocchino, in un abito liso e consunto, si muove con gesti lenti ed epocali, come se fosse lì dai tempi del protettorato francese.

L’iconoclastia islamica si traduce in superbe decorazioni che rapiscono gli occhi con la loro eleganza: i cortili delle Mederse sono un trionfo di motivi che si rincorrono e ogni scorcio inquadra prospettive inedite.
Estraneo ed ignaro, mi rapisce il salmodiare del muezzin: se di giorno è accompagnato dal brusio della vita che scorre, la mattina presto irrompe nel silenzio del tuo sonno.
Nei gesti di molti marocchini il sorridente fatalismo dell’Inch’Allah: un accordarsi alla volontà del divino apparentemente mite e serena che all’estremo opposto anima gli animi più radicali del fondamentalismo. Curioso come uno stesso principio possa dar luogo a effetti tanto contrastanti.

Spingendosi verso il Sahara, il paesaggio si fa sempre più arido: la consistenza fangosa della kasbah di Aït Benhaddou, la Hollywood marocchina Ouarzazate, la valle del Dadès e infine le gole. L’hotel Yasmina è sferzato dal vento gelido che attraversa le gole del Todra, la mattina saltano i gruppi elettrogeni e ci troviamo a fare colazione a lume di candela. Si prosegue verso il deserto, Rissani e poi l’ultimo avamposto Merzouga.

Dopo inizia la sabbia dell’Erg Chebbi: la sensazione di spazio e il silenzio del vento sono sorprendenti.
Anna me lo aveva detto: se non ci sei mai stato, non ti aspetti che il deserto sia così bello.
La luna piena invade la distesa di sabbia e lo sguardo si perde nell’effimero spazio fra le dune e il cielo. Quello spazio, mentale prima che fisico, ci rimarrà a lungo in testa.

Abdul non fa altro che guidare per un giorno intero, attraversando Erfoud, Er-Rachidia, seguendo la valle dello Ziz; più a nord le casette da località di villeggiatura svizzera di Ifrane spuntano fra la nebbia piovosa ed il freddo. Ormai sovraccarichi di strati di sensazioni sedimentate, scivoliamo nelle contorte medine di Fès e Meknès.

Renitenti etilisti, a Meknès ci infiliamo nelle strade anonime della Ville Novelle alla ricerca di un negozio che venda alcolici. La traccia si fa sempre più labile da quando scendiamo dal Petit-Taxi e ci addentriamo per strade secondarie finché un ragazzo marocchino ci accompagna per mano ad una minuscola rivendita: gesti trafelati e transazioni furtive, una malata luce al neon illumina scaffalature metalliche cariche di vino, vodka, pastis e birra. Non vigendo la sharia, il consumo di alcolici non è illegale ma semplicemente non conforme ai precetti religiosi da cui l’aria di proibizionismo ideologico che avvolge il negozio.

L’elegante Ryad Bahia di Meknès ci ospita per l’ultima notte marocchina: mentre sorseggiamo l’ennesimo tè alla menta, come bambini all’ultimo giorno di mare ci lasciamo avvolgere dalla malinconia.