mercoledì 14 aprile 2010

Marc Webb e i generazionali


(500) Days of Summer è un brillante film del 2009, scritto da Scott Neustadter e diretto da Marc Webb, interpretato da Joseph Gordon-Levitt (Tom) e Zooey Deschanel (Summer; Sole nella versione italiana), che dopo una positiva accoglienza al Sundance ha avuto un ottimo successo di pubblico, incassando circa 70 milioni di dollari a fronte di un budget di produzione di 7,5 milioni. Con approccio non-lineare, racconta il fallimento della storia di amore fra due giovani pressoché trentenni, giovani carini e infelicemente occupati, in una Los Angeles che appare per sottrazione, fra dettagli e scorci inusuali. Trama e personaggi accattivanti, montaggio fresco e convincente, regia ricca di spunti originali (il musical post-prima notte insieme, lo split screen alla festa a casa di Summer), continui e marcati vezzi da cinema indie (musica, abiti, modi di essere, gusti, interni).
Soffro i film giovanilisti quando mi accorgo di essere fuori target, se non per età anagrafica quanto meno per sensibilità e disillusione. Guardo con pragmatismo gli esibiti vezzi indie: i richiami culturali agli anni Ottanta (la musica degli Smiths, la t-shirt dei Joy Division indossata da Tom), i protagonisti così chiaramente non massificati che strizzano l’occhio al pubblico giovane (lui: incrollabile romantico che vive in un fighissimo loft, veste gilet e cravatte sottili, porta borse a tracolla da studente universitario, ha sacrificato la passione per l’architettura per un mero lavoro; lei: amabile viso pulito incorniciato da frangia anni Cinquanta, concisa, disillusa, pragmaticamente scettica sull’amore, restia ai fidanzamenti). Questi elementi sono strumentalmente pensati per farti sentire parte di una mentalità, creare simbiotica immedesimazione e orgogliosa rivendicazione del proprio universo (ehi, cioè, io sono così, quello è il mio mondo). Con gli anni però succede qualcosa, forse si affievolisce quella luce che Morrissey cantava essere perenne, ed anche se molti di quei riferimenti costituiscono tuttora parte integrante – determinante ? – del tuo orizzonte culturale, non provi più interesse nel vederli citati e apertamente rivendicati come l’immaginario di riferimento di un personaggio. Anzi, ti danno pure un po' fastidio.
La fine della storia d’amore sembra confutare e superare l’architettura del film fino a quel momento: Summer si sposa, svelando meccanismi affettivi altri dalla semplice condivisione di passioni: come se il rito di passaggio all’età adulta fosse segnato da una nuova consapevolezza sentimentale.
Il finale incontro con Autumn (Luna nella versione italiana) apre per Tom la strada di una nuova storia e fa ripartire il contatore: non senza una certa banalità da happy end, il film ha una sua circolarità e trova il finale positivo tipico dei film generazionali, che si aprono sulle magnifiche sorti future dei protagonisti.

lunedì 5 aprile 2010

labbra blu

Sulle labbra era il sapore
del mattino che hai inventato tu
guarda adesso come piove
sulle mie labbra blu
Guarda adesso come piove
sui sentieri in fondo all'anima
Storie che non hanno odore
è la mia realtà
Vorrei dare un nuovo nome
nuova linfa a tutto quel che c'è
ogni cosa è una ferita
che mi ricorda te
Federico Fiumani (Diaframma), Labbra blu

Classe 1960, Federico Fiumani animava l’underground fiorentino degli anni Ottanta, quando i suoi Diaframma e i primi Litfiba portavano la new wave italiana fuori dalle cantine. Poco meno di trentanni dopo Fiumani è ancora lì sul palco, solo, il suo incrollabile ciuffo grigio, asciutto, diretto, coerente fino alla morte alla sua poesia. Sale sul palco di uno sperduto ARCI umido nella provincia toscana, imbraccia la sua Ibanez e riprende il filo della sua distorta poesia urbana davanti a nostalgici fedelissimi e nuovi adepti.
Come sempre, dichiaro il mio imperdonabile ritardo: nonostante ne sentissi parlare da sempre, mi sono avvicinato a Fiumani soltanto dopo aver incontrato la cover di Labbra Blu di Cristina Donà, mite, suadente, malinconica. Sul palco dell’ARCI, Fiumani la ripropone in una versione scarna, ossuta, nervosa, vibrante.