martedì 15 novembre 2011

ancora (più) vicini

Quasi per caso, aprendo il giornale vedo che questa sera suonano i Casino Royale. Beh, vado, sono curioso di ascoltare i nuovi brani. Guardandomi intorno, vedo che il pubblico non ha subito alcun ricambio generazionale, i presenti sono tutti over 30 che ascoltavano Dainamaita, Sempre più vicini e CRX negli anni Novanta. E il concerto è un piacevole amarcord: i nuovi CR reinterpretano, acidificano, ma tengono alta la bandiera old school, con orgoglio e fierezza: ritmi in levare, l’efficace miscela fra radici ska, sollecitazioni hip-hop, vibrazioni trip-hop e d’n’b, un campionario di avanguardia anni Novanta. E il pubblico balla e salta, gioiosamente partecipe della celebrazione di un passato comune.

lunedì 17 ottobre 2011

trans 2011

00 – prologo

Irkutsk, Siberia centrale, poco dopo le 4 del 14 Agosto.

La luce affaticata della sala d’aspetto accoglie frammenti di viaggi e di ordinaria desolazione notturna, il televisore trasmette Lawrence d’Arabia in versione originale sovraddoppiata in russo. Ammaliato dalla situazione surreale, mi fisso a seguire gli occhi impossibilmente azzurri di Peter O’Toole nella tenda araba, mentre i display della stazione ripetono imperterriti l’ora di Mosca, a cinque fusi orari e oltre 5.000 km da qui, in un evidente anacronismo con il fuso locale che risulta indispensabile per gestire gli orari ferroviari attraverso la vastità del continente russo.

Qui è nato Nureyev e, per la prima volta, ho la chiara percezione del viaggio.


01 – Mosca (Москва)

Appena arrivati dall’aeroporto Sheremetyevo, passeggiamo per Arbat in cerca di un bancomat e di una cena notturna. Il tassista ha avuto qualche problema a trovare il nostro indirizzo, scena che si ripeterà spesso, come se l’unica Arbat nota alla categoria fosse lo stradone Novy Arbat e non la via originaria, oggi trasformata in zona pedonale commerciale, un’anonima sequenza di negozi, ristoranti, fast food e catene internazionali, in cui sopravvive l’elegante casa di Pushkin, con il suo parquet pregiato, le lettere autografe e gli arredi ottocenteschi.

Come prevedibile, Mosca miscela le ampie prospettive della capitale storica con i resti del passato sovietico e i segni della nuova Russia.

La Mosca dei grandi spazi affascina con le prospettive ordinate del Cremlino, le guglie fiabesche di San Basilio, il placido scorrere della Moscova, l’arioso acciottolato della Piazza Rossa osservato dai Magazzini Gum, una volta seriosi Magazzini di Stato in un paese che rifiutava il commercio per statuto, oggi canonici department store di respiro internazionale. I viali e le arterie giustificano la grandeur cittadina, fuggono dal centro geografico o lo circondano ad anello, sebbene sommersi dal caotico traffico moscovita e dai perenni, e apparentemente approssimativi, lavori di ripavimentazione dei marciapiedi.

Nel tardo pomeriggio di domenica pranziamo all’Avocado, velleitario cafè vegetariano che accoglie giovani russi benestanti a due passi dalle placide acque del laghetto di Chistye Prudy sull’Anello dei Giardini. In generale, è più facile mangiare sushi o kebab che bliny o solyanka, in una città occidentalizzata nei gusti e tendenze, che offre caffetterie e cocktail bar eleganti e curati nel design. Passeggiando per Tverskoy, si incrociano le boutique internazionali e l’alta moda italiana, la sede moscovita di Nobu, la catena di alimentari Azbuka Vkusa, tempio dei gourmet locali, il concessionario Lamborghini-Bentley poco distante dalla statua di Marx in Teatralnaya ploshchad. Gli autisti dei Nuovi Ricchi dormono parcheggiati a climatizzatore acceso davanti ai locali alla moda, nascosti dai vetri oscurati di berline e fuoristrada tedeschi.

Il mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa, algido e silenzioso, ha una laica sacralità.

Qualche settimana dopo, viene naturale paragonarlo a quello di Mao a Tienanmen, più maestoso e luminoso, seppur severo. Davanti al padre della Rivoluzione Russa c’è un rispetto intimo e deferente, davanti al grande Mao c’è la celebrazione pubblica del leader del popolo, tanto marmo e cumuli di fiori a omaggiarne la memoria.

Il turismo non sembra interessare molto ai moscoviti come fonte di reddito, prova ne è il sistema museale che, sebbene curato e inappuntabile, appare come un vecchio apparato statale sovietico, funzionante ma per nulla modernizzato. Passi per il Museo di Storia Contemporanea – peraltro interessantissimo – e le sue babushke in biglietteria, ma sorprende al MMOMA la retrospettiva di Bonalumi controllata da anziane signore in calze di nylon. Anche la Nuova Tretyakov, una curata rassegna del Novecento Russo, è un decadente hangar sovietico, affascinante per il sapore di passato idealista, severo e privo di orpelli, ma per niente valorizzato.

Nelle piacevoli pieghe di Kitay Gorod, troviamo un cortile occupato da laboratori e attività creative, fra cui un atelier di giovani stilisti, una scuola di ballo e un anacronistico negozio di prodotti per fumatori di erba, inevitabilmente inneggiante alla Giamaica; non lontano si trova l’Art Garbage, locale notturno di sicuro interessante, ma purtroppo deserto il lunedì sera. A Gorky Park beviamo kvas in un elegante locale all’aperto, con comodi divani bianchi e, di nuovo, giovani russi benestanti che sorseggiano soft drinks e mangiano cibo internazionale. Mi viene in mente una ballatona rock banale degli Scorpions, incentrata sul vento del cambiamento dopo la caduta del Muro.

Sulla riva settentrionale della Moscova procedono i lavori nei cantieri di Moskva City, l’ambizioso progetto di un business centre internazionale, fortemente sponsorizzato dall’ex sindaco-padrone Luzhkov ma pesantemente ridimensionato dopo la crisi del 2008. Peraltro, il controverso Luzhkov ha guidato Mosca per quasi tutta la sua storia post-sovietica, dal 1992 fino al suo licenziamento nel 2010 per ordine diretto di Medvedev.

Paccottiglia nostalgica a parte, la Russia sovietica riappare laddove i simboli del passato non sono stati cancellati – vedi qualche falce e martello sopravvissuta – oppure volutamente raccolti, come nell’Art Muzeon, dove trovano spazio statue di Lenin, Stalin e Breznev rimosse dai propri piedistalli.

Rappresentazione molto più efficace dell’utopia socialista è il monumento del Museo del Cosmonauta – lucido e slanciato decollo verso le future sorti e progressive – e gli edifici del VDNKh, una volta ambizioso Centro Espositivo dell’URSS, oggi banale fiera di paese. Ma, architettonicamente, l’idea è chiara.


02 – in treno dalla Russia alla Mongolia

La taiga siberiana scorre ininterrotta dai finestrini del treno 6, i nostri compagni di viaggio mongoli commerciano ad ogni stazione dove la polizia russa glielo permette, scendono sui binari e vendono abiti e scarpe a russi di periferia. Passiamo da Ekaterinburg di notte, per cui mi perdo l’obelisco che segna l’ingresso in Asia. Nella memoria, già confondo le varie stazioni: Omsk, Novosibirsk, Krasnoyarsk, i centri siberiani minori. La nostra provodnitsa, mongola, ci presta gentilmente le tazze della Mongolian Railway per farci il caffè solubile con l’acqua del samovar, per il resto si fa abbastanza i fatti suoi, oltre a commerciare anche lei con i suoi connazionali (risulta essere l’addetta alla vendita delle tute di acetato, che evidentemente hanno ancora un florido mercato fra i popoli dell’est). La cameriera del vagone ristorante, russa, ci sorride amichevole e tenta di colmare a gesti la reciproca incomunicabilità. Non so come, ma si riesce ad attendere più di un’ora per un piatto di carne. Solo le zuppe arrivano subito.

Irkutsk, principale città della Siberia, è una cittadina piacevole e viva, seppur povera di attrattive turistiche. Un ponte sull’Angara ospita lucchetti come Ponte Milvio, al che mi chiedo se il successo di Moccia sia arrivato fino a qui o se la storia dei lucchetti esistesse indipendentemente da Moccia.

Il Baikal potrebbe essere meta interessante, ma piove e fa freddo e la visita si riduce ad una pigra passeggiata a Listvyanka, dove mangio plov e una specie di arancino ripieno di pesce, che immagino essere il celebre omul siberiano ma non ho modo di chiedere conferma alla cameriera.

Alla frontiera russo-mongola (Naushki da una parte, Sükhbaatar dall’altra) il treno 362 sosta almeno cinque ore, spese a leggere, mangiare tonno in scatola, bere birra, cambiare i pochi rubli avanzati dai cambiavalute abusivi che bazzicano la stazione mongola.


03 – Ulaan Baatar (Улаан-Баатар)

Alle 6 del mattino Ulaan Baatar è fredda, anche se già alto e luminoso il sole non riesce a scaldarla. Bastano un paio d’ore e quello stesso sole incendia piazza Sukhbaatar, grande spianata osservata da un serafico Gengis Khan assiso e da un cavalcante Sukhbaatar su piedistallo. Sullo sfondo, la vela di vetro della Blue Sky Tower spunta fra la caligine estiva. Sembra che il traffico sia esploso nelle mani dei mongoli, impreparati a gestire il possesso di un’auto e una città da attraversare: code caotiche, clacson perenni, nessuna precedenza ai pedoni, è sufficiente un evento straordinario a bloccare tutto (nel nostro caso, la visita del premier coreano).

Probabilmente terra di potenziali investimenti esteri e grandi possibilità di crescita, oggi Ulaan Baatar sembra accettare uno sviluppo eterogeneo e caotico come unica via per non rallentare il Sistema.

Una clientela cosmopolita si incrocia chez Michele, velleitaria caffetteria-panetteria francese a due passi da Peace av., caratteristica per gli ottimi ingredienti occidentali. La tradizione di origine taiwanese e diffusione statunitense del Mongolian Barbecue, si è contradditoriamente insediata anche a Ulaan Baatar con la catena americana BD’s e la catena autoctona Altai.

Il museo di Scienze Naturali fa tenerezza per la sua genuinità involontariamente kitsch: tolta la sala dei dinosauri, il resto è una raccolta di animali impagliati, compreso un anacronistico coccodrillo regalato da Castro in epoca sovietica (perché la Mongolia era nell’area di influenza dell’URSS, che, alfabetizzandola, ha importato il cirillico, soppiantando la pre-esistente scrittura mongola verticale, come imparo dalla nostra guida, studente di ingegneria mineraria).

Appena si riesce ad uscire dalla città, fra scorciatoie dissestate e polverose in cui si ammassa una periferia indistinta, la Mongolia appare per quello che ci si aspetta: una terra di orizzonti infiniti e cielo azzurro.

Di Karakorum capitale rimane poco o nulla, mentre il monastero di Erdene Zuu spicca con i suoi Stupa bianchi in mezzo alla steppa assolata.

I proprietari delle gher interagiscono poco con i turisti, solo i bambini dimostrano curiosità verso lo straniero: il contatto si stabilisce attraverso lo strumento del gioco e la gestualità, non c’è l’ingombro di sovrastrutture che rendono imprescindibile il dialogo per stabilire un rapporto.

Complici caldo e irregolarità del fondo stradale, le bottiglie di airag esplodono nel bagagliaio del pulmino. Come lo Champagne, il latte ha continuato a fermentare in bottiglia e basta svitare i tappi per far partire una doccia da Gran Premio. Bevuto dalla tazza di legno in mezzo alla steppa, l’airag ha un suo fascino di solida tradizione nomade, quando impregna il tuo zaino diventa immediatamente mero latte rancido.

Ho dedotto l’interesse per la Mongolia dall’esperienza di Ferrario e dei CSI – il disco Tabula Rasa Elettrificata, gli appunti ispirati di Zamboni di In Mongolia in retromarcia, i pensieri di Ferretti ne Il traboccare del vuoto, il documentario di Ferrario Sul 45° parallelo – per cui, nonostante il poco tempo a disposizione e l’impossibilità di spingermi al di fuori della sola Mongolia Centrale, ho cercato di vivere appieno gli spazi concessimi.

Su tutti, mi restano due momenti.

La prima notte, usciamo dal nostro posticcio accampamento di gher per una passeggiata sulla collina erbosa. Il gruppo si scioglie subito e proseguo da solo sul pendio, spegnendo la pila frontale e affidandomi alla luna.

In cima alla collina mi fermo, per una volta non provo il desiderio di proseguire perché al di là c’è una collina forse più alta, forse più bella. Al mio fianco un ovoo con teschi bovini, l’aria è fresca, mi sdraio sull’erba ammiro le nuvole striate e concentro le sensazioni.

Arrampicandomi per un erto sentiero nel parco del Terelji, sento dei rumori in mezzo agli alberi, e di colpo mi trovo davanti un gruppo di cavalli al galoppo, condotti da una ragazzina a suo agio con la cavalcata sul ripido pendio. E’ un attimo, sorprendente, di pura natura.


04 – in treno dalla Mongolia alla Cina

Al risveglio, il Gobi scorre fuori dal finestrino, piatto e infinito, il passaggio del treno alza turbini di sabbia.

All’ingresso del treno 34 in Cina, la polizia di frontiera è schierata sull’attenti nella stazione di Erlian. La sosta è ulteriormente allungata dal cambio carrelli per differente scartamento fra binari mongoli e cinesi.

Verso sera arriviamo a Jining-Nan, forse unici occidentali in città e mangiamo la prima ciotola di udon in brodo. Il viaggio da Jining-Nan a Pechino Ovest con il treno K90 sarà infernale, sei ore notturne in piedi o accampati sugli zaini in un treno affollato come una metropolitana.


05 – Pechino (北京市)

Cielo grigio e sole pallido dietro una cortina di smog, traffico bloccato: Pechino alle 7 del mattino.

Pechino mi sorprende, perché ha tutto.

Monumenti maestosi – la Città Proibita, il tempio del Cielo, ma anche la collina Jingshan, il tempio dei Lama e le torri del tamburo e campanaria; parchi rilassanti e suggestivi come il Beihai – magico all’imbrunire, quando si accendono le lanterne e si riflettono nel laghetto sotto la collina dello Stupa Bianco; ampi spazi autocelebrativi come piazza Tienanmen con il mausoleo di Mao; mercati alimentari come Donghuamen, forse un po’ posticci ma scenografici; quartieri pittoreschi come Liulichang o Dashilar; grandi viali e traffico continuo di auto e due ruote (non dico biciclette, perché in pratica sono tutti scooter elettrici e biciclette a pedalata assistita) intervallati da minuscoli hutong a senso unico; aree commerciali moderne, anonime ma fornitissime, come Wangfujing; un quartiere olimpico con edifici avveniristici come lo stadio a nido d’uccello e il Water Cube; un intero quartiere creativo – 798 – ricavato da un ex fabbrica di apparecchiature elettriche.

Pechino mi sorprende perché è l’espressione della Cina, pedina determinante nell’equilibrio geopolitico mondiale, fabbrica del mondo, famelica di risorse, ricca di liquidità, proprietaria del debito statunitense. E la società cinese non può non incuriosire noi occidentali: quali le possibilità di sviluppo dell’enorme popolo cinese ? Il dibattito sociologico è aperto, fra sostenitori della teoria dell’essenzialità cinese – i cinesi non sono come noi – e dell’universalità dei cicli storici – è solo questione di tempo: la modernizzazione arriverà anche per i cinesi che diventeranno come noi – e teorici della terza via (ammetto che il tema mi ha incuriosito: mi sono letto un saggio del sociologo francesce Jean Louis Rocca, che ho però trovato un po’ inconcludente, soprattutto per i non addetti al settore).

I cinesi continuano a sputare, non rispettano le code – ma lo fanno senza desiderio di prevaricazione, semplicemente non sembrano concepirle – si muovono sempre e sono tantissimi. Sono incuriositi dagli occidentali, non danno precedenza ai pedoni, negoziano, sembrano essere accecati dal profitto, fanno volare gli aquiloni, amano vivere la loro città, ballando e facendo ginnastica all’aperto, amano la musica.

Usciamo da Pechino sotto il diluvio che paralizza il traffico mattutino, che immagino essere caotico già di per sé, e arrivati a Mutianyu troviamo la Muraglia avvolta da nebbia umida e nuvole basse e immersa in una vegetazione rigogliosa. Nei giorni successivi pagherò lo strappo a passo sostenuto sulla ripidissima scalinata che sale alla torre 20.

La negoziazione al Silk Market è divertente i primi cinque minuti, poi rompe il cazzo.

Al rientro da una serie di cuba libre a Sanlitun nessun tassista sembra essere disposto a riportarci in albergo. Nonostante siamo in pieno centro, il nostro foglietto con indirizzo in cinese non riscuote successo.

Meta finale per tutti, Pechino raccoglie i volti incontrati lungo la Transmongolica: capita di ritrovarsi per caso all’uscita di un ristorante di Dashilar, o incrociarsi carichi di sacchetti di plastica nera al Silk Market, o ancora persi in una mappa per trovare l’hutong del Tempio di Confucio. In automatico, ci si racconta brevemente i tratti di viaggio non condivisi e, inevitabilmente, l’esperienza cinese.

sabato 7 maggio 2011

l'estate dei Lust


Christopher Thompson dirige Bus Palladium (distribuito in Italia come Noi insieme adesso), inserendosi alla perfezione nel solco della classica storia di formazione. Strizzando l’occhio ad una trepidante platea giovanile, mette in scena l’effimera estate di successo di una rock band di ventenni parigini, facendo leva su attori inevitabilmente attraenti ed il sempreverde mito del rock and roll. Ode alla gioventù ed all’idealistica caparbietà nel perseguire i propri sogni, il film è baricentrato sui due protagonisti: il chitarrista Lucas (Marc-André Grondin), più riflessivo e discreto, aspirante architetto, si contrappone al cantante Manu (Arthur Dupont), spirito libero, in perenne equilibrio fra pura istintività creativa e tendenza autodistruttiva. Fra i due si interpone Laura (Elisa Sednaoui), bellissima e misteriosa quanto emancipata, che diventa la ragazza di Manu ma non disdegna un flirt con Lucas. Durante il tour aumentano gli attriti interni che spingono Lucas ad abbandonare il gruppo che riappare, tre anni dopo, riunito per il funerale del suicida Manu. Sul finale Thompson è volutamente evasivo e parco di dettagli; la sua storia di formazione finisce con l’estate dei Lust: i desideri, le aspettative, le scelte si esauriscono in quel momento. Non sono oggetto del film il futuro della band, l’eventuale carriera di Lucas come architetto, i motivi del suicidio di Manu, il destino di Laura. Chissà se questa ellissi sia dovuta ad una precisa scelta stilistica o al pudore per avere così tanto abusato dei cliché del modello coming of age. Idealista, ben girato, scontato, con attori accattivanti (l’ammaliante modella italo-franco-egiziana Elisa Sednaoui e i protagonisti maschili Grondin e Dupont): gli elementi per il successo commerciale ci sono, sebbene la totale assenza di originalità possa risultare un’handicap anche presso il grande pubblico.

domenica 20 marzo 2011

essere sbagliati

Perchè, oggi, non si tratta più di sbagliare. Si tratta di essere sbagliati, o no.
Ramos Shimada

L’interpretazione è sempre soggettiva ma spesso ho la presunzione di cogliere il significato proprio dell’autore. Non qui. Immagino che la mia chiave di lettura sia diversa da quella del viandante emozionale Shimada, eppure, a patto di leggere quell’oggi nell’accezione di ormai, trovo chiaramente espresso un mio costante sospetto.

venerdì 7 gennaio 2011

welcome to Jordan

Le pratiche doganali vengono sbrigate con serafica lentezza mentre la coda dei viaggiatori avanza sotto la luce fluorescente del Queen Alia airport. La fatiscente hall del Palace Hotel di Amman ci accoglie alle tre di notte, fra gabbie di uccellini addormentati e un portiere di notte assonnato, rigorosamente in ciabatte. Incuranti dell’ora tarda, alcuni operai con un’escavatore stanno lavorando in Al-Malek Faisal st. sotto le nostre finestre. Terminano appena in tempo per l’irruzione del muezzin della vicina moschea di Re Hussein, che poco dopo le cinque chiama i fedeli alla prima preghiera della giornata.

Amman è un susseguirsi di ripidi colli (jebel), su cui svetta la Cittadella, non particolarmente ricca ma interessante per gli strati storici sedimentati: età del Bronzo, epoca romana e bizantina, dominio Omayyade. Il vecchio centro città si sviluppa intorno alle strade dominate dalla moschea di Re Hussein e dal teatro romano, cariche di luci, mercati, negozi di abiti e di chincaglierie, ricche pasticcerie come Jabri e Habibah, ristoranti ed hotel economici; il traffico è frenetico e attraversare la strada un divertente azzardo.
Dallo skyline cittadino emerge il cantiere di Abdali, ambizioso progetto di riurbanizzazione commerciale e residenziale volto ad attrarre capitali internazionali ad Amman, facendo leva sulla politica moderata e filo-occidentale della Giordania di re Abdullah per candidarsi a crocevia commerciale del Medio-Oriente.

Nel nostro primo pomeriggio ad Amman, mangiamo al sole insieme all’amico Mohannad, pizzicando con la pita felafel, hummus, fegato, direttamente dai vassoi a centro tavola e vaghiamo per le gallerie Darat Al-Funun e Dar Al-Alanda, esempi di interessante arte contemporanea medio-orientale e ponti verso un moderno cosmpolitismo culturale.

Jerash, città romana che raggiunse il suo periodo di massimo splendore nel III secolo d.C., è ricchissima e luminosa. Lo spettacolo in costume e bighe è ovviamente una baracconata turistica, ma almeno utilizza manodopera locale, favorendo l’occupazione in questa città.
As-Salt è un piccolo centro, poco turistico, con un animato mercato dove fumiamo sigarette prodotte con tabacco locale.
Come da previsione, il sito del Battesimo sul Giordano è alquanto deludente, non fosse per l’idea di trovarsi in un importante luogo biblico, indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose. Più che altro soprende la cappa di afa e caligine che avvolge le lande depresse del Giordano verso il Mar Morto, sorvegliate a vista dai checkpoint del vicino confine con la Cisgiordania.

Inevitabile pensare che a pochi chilometri da me vivono i territori mai pacificati del conflitto arabo-israeliano, faglia sempre aperta nella nostra storia recente, di cui io, vergognosamente, mi accorgo di sapere ben poco.

Lasciata Madaba ed il suo mosaico nella chiesa di San Giorgio – che a dire il vero immaginavo essere più valorizzato artisticamente – la Strada dei Re si srotola verso sud, scavalcando il profondo Wadi Mujib e raggiungendo Karak ed il suo castello crociato, altra testimonianza del passaggio della storia.
Il piccolo paese di Dana, fatto di pochi edifici cadenti in pietra, funge da base per escursioni e trekking nell’omonima Riserva.

Wadi Musa è nata e cresciuta come struttura di supporto alla macchina turistica di Petra, che ingoia migliaia di visitatori, accoglie l’allenato camminatore in abiti tecnici così come i gruppi vacanze in gita giornaliera dai resort del Mar Rosso o dalle crociere attraccate ad Aqaba. Il clima non ci sorride, e Petra è avvolta da nebbia e pioggia intermittente.
Nonostante tutto ciò, la città nabatea è sorprendente: oltre ai classici – l’apparire del Tesoro (Al Khazneh) alla fine del Siq, le Tombe Reali, l’ascesa al Monastero (Al-Deir) – ciò che affascina è la ricchezza della natura unita alla vastità della città perduta; i blocchi di pietra erosa, colorata, sedimentata, i panorami mozzafiato si sposano con gli edifici scavati nella roccia, i gradini consumati dagli anni che si perdono nelle scalinate verso l’Altare del Sacrificio (Al-Madbah) o l’Al Khubtha.
Incredibile pensare che dopo lo splendore nabateo e la conquista romana nel 106 d.C., Petra sia caduta in disgrazia a causa dei terremoti e delle nuove rotte commerciali – ascesa di Palmira sulla via della Seta e diffusione del commercio marittimo – e, salvo una breve occupazione crociata nel XII secolo, sia rimasta disabitata e sconosciuta per oltre 600 anni, fino alla sua scoperta da parte dell’esploratore di origine svizzera Burckhardt nel 1812.

San Silvestro trash in un ristorante di Wadi Musa, con assordante musica pop araba ed una danzatrice del ventre, in imbarazzante quanto sereno sovrappeso, che non risparmia ammiccamenti e movenze erotiche. Alla mezzanotte brindiamo con uno slavato Cabernet-Sauvignon del Monte Nebo, mentre il dj suona l’inevitabile Happy Birthday (che sia un’abitudine ? Anche l’improvvisato chitarrista marocchino di Fès, visibilmente ubriaco, cantava Happy Birthday per salutare l’arrivo del 2010).

La testa balla per la pista sconnessa e i frenetici ritmi beduini del mangiacassette mentre il Wadi Rum ci sovrasta: di fronte ad ogni dimostrazione assoluta della Natura le parole perdono significato, forse l’unica cosa sensata è riempirsi gli occhi ed assaporare il silenzio.
La serata nel campo beduino trascorre fra lente fumate di shisha, inevitabile tè, musiche tradizionali suonate con l’oud e danze sulla solita musica pop beduina, mentre i vestiti si impregnano della puzza di fumo.

Inaspettatamente signori, prima del rientro ci concediamo il lusso della Zara Spa Dead Sea.

L’amico Mohannad ci apre le porte della sua casa di Amman, accogliendoci nella sua sorprendente famiglia: benestanti attivisti filo-palestinesi, impegnati politicamente, tolleranti non osservanti ma non per questo occidentalizzati. Colti, istruiti, allegri, i cinque figli affiatati aiutano la madre, rigorosamente senza velo, che ci prepara un enorme maqluba mentre il padre ci fa assaggiare il suo vino artigianale, un bianco dolce, vagamente liquoroso, a cui facciamo seguire un rosso libanese.
Mi affascina questo milieu di intellettuali arabi di sinistra, le cui coordinate di riferimento spaziano da Istanbul a Damasco passando per Beirut e i cui occhi si illuminano al parlare della guerra del Libano del 2006.
Poche ore prima del volo notturno per Roma, abbracciamo l’amico Mohannad, rinnovandogli i nostri auguri per il progetto di aprire un bar insieme al padre.