martedì 12 ottobre 2010

MEX

Appena rientrato dal viaggio, le impressioni sul Messico si accavallano, sgomitano per reclamare il loro spazio, un ricordo, una parola. Passato più di un mese, sento ancora il bisogno di dargli sfogo e a fatica riesco finalmente a scriverne, aggregandole per momenti nel vano tentativo di raccogliere le differenti sensazioni, dal caos delle città all’afa della giungla, dalle barriere coralline al fascino delle culture indigene.

Visioni precolombiane
A sorpresa mi scopro ricettivo alla storia dei popoli precolombiani: affascinato dalla vastità delle rovine, percepisco l’onda lunga di civiltà millenarie, con un’intensità che raramente ho sperimentato di fronte ai resti delle civiltà classiche occidentali (ammetto non per oggettivo valore storico quanto per una mia particolare suggestione del momento).
Salendo i gradini della Piramide della Luna, vengo colto dai primi sintomi di insolazione messicana: il sole spietato dei duemila metri regna sulla Calzada de los Muertos prima che si addensino le nuvole del rituale temporale pomeridiano, sfiancando i turisti già provati dalle cantilenanti offerte dei venditori ambulanti. Teotihuacán è ampio, razionale, squadrato. Una vezzosa turista spagnola con ampio foulard e maglia a righe si fa ritrarre in posizione del loto su una piramide.
Millecinquecento anni prima di Colombo, qui fioriva la prima città stato della Mesoamerica; sette secoli dopo il suo declino, gli Atzechi costruiranno poco lontano la loro capitale Tenochtitlán, dove nel 1519 il conquistador Cortès sarà accolto come una divinità dallo sprovveduto Montezuma, dando il via alla conquista spagnola. Tenochtitlán, prosciugata e bonificata, diventerà Città del Messico, infinita e affollata capitale del paese odierno, che ancora sprofonda sul terreno instabile.
Strategicamente rialzata rispetto alla pianura circostante dove sorge Oaxaca, Monte Albán domina le vette della Sierra Norte su cui si rincorrono nuvole cariche di pioggia. Fondata dagli Zapotechi, coeva di Teotihuacán, oggi rapisce per la nobile posizione e la profondità di campo concessa allo sguardo.
Più a sud incontro i resti della civiltà Maya, che occupava una vasta area comprendente sud del Messico, Guatemala, Belize, Honduras. Dalla giungla al confine con il Guatemala, emerge Yaxchilàn. Esperienza intensa: l’afa e gli insetti insistenti, la pelle perennemente umida, le acque limacciose dell’Usumacinta, le rovine cadenti sprofondate nel caldo verde con le gradinate infinite, i labirinti bui e i sentieri scivolosi.
All’ingresso delle rovine di Palenque, le sedicenti guide offrono insistentemente i loro servizi. Mentre mi avvicino all’ingresso ripetendo ossessivamente il mantra no gracias, le offerte si fanno sempre più vantaggiose. L’ultima proposta prevede guida e funghi allucinogeni a fine tour per modici cento pesos.
Per la sua vicinanza a Cancun, Chichen Itzà, principale città Maya del periodo post-classico, è affollata di turisti in gita dai resort. Nonostante la folla eccessiva, la quantità insopportabile di venditori ambulanti, il biglietto di ingresso più costoso delle altre rovine pur essendo gestita dallo stesso INAH (Istituto Nacional de Antropología e Historia), il sito è ricchissimo e perfettamente preservato.
I vialetti della zona archeologica di Tulum sono così curati che sembra di trovarsi in un resort. Le rovine in sé sono piuttosto misere se confrontate con gli altri siti, tuttavia il colpo d’occhio del Castillo arroccato sul bianco-blu del mare caraibico è di grande effetto scenografico.

Supposizioni nel Chiapas
Il nostro non-amico Ben si cala i pantaloni mostrando il suo culone bianco da americano ubriaco per le vie di San Cristóbal de Las Casas poco prima di finire tutti a ballare musica house al Pura Vida. Il francese che si atteggia a bohèmienne rimane fuori dal locale, scalzo, con la sua bottiglia di tequila.
San Cristóbal attrae e affascina, adagiata a oltre duemila metri nel verde della Sierra Madre, epicentro del Chiapas, delle sue lotte e delle sue tradizioni indigene. Sebbene oggi sia piuttosto turistica – ma con un certo stile: è sufficiente una passeggiata fra i negozi di Real de Guadaloupe per rendersene conto – mantiene un’atmosfera ammaliante e vagamente magica, che spinge a volerci ritornare.
Poco distante, la celebre chiesa di San Juan Chamula sorprende per lo svelarsi del sincretismo alla luce polverosa delle sue candele. Mi attardo, faccio fatica a distaccarmi da una religiosità così distante da me ma così fisica e partecipata. Quando il portone si riapre sulla piazza del mercato, vago stranito e incerto fra i miseri banchi degli indigeni e le frotte insistenti di bambini questuanti.
A San Cristóbal incontro una storia affascinante.
Frans Blom, danese di buona famiglia dalla barba curata e il portamento elegante, lavora nel sud del Messico per l’industria petrolifera quando inizia ad interessarsi alle civiltà Maya. Diventa archeologo ad Harvard e guida varie esplorazioni nella giungla del Chiapas, contribuendo alla scoperta di siti inesplorati. Lasciata l’università per problemi di alcolismo, si trasferisce a San Cristóbal con la seconda moglie, la fotografa tedesca Gertrude “Trudi” Duby, dove fonda Na Bolom, un centro di studi e ricerca sulla cultura Maya ed in particolare sui Lacandoni, popolazione Maya mai sottomessa agli spagnoli. Dopo la morte di Blom nel 1963, Trudi si impegna contro la deforestazione della Selva Lacandona e per preservare la cultura delle popolazioni Maya, per cui diviene un punto di riferimento. Muore nel dicembre 1993, pochi giorni prima dell’occupazione zapatista del Chiapas. Na Bolom è oggi un interessante museo, albergo e centro studi gestito dall’associazione omonima; la guida indigena anglofona riesce a trasmettermi la passione per l’affascinante vita dei Blom e l’affetto conquistato dalla coppia presso le popolazioni Maya. Attardandoci a chiacchierare con lui nell’elegante porticato interno, passiamo dai ricordi di Trudi e delle visite di Diego Rivera a Na Bolom alle rivendicazioni zapatiste; dopo un’iniziale vaghezza sul tema, mette casualmente mano al portafoglio su cui campeggia il ritratto del Che, e svela la sua natura di simpatizzante con EZLN.
Da parziale ignorante sul tema, credo ci sia molto da capire sulla causa zapatista, al di là della semplice attrazione ideologica esercitata sugli occidentali impegnati, sempre sensibili alle cause terzomondiste, indipendentiste e anticapitaliste. Le rivendicazioni zapatiste sono indubbiamente legittime – la difesa dei diritti delle popolazioni indigene nello stato più povero del Messico – così come il loro tentativo di instaurare un modello di società alternativo; tuttavia, la situazione ha ormai raggiunto un punto di stallo e governo e zapatisti sembrano convivere in una tregua non dichiarata. I villaggi zapatisti non riconoscono il governo messicano (pertanto non pagano utenze e servizi); per contro, il governo ha militarizzato la zona, immagino per evitare future recrudescenze del conflitto. Per capirne di più sarebbe necessario ascoltare più voci – non solo militanti, simpatizzanti e detrattori ma anche ex-militanti. Il nostro tentativo di visitare il Caracol di Oventic, villaggio zapatista non lontano da San Cristóbal, fallisce miseramente dopo un’ora di vuota attesa ai cancelli d’ingresso.

In senso contrario
Mentre calpesto l’abusata traccia turistica dal DF verso sud, attraversando stato di Oaxaca e Chiapas, ignoro che in direzione opposta alla mia, su strade secondarie e treni merci, si muove a fatica il flusso dei migranti che dal Centro America attraversa il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Non solo il loro obiettivo finale è arduo, viste le misure di sicurezza e controllo adottate dagli USA sul Rio Bravo, ma lo stesso percorso attraverso il Messico è popolato di trafficanti, sequestratori, ladri e truffatori, pronti ad approfittare della disperazione e dei pochi risparmi dei migranti. Qualcosa di analogo alle tratte interne al continente africano per raggiungere le coste mediterranee.

La Capitale
Città del Messico è ovviamente frenetica e congestionata: 20 milioni di abitanti guidano 8 milioni di auto, la metropolitana al prezzo politico di tre pesos è affollata, i cantieri per la linea 3 del Metrobus appesantiscono ulteriormente il traffico, la periferia non finisce mai, con le sue case e baracche arrampicate sulle colline come alveari. Il centro storico mi sorprende per la sua modestia e semplicità, strade costellate di banchi di mercato e negozi economici, atmosfera calda e caotica da Sudamerica da cartolina, il pittoresco mercato Abelardo Rodriguez, le chiese fatiscenti come la Santísima. Ben altra atmosfera popola le eleganti vie di Condesa, quartiere benestante, abitato da molti occidentali, o le aree pedonali anonimamente commerciali della Zona Rosa. Pittoresche le strade e le piazze animate di Coyoacan nel sud della città, bella la spianata del campus dell’UNAM (Universidad Nacional Autonoma de Mexico, di cui, fra l’altro, mi piace la rivendicazione di autonomia, così forte da essere riportata addirittura nel nome).
I murales di Diego Rivera – Palacio Nacional, Palacio de Bellas Artes – trasudano orgoglio patriottico e attaccamento alla storia nazionale, un nastro che avvolge conquista spagnola, indipendenza, porfiriato e rivoluzione, con tutti i suoi uomini ed i suoi ideali.

E quando arriva Wal Mart ?
Arriviamo a Oaxaca sotto il diluvio, le strade invase da fiumi d’acqua. Spiove mentre beviamo una birra sulla terrazza del Casa Angel, e fortunatamente riusciamo a visitare asciutti la città coloniale, con l’animazione della sua piazza, i miti venditori ambulanti indigeni, il caos colorato del suo mercato, dove anziane signore vendono montagne di chapulines (cavallette fritte). Oziando nello Zócalo, ci chiediamo come e se la distribuzione di massa e altre forme commerciali tipiche del capitalismo arriveranno da queste parti. Una società povera e modesta ma non indigente, in cui vivacchiano forme di misera vendita ambulante – patatine fritte, lustrascarpe, chewing gum, orchada,… – e affollati mercati: come potrà questo eccesso di offerta affrontare l’eventuale arrivo della grande distribuzione con le sue regole di pricing e politiche aggressive di taglio costi ? No sé, la serafica risposta.

Italiani in fuga
– Ma tu sei italiano ?
– Non più – risponde il bresciano che gestisce La viña de Bacco nel centro di San Cristóbal, animata e accogliente vineria con tavolini in legno e aperitivi di vini italiani e sudamericani, affollata da una clientela cosmopolita – target inevitabile per questa tipologia di locali, di certo non pensati per i messicani.
Non ho visitato Puerto Escondido, che in passato immagino essere stato meta di idealisti fuoriusciti dal nostro paese, ma sul mar dei Caraibi ho incrociato piccoli imprenditori del bel paese, gestori di ristoranti o gelaterie o eleganti cabañas sulla spiaggia di Tulum.

Yucatán e mare
Merida è calda e caotica. Città popolare, piena di fancazzisti dall’aria meno amichevole dei miti nullafacenti del Chiapas. Il Nomadas però accoglie i suoi ospiti con piscina e riposanti amache, che nella notte offrono una tregua dal caldo. Finiamo in un’orripilante discoteca dalle parti del Paseo de Montejo: unici occidentali in mezzo a giovanissimi messicani, rigorosamente in coppia, vestiti alla moda, le ragazze dal look piuttosto volgare (stile celebrità televisiva latino-americana alla Cristina Aguilera). Beviamo cuba libre annacquatissimo.
Qualche giorno dopo: il Grand Cenote di Tulum dove il sole filtra nell’acqua azzurra e le torce provano a illuminare il fondo delle grotte, svelando un mondo interamente riservato ai sub; la spiaggia bianca di Tulum, birre e frutta sotto le palme; i colori del reef; la natura rigogliosa della riserva della biosfera Sian Ka’an a sud di Tulum. Punta Allen, di giorno meta di gite organizzate, la sera è deserta: forse perché in bassa stagione, siamo probabilmente gli unici turisti a cercare un ristorante per cena. Il paese sembra un’evanescente terra ai confini del mondo, ultimo avamposto che accoglie uomini in fuga e pescatori, con le sue strade in sabbia, la fornitura di luce elettrica garantita solo per metà giornata, il pontile sulla placida laguna. La Posada Sirena è piuttosto fatiscente e umida, gestita da un’anziana signora americana che, dopo varie sfortune in amore ed in mare, vive da più di venti anni a Punta Allen.
Inevitabile il senso di disorientamento qualche giorno dopo allorchè facciamo la spesa al Wal Mart di Playa del Carmen. E’ ufficiale, siamo nel Quintana Roo turistico: i condomini fronte mare di Playa del Carmen, la distesa di colossali resort e golf club lungo la carretera 307, i palazzoni e centri commerciali del viale Kukulkan di Cancun. Immaginavo fosse così, ma lo skyline di Cancun riesce comunque a sorprendermi.

Nel flusso
Alla fine arriviamo a Isla Mujeres, lingua di sabbia turistica di fronte ai grattacieli di Cancun. Le giornate trascorrono indolenti ma passiamo delle divertenti serate al Poc Na, ostello/ristorante/beach bar dove converge la gioventù turistica dell’isola.
Siamo nel flusso. Travolti da un’inebriante sensazione di leggerezza che esalta la spontaneità nei rapporti con gli altri, spinti da un’istintiva porosità nel muoversi di situazione in situazione, allacciamo contatti istintivi, sicuramente brevi, ma nel momento pienamente soddisfacenti. L’estiva leggerezza delle birre messicane lascia presto spazio al 2x1 sui long drinks. Nel beach bar facce e momenti presto si confondono, riappaiono volti incrociati nelle precedenti giornate messicane, si perdono fili più che riallacciarli. A notte fonda non resta che svenire su un’amaca in spiaggia o guadagnare scalzi la camera da letto, illusoriamente soddisfatti.