giovedì 5 agosto 2010

Lo

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, tre volte, contro i denti. Lo. Li. Ta.
Vladimir Nabokov – Lolita (traduzione di Bruno Oddera)

Che banalità citare l’incipit di Lolita.
Eppure, in quelle tre sillabe, in quelle poche righe paratattiche, in quella sincera dichiarazione c’è tutta la malata passione che brucia il protagonista. Con somma pace di quel genio di Kubrick, la ricchezza del romanzo di Nabokov è irraggiungibile: l’attrazione di Humbert per le ninfette, la sua tortuosa e insoddisfacente educazione sentimentale che trova coronamento in Lolita, il labile confine fra lecito e corrotto, il continuo contrasto fra moralità di facciata e depravazione, una vita in fuga fra scenari disadorni e squallide camere di motel, la fatiscente resa dei conti finale con Quilty; tutti questi elementi mantengono intatta la loro forza, schiudono la personalità turbata di Humbert con una profondità che rimane inespressa nella trasposizione cinematografica, suo malgrado casta e trattenuta.
Il film di Kubrick paga ai nostri occhi l’iconografia anni Sessanta, presentandoci un Humbert innamorato di una Lolita, più adulta dell’originale e lontana dai codici estetici attuali (cosa invece riuscita, per ovvi motivi cronologici, a Adrian Lyne con la Dominique Swain del remake del 1997); il romanzo, ovviamente privo di riferimenti visivi, può contare sulla forza a-temporale del linguaggio e riesce a trasmettere la seduzione fisica di cui è vittima Humbert, la cui ninfolessia è malattia pre-esistente all’incontro con Lo: la bellezza non è affatto un valido criterio di scelta; e la volgarità, o almeno ciò che determinate persone così definiscono, non compromette necessariamente certe caratteristiche misteriose, la grazia torbida, il fascino elusivo, mutevole, struggitore e insidioso che distingue le ninfette della loro coetanee.
Nabokov, fra l’altro valido entomologo ed esperto scacchista, è capace di minuziose quanto istantanee caratterizzazioni: la signora Haze viene immediatamente inquadrata nel suo profilo di arida e convenzionale provinciale piccolo-borghese (era una di quelle donne le cui levigate parole possono riflettere ogni mortale convenzionalismo ma non riflettono mai l’anima), le malizie di Lo (“Ero una creatura fresca come un giglio e guarda che cosa mi hai fatto”), il marito Dick, semplice e concreto viene inquadrato in un salotto trasandato (Perché non si radono meglio, questi giovanottoni muscolosi ?).

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