domenica 2 maggio 2010

à paris


Il sole conquista la città e i parigini sfogano la loro brama di primavera invadendo il Jardin du Luxembourg e attraversando la città in vélo. Salendo nel parc di Belleville fra frotte di bambini che giocano, Parigi già affoga in una caligine pre-estiva, il monolito nero di Montparnasse e lo scheletro di Eiffel provocazioni verticali in una città più che altro orizzontale. Fra le tubature esterne già assurdamente retrò del Beaubourg e lo scrigno di Place des Vosges, il vecchio quartiere ebraico Pletzl svela strette vie e qualche piazza inattesa, fra negozi Kosher e impegnativi felafel. Sebbene segno di esibizione e riurbanizzazione con chiari scopi anti-sedizione, l’Axe Historique è una sfrontata sfida prospettica, dalla Pyramide di Pei all’agorà di cemento della Défense tutti in riga, inquadrati e sull’attenti: Tuileries, Concorde, Champs ed Etoile.
Mitterand, esoso e fedele alla proverbiale grandeur francese, ha lasciato alla città il Grande Arche de la Défense e la totemica Biblioteque National de France; Jacques Chirac si è limitato – si fa per dire – ad ospitare la sua passione per l’arte etnica nel recente Musee de quai Branly, opera dell’archistar Jean Nouvel che mette in gioco riflessi e trasparenze, rosso e pareti erbose. Nouvel ed il suo vetro definiscono anche gli spazi della Fondation Cartier in boulevard Raspail, che oggi ospita una temporanea sull’imprevisto e ricchissimo genio stravagante di Takeshi Kitano. Seduto con Cecile e Paolo nel giardino interno di fronte al chiosco che vende pacchiani snack giapponesi, immagino gli uffici della Fondation popolati da indaffarati e imprecisati creativi: gente che io, non-creativo, tendo ad invidiare per una vita che ipotizzo essere vivace e stimolante. (Com’è ovvio, trattasi di supposizione quantomeno superficiale. Per puro caso, una settimana dopo, vagando per l’altrettanto ambiziosa zona Tortona del Fuori Salone 2010 milanese, mi ritrovo a parlare con un color designer: questa gente che dice vado a Miami a fare feste, ma che cazzo vuol dire, il design mica sono le feste a dimostrazione di un settore lavorativo più strutturato e difficile di quanto appare sulla superficie mondana).
Le onde della passerelle Simone de Beauvoir si aprono sul parc di Bercy e la Cinémathèque Francaise – quella odierna, ospitata nell’ex American Center di Frank O Gehry, che ha sostituito la sede storica al Palais de Chaillot, immortalata da Truffaut in Baci rubati nel periodo dell’affaire Langlois.
La luce filtrata entra dal lucernario dell’Orangèrie e sbianca le sale delle Nympheas di Monet, esteso tutto colore sulle tele circolari. Al piano di sotto, nella collezione privata di Paul Guillaume, mi rapiscono le evanescenti figure femminili di Marie Laurencin – che Wikipedia mi dice essere attiva nell’effervescente mondanità parigina degli anni Venti come pittrice, illustratrice per Carroll e Gide, nonché amante di Apollinaire – e il turbolento proto-espressionismo di Chaïm Soutine – ebreo russo naturalizzato francese, attivo a Parigi negli anni Venti.
Alla cena per l’inaugurazione della casa di Sarah nel XVe, la mia ignoranza linguistica mi impedisce di partecipare appieno ai dialoghi in francese fra i piatti di cous cous ed il vino rosé marocchino; mi limito ad affacciarmi dal microscopico balcone per osservare il placido traffico del sabato sera di av. Felix Faure. Ben altra animazione percorre rue Oberkampf e rue Timbaud, il venerdì sera animate da un animato flusso di vita notturna fra i bar e locali della zona. A cena ad un ristorante etiope nel XIe, fra una Pelforth, luci fioche e gustoso cibo dal piatto comune a centro tavola, finiamo a parlare di politica italiana: data per assodata la perdurante crisi della Sinistra, ci chiediamo dove porterà il colorato litigio pubblico fra Berlusconi e Fini.