martedì 19 gennaio 2010

a single man, coincidenze

A Nizza, nell’agosto del 2000, leggevo Un uomo solo di Isherwood mentre il sole tramontava placido sulla riviera francese. Sebbene ci fosse un’appropriata sintonia fra l’ultimo giorno di George ed il tepore della spiaggia nizzarda al tramonto, la malinconia del romanzo strideva con la vita di riviera carica di aspettative.
Nel piccolo hotel dove soggiornavo, rigorosamente sans etoile, i proprietari avevano riciclato la loro camera privata in doppia a uso dei clienti: sul comò trovavano spazio le foto della famiglia e attraverso la porta aperta veniva a trovarci il gatto che con felina circospezione curiosava nel mio zaino.

A Londra, nel novembre del 2004, rientrando da una scadente cena giapponese a Soho, ero passato a salutare mio zio nel ristorante elitario di Mayfair per cui lavorava. All’ingresso avevo incrociato Tom Ford in compagnia di un amico. Mio zio che lo salutava sulla porta del club, rigorosamente senza targhe e scritte a chiarire nome e natura del locale.

Nel 1964 Isherwood pubblica A single man.
Nel 2009 lo stilista Tom Ford ne trae un film con Colin Firth e Juliane Moore e lo presenta a Venezia.
Il film è visivamente splendido e curatissimo sotto l’aspetto estetico – la vestizione mattutina, il cambio di tonalità dei colori a seconda delle scene, lo slow motion nelle strade del quartiere, la villetta che è un trionfo di riflessi e trasparenze, la rarefatta serata da Charley – e Ford, seppur molto narcisista e manierista, riesce a fissare con suprema eleganza l’ultimo giorno di George in una malinconica rete di ricordi e nuovi incontri.

giovedì 7 gennaio 2010

jalla! jalla!

Il primo impatto è con un Marocco posticcio e occidentalizzato: avidi di vita notturna, scendiamo dal Grand-Taxi direttamente su boulevard de la Corniche, la zona mondana di Casablanca eretta a immagine e somiglianza di una promenade di lusso, con panchine e marmo a profusione, curato arredamento urbano, discoteche e locali notturni. Lo sviluppo parla sempre un po’ troppo occidentale.
Principale centro commerciale del paese, Casablanca appare come un caotico e brulicante agglomerato che include la vecchia medina, la colossale moschea di Hassan II, i cantieri sul lungomare, gli eleganti quartieri residenziali per i ricchi e le vaste periferie per i poveri.

Negoziare è la regola. Il prezzo di mercato è un concetto sfuggente, di volta in volta si stabilisce un accordo che entrambe le parti reputano conveniente. Sorprendente al primo impatto, evolve in un processo naturale e la pantomima rituale diviene abitudine.

I souq di Marrakech e la piazza Djemaa el-Fna, consegnano agli occhi occidentali una stilizzata iconografia del Marocco urbano: caos, vicoli labirintici, incantatori di serpenti, musicisti di gnaoua, tè alla menta sulle terrazze davanti al magico tramonto sul minareto, affollati grill notturni, colorati venditori di spremuta di arancia e fumosi pentoloni di lumache.
La vasta hall del fatiscente Grand Hotel Tazi accoglie turisti notturni che bevono birra: si respira un’anacronistica atmosfera coloniale, e se la stagione lo permettesse non guasterebbe il cigolante roteare di un ventilatore a soffitto. Il cameriere marocchino, in un abito liso e consunto, si muove con gesti lenti ed epocali, come se fosse lì dai tempi del protettorato francese.

L’iconoclastia islamica si traduce in superbe decorazioni che rapiscono gli occhi con la loro eleganza: i cortili delle Mederse sono un trionfo di motivi che si rincorrono e ogni scorcio inquadra prospettive inedite.
Estraneo ed ignaro, mi rapisce il salmodiare del muezzin: se di giorno è accompagnato dal brusio della vita che scorre, la mattina presto irrompe nel silenzio del tuo sonno.
Nei gesti di molti marocchini il sorridente fatalismo dell’Inch’Allah: un accordarsi alla volontà del divino apparentemente mite e serena che all’estremo opposto anima gli animi più radicali del fondamentalismo. Curioso come uno stesso principio possa dar luogo a effetti tanto contrastanti.

Spingendosi verso il Sahara, il paesaggio si fa sempre più arido: la consistenza fangosa della kasbah di Aït Benhaddou, la Hollywood marocchina Ouarzazate, la valle del Dadès e infine le gole. L’hotel Yasmina è sferzato dal vento gelido che attraversa le gole del Todra, la mattina saltano i gruppi elettrogeni e ci troviamo a fare colazione a lume di candela. Si prosegue verso il deserto, Rissani e poi l’ultimo avamposto Merzouga.

Dopo inizia la sabbia dell’Erg Chebbi: la sensazione di spazio e il silenzio del vento sono sorprendenti.
Anna me lo aveva detto: se non ci sei mai stato, non ti aspetti che il deserto sia così bello.
La luna piena invade la distesa di sabbia e lo sguardo si perde nell’effimero spazio fra le dune e il cielo. Quello spazio, mentale prima che fisico, ci rimarrà a lungo in testa.

Abdul non fa altro che guidare per un giorno intero, attraversando Erfoud, Er-Rachidia, seguendo la valle dello Ziz; più a nord le casette da località di villeggiatura svizzera di Ifrane spuntano fra la nebbia piovosa ed il freddo. Ormai sovraccarichi di strati di sensazioni sedimentate, scivoliamo nelle contorte medine di Fès e Meknès.

Renitenti etilisti, a Meknès ci infiliamo nelle strade anonime della Ville Novelle alla ricerca di un negozio che venda alcolici. La traccia si fa sempre più labile da quando scendiamo dal Petit-Taxi e ci addentriamo per strade secondarie finché un ragazzo marocchino ci accompagna per mano ad una minuscola rivendita: gesti trafelati e transazioni furtive, una malata luce al neon illumina scaffalature metalliche cariche di vino, vodka, pastis e birra. Non vigendo la sharia, il consumo di alcolici non è illegale ma semplicemente non conforme ai precetti religiosi da cui l’aria di proibizionismo ideologico che avvolge il negozio.

L’elegante Ryad Bahia di Meknès ci ospita per l’ultima notte marocchina: mentre sorseggiamo l’ennesimo tè alla menta, come bambini all’ultimo giorno di mare ci lasciamo avvolgere dalla malinconia.