venerdì 7 gennaio 2011

welcome to Jordan

Le pratiche doganali vengono sbrigate con serafica lentezza mentre la coda dei viaggiatori avanza sotto la luce fluorescente del Queen Alia airport. La fatiscente hall del Palace Hotel di Amman ci accoglie alle tre di notte, fra gabbie di uccellini addormentati e un portiere di notte assonnato, rigorosamente in ciabatte. Incuranti dell’ora tarda, alcuni operai con un’escavatore stanno lavorando in Al-Malek Faisal st. sotto le nostre finestre. Terminano appena in tempo per l’irruzione del muezzin della vicina moschea di Re Hussein, che poco dopo le cinque chiama i fedeli alla prima preghiera della giornata.

Amman è un susseguirsi di ripidi colli (jebel), su cui svetta la Cittadella, non particolarmente ricca ma interessante per gli strati storici sedimentati: età del Bronzo, epoca romana e bizantina, dominio Omayyade. Il vecchio centro città si sviluppa intorno alle strade dominate dalla moschea di Re Hussein e dal teatro romano, cariche di luci, mercati, negozi di abiti e di chincaglierie, ricche pasticcerie come Jabri e Habibah, ristoranti ed hotel economici; il traffico è frenetico e attraversare la strada un divertente azzardo.
Dallo skyline cittadino emerge il cantiere di Abdali, ambizioso progetto di riurbanizzazione commerciale e residenziale volto ad attrarre capitali internazionali ad Amman, facendo leva sulla politica moderata e filo-occidentale della Giordania di re Abdullah per candidarsi a crocevia commerciale del Medio-Oriente.

Nel nostro primo pomeriggio ad Amman, mangiamo al sole insieme all’amico Mohannad, pizzicando con la pita felafel, hummus, fegato, direttamente dai vassoi a centro tavola e vaghiamo per le gallerie Darat Al-Funun e Dar Al-Alanda, esempi di interessante arte contemporanea medio-orientale e ponti verso un moderno cosmpolitismo culturale.

Jerash, città romana che raggiunse il suo periodo di massimo splendore nel III secolo d.C., è ricchissima e luminosa. Lo spettacolo in costume e bighe è ovviamente una baracconata turistica, ma almeno utilizza manodopera locale, favorendo l’occupazione in questa città.
As-Salt è un piccolo centro, poco turistico, con un animato mercato dove fumiamo sigarette prodotte con tabacco locale.
Come da previsione, il sito del Battesimo sul Giordano è alquanto deludente, non fosse per l’idea di trovarsi in un importante luogo biblico, indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose. Più che altro soprende la cappa di afa e caligine che avvolge le lande depresse del Giordano verso il Mar Morto, sorvegliate a vista dai checkpoint del vicino confine con la Cisgiordania.

Inevitabile pensare che a pochi chilometri da me vivono i territori mai pacificati del conflitto arabo-israeliano, faglia sempre aperta nella nostra storia recente, di cui io, vergognosamente, mi accorgo di sapere ben poco.

Lasciata Madaba ed il suo mosaico nella chiesa di San Giorgio – che a dire il vero immaginavo essere più valorizzato artisticamente – la Strada dei Re si srotola verso sud, scavalcando il profondo Wadi Mujib e raggiungendo Karak ed il suo castello crociato, altra testimonianza del passaggio della storia.
Il piccolo paese di Dana, fatto di pochi edifici cadenti in pietra, funge da base per escursioni e trekking nell’omonima Riserva.

Wadi Musa è nata e cresciuta come struttura di supporto alla macchina turistica di Petra, che ingoia migliaia di visitatori, accoglie l’allenato camminatore in abiti tecnici così come i gruppi vacanze in gita giornaliera dai resort del Mar Rosso o dalle crociere attraccate ad Aqaba. Il clima non ci sorride, e Petra è avvolta da nebbia e pioggia intermittente.
Nonostante tutto ciò, la città nabatea è sorprendente: oltre ai classici – l’apparire del Tesoro (Al Khazneh) alla fine del Siq, le Tombe Reali, l’ascesa al Monastero (Al-Deir) – ciò che affascina è la ricchezza della natura unita alla vastità della città perduta; i blocchi di pietra erosa, colorata, sedimentata, i panorami mozzafiato si sposano con gli edifici scavati nella roccia, i gradini consumati dagli anni che si perdono nelle scalinate verso l’Altare del Sacrificio (Al-Madbah) o l’Al Khubtha.
Incredibile pensare che dopo lo splendore nabateo e la conquista romana nel 106 d.C., Petra sia caduta in disgrazia a causa dei terremoti e delle nuove rotte commerciali – ascesa di Palmira sulla via della Seta e diffusione del commercio marittimo – e, salvo una breve occupazione crociata nel XII secolo, sia rimasta disabitata e sconosciuta per oltre 600 anni, fino alla sua scoperta da parte dell’esploratore di origine svizzera Burckhardt nel 1812.

San Silvestro trash in un ristorante di Wadi Musa, con assordante musica pop araba ed una danzatrice del ventre, in imbarazzante quanto sereno sovrappeso, che non risparmia ammiccamenti e movenze erotiche. Alla mezzanotte brindiamo con uno slavato Cabernet-Sauvignon del Monte Nebo, mentre il dj suona l’inevitabile Happy Birthday (che sia un’abitudine ? Anche l’improvvisato chitarrista marocchino di Fès, visibilmente ubriaco, cantava Happy Birthday per salutare l’arrivo del 2010).

La testa balla per la pista sconnessa e i frenetici ritmi beduini del mangiacassette mentre il Wadi Rum ci sovrasta: di fronte ad ogni dimostrazione assoluta della Natura le parole perdono significato, forse l’unica cosa sensata è riempirsi gli occhi ed assaporare il silenzio.
La serata nel campo beduino trascorre fra lente fumate di shisha, inevitabile tè, musiche tradizionali suonate con l’oud e danze sulla solita musica pop beduina, mentre i vestiti si impregnano della puzza di fumo.

Inaspettatamente signori, prima del rientro ci concediamo il lusso della Zara Spa Dead Sea.

L’amico Mohannad ci apre le porte della sua casa di Amman, accogliendoci nella sua sorprendente famiglia: benestanti attivisti filo-palestinesi, impegnati politicamente, tolleranti non osservanti ma non per questo occidentalizzati. Colti, istruiti, allegri, i cinque figli affiatati aiutano la madre, rigorosamente senza velo, che ci prepara un enorme maqluba mentre il padre ci fa assaggiare il suo vino artigianale, un bianco dolce, vagamente liquoroso, a cui facciamo seguire un rosso libanese.
Mi affascina questo milieu di intellettuali arabi di sinistra, le cui coordinate di riferimento spaziano da Istanbul a Damasco passando per Beirut e i cui occhi si illuminano al parlare della guerra del Libano del 2006.
Poche ore prima del volo notturno per Roma, abbracciamo l’amico Mohannad, rinnovandogli i nostri auguri per il progetto di aprire un bar insieme al padre.