lunedì 22 ottobre 2012

peru, bolivia

Prologo sudamericano
L’aeroporto di Caracas ha deboli luci al neon, travi in cemento armato a vista e schermi LCD su cui scorrono le immagini di Londra 2012. Il mio vicino sul volo Taca è un predicatore venezuelano secondo il quale Dio ha in serbo un grande progetto per me, apparentemente lo stesso che viene prospettato poco dopo allo steward, un giovane butterato che riesce ad evitare l’argomento religione grazie ad esplicita policy aziendale.
Qualche mese dopo, Hugo Chavez vincerà le elezioni del 7 ottobre, confermandosi per il quarto mandato consecutivo: salute permettendo, il presidente venezuelano potrà lavorare per altri sei anni al suo progetto socialista del 21esimo secolo, statalista e anti-americano, osservato con sospetto dal mondo capitalista preoccupato per la diffusione dell’onda nazionalizzatrice in Sudamerica (Kirchner e Morales in primis, seppur con approcci diversi). Tuttavia, mi rendo conto di come lo scenario socio-politico sudamericano sia molto più complicato di quanto appare ad una prima lettura: di certo si dovrebbe superare lo schematismo interpretativo e la semplificazione figli del localismo occidentale.

Lima e la garúa
Con la sua anonima berlina a GPL, l’autista Luis mi accompagna a Miraflores nella notte umida: non ha servizi programmati per l’indomani e si fermerà a bere una birra con gli amici. Miraflores, il quartiere costiero benestante di Lima, accoglie l’oceano Pacifico sotto le onnipresenti nuvole invernali della garúa: un muro grigio e basso che affronta gli ambiziosi grattacieli vista mare e accompagna i surfisti di Playa Waikiki, dove appositi pannelli indicano le vie di fuga in caso di tsunami. Dopo il terremoto del 2007, le autorità peruviane sembrano essersi dedicate alla prevenzione: in ogni edificio pubblico è riportata la massima capienza ammessa ed un cartello verde indica le colonne portanti come zona segura en caso de sismos.
Il traffico di Lima è caotico e clacsonante, dalle portiere aperte dei colectivos si urlano fermate e destinazioni. Negli abiti dominano i colori scuri e anonimi, come a coordinare il grigio immutabile del cielo invernale. La centrale Plaza de Armas è una spianata con cattedrale ed edifici neocoloniali che ospitano il Palazzo del Governo ed il Municipio. Meritevole il monastero di San Francisco con le sue catacombe, nonostante la monotonia della guida che recita a memoria.

Lungo la costa
Uscendo da Lima scorre un’anonima e desolata pianura, a tratti desertica, punteggiata da solitari insediamenti abitativi semi-abbandonati. Attraversiamo Pisco, ancora devastata dal terremoto e animata da piccoli tuk tuk che sfilano come moscerini a fianco del nostro autobus Cruz del Sur a due piani, e arriviamo a Paracas alla fine di una violenta tempesta di sabbia. Il paesino è placido e silenzioso, i pochi turisti finiscono nei pochi ristoranti sul lungomare, fra ceviche, lomo saltado, i primi pisco sour e i biblici tempi di attesa del servizio peruviano. La mattina, invece, arriva l’orda dei turisti che si imbarca sui motoscafi per i tour alle isole Ballestas. Nonostante la folla di visitatori e l’elevato rischio di prendersi del guano in testa – meglio portarsi un cappello o poncho - lo scenario naturale è sorprendente: migliaia di uccelli appollaiati in hitchcockiana attesa sugli scogli ricoperti di guano, rari pinguini di Humboldt, avvoltoi, delfini e leoni marini.
Pochi chilometri più a sud, la riserva di Paracas è altrettanto spettacolare, con i suoi spazi desertici e abbaglianti, le lunghe scogliere e l’atmosfera lunare. L’intraprendente Angel scatta foto panoramiche per la pagina facebook della sua agenzia Angel Desert Tours e mi dice che in questa zona ci sono i sargassi, facendomi tornare in mente Salgari e i suoi intrecci ambientati in altri mari esotici.
L’autista Santos, vagamente rimbambito, imbocca un contromano da manuale nel centro di Ica, dove la plaza de Armas è l’unica zona ristrutturata fra gli edifici diroccati dal terremoto. Dopo un rapido passaggio dal pueblo di Cachiche, il sobborgo delle streghe (brujas) nella dimessa periferia di Ica, andiamo a divertirci e spaccarci la schiena in dune buggy sulle dune di Huacachina.
La Panamericana taglia come una lama d’asfalto il deserto sempre più arido e inospitale, una striscia bruciata che accompagna la costa del sudamerica fino ad Atacama in Cile.
La città di Nazca è inutile: pausa mordi e fuggi per i turisti, ha ben poco da offrire. Significato e dimensioni delle linee sono indubbiamente affascinanti, così come la storia di Maria Reiche, l’esploratrice tedesca che le ha portate alla luce. Sfiancato dai continui ritardi dell’agenzia, abbandono l’idea del sorvolo delle linee: so che era l’unico motivo per essere lì, ma mi accontento della sensazione di spazio e mistero interpretativo dall’esile mirador metallico lungo la Panamericana.

Verso le Ande
Arequipa è molto bella e pittoresca, tipica città da cartolina: incorniciata dal cono perfetto del Misti e dalle vette innevate del Chachani, ha un’animata Plaza de Armas con un’ampia cattedrale, ristoranti con terrazze, gruppi di peruviani manifestanti o indolenti, alcuni vicoli di locali per turisti, strade pedonali per shopping globalizzato, una serie infinita di agenzie e tour operator, un ristorante del celebre chef Gaston Acurio. Sul dominante bianco, rimangono gli accesi colori del Monastero di Santa Catalina.
Dopo aver attraversato la Reserva de Salinas y Aguada Blanca, un altopiano di 4.000 metri con picchi a 4.900 lungo la Carretera Interoceanica, nel pomeriggio ci assestiamo ai 3.600 metri di Chivay, quota minima che non lasceremo per una decina di giorni. A fine giornata, rientrato dal bagno nelle acque termali di La Calera – una vasca di acqua calda, vagamente sulfurea, nel freddo dell’imbrunire peruviano – cado vittima del soroche (mal di quota) e il mio fisico mi abbandona miseramente: solo al terzo giorno in altitudine riuscirò a superare la nausea serale.
Alle 8 del mattino una valanga di turisti è asserragliata sul mirador per osservare con stupore il volo dei condor sulla profonda spaccatura del canyon del Colca. L’altopiano andino ci accompagna fino a Juliaca e Puno, sulle sponde del lago Titicaca: irreale la sensazione di vastità dell’orizzonte a queste quote, fra isolate abitazioni e rare vigogne, che scopro essere non addomesticate nonostante la preziosa lana, e piuttosto esili, a differenza di lama e alpaca, più robusti.
Mastico la foglia di coca, con annesso catalizzatore: la sensazione è effettivamente anestetizzante al palato, non so dire di altri effetti corroboranti, che richiederebbero probabilmente un consumo continuativo.
Al ricco buffet della Casa del Mamayacchi di Coporaque assaggio finalmente la carne di alpaca, decantata per il suo basso livello di colesterolo: forse suggestionato, la trovo effettivamente molto leggera, così come il lama che nei giorni successivi mi verrà offerto sotto forma di filetto ma anche in una re-interpretazione peruviana dei ravioli italiani.

Sul lago
La città di Puno è sufficientemente inutile ma essendo un punto di passaggio obbligato – base per le escursioni sul Titicaca, snodo logistico fra Cuzco, Arequipa e la Bolivia – offre una via pedonale di negozi e ristoranti con velleitarie proposte gastronomiche fusion (i rolls di pollo e sesamo da Colors, i piatti di pasta dell’Inkabar).
Nonostante l’atmosfera da zoo antropologico, le isole galleggianti Uros sorprendono per l’esplosione di colori: gli accesi abiti degli abitanti indigeni invadono gli occhi insieme al giallo delle capanne e all’azzurro del cielo.
Sull’isola di Amantani soggiorniamo presso la famiglia di Reina: nella piccola cucina contadina, la padrona di casa ci prepara zuppa e una selezione di tuberi bolliti, accompagnati dall’inevitabile mate di coca o infusione di muña. Seduta su uno sgabello davanti al fuoco, mangiucchiando insieme alla famiglia, ci lancia qualche sorriso e pone qualche incomprensibile domanda sdentata in aymara: grazie alla traduzione in spagnolo dei figli, riusciamo a stabilire un minimo di comunicazione scambiandoci nomi ed età. Non fosse per la fatica, non ti accorgeresti di essere ad oltre 3.800 metri di quota: il sole tramonta su Pachamama, Pachatata e sulle acque del Titicaca lasciandoci con un cielo gonfio di stelle – semplicemente bello e totale.
La piazza centrale di Taquile sembra un film di Sergio Leone.
Ogni accordo funziona: con un voucher cartaceo firmato da Teresa, intraprendente tour operator arequipeña, trovi qualcuno che ti aspetta al porto di Puno per consegnarti i biglietti dell’autobus, scendi in Bolivia e ci sarà una ragazza che urla il tuo nome, seppur storpiato, per portarti al colectivo per La Paz. Tutto si incastra.

In Bolivia
Il confine si passa a piedi, attraversando le due dogane fra cambiasoldi tuttofare.
La cattedrale moresca della Virgen della Candelaria è intrisa di una profonda religiosità fisica fra le candele degli ex-voto e la rituale benedizione delle auto addobbate; da lì, la città di Copacabana scende fino alla riva del Titicaca, in un inatteso mix fra tradizione locale e turismo alternativo (pseudo-freak occidentali che vendono bigiotteria artigianale, locali etnici e caffetterie con wi-fi). La spiaggia mostra i tratti tipici dell’indifferente abbandono sudamericano: l’onnipresente spazzatura in plastica, i pattìni a noleggio visibilmente abbandonati.
Da Copacabana a La Paz prendiamo un popolare colectivo: all’altezza dello stretto di Tiquina, l’autobus viene traghettato su una chiatta mentre i passeggeri attraversano il Titicaca su piccole barche a motore. Tutto al buio: per un attimo ci sentiamo scafisti.
La Paz è una città srotolata in un canyon: mentre le principali avenidas scendono a valle attraversando quartieri sempre più benestanti, case alveari si arrampicano sulle colline. Il tutto sotto lo sguardo vigile dei poveri di El Alto, città satellite di un milione di abitanti adagiata sull’altopiano andino a 4.000 metri: El Alto è una lunga sequenza di case semi abitate, strade poco illuminate, saltuari cumuli di spazzatura dove rovistano i cani. Ad arricchire ulteriormente il panorama, all’orizzonte spiccano le vette innevate della Cordillera Real. La Paz è caotica, colorata e vivace: autobus e camion arrancano sbuffando sulle avenidas in salita, vicoli e strade scivolano verso il centro città, il mercato di Las Brujas vende canonici souvenir accanto ad amuleti e vari oggetti occulti per riti propiziatori, compresi scheletri di animali. La zona dei musei (calle Jaen) è un angolo turistico isolato, con strade acciottolate e negozi di artigianato creativo: sicuramente suggestivo ma forse un po’ in contrasto con l’atmosfera cittadina più disordinata (personalmente ho trovato molto più rappresentativa l’atmosfera di plaza Murillo). Oltrepassate le case signorili del quartiere benestante a valle città, raggiungiamo le rocce erose della Valle della Luna, in un paesaggio irreale.
Nel centro storico di La Paz alcuni locali originali soddisfano le esigenze del viaggiatore velleitario, dal curato arredamento di Etno in calle Jaen, ai panini occidentali e le insalate di Cafè del Mundo in calle Sagarnaga, fino alle candele e all’atmosfera accogliente da vecchio bistrot di Angelo Colonial in calle Linares.
In uscita dalla Bolivia, prima le rovine di Tiwanaku e poi la frontiera di Desaguadero a piedi, in mezzo al confine animato da un confusionario mercato.

L’ombelico del mondo
L’abusato Inkaexpress ci porta da Puno a Cuzco, con interessanti tappe turistiche intermedie (i toritos di Pukarà, le imponenti seppur ricostruite rovine di Raqchi e soprattutto le sorprendenti decorazioni della chiesa di Andahuayllas) e un canonico pranzo a buffet tipo villaggio vacanze.
Cuzco era l’ombelico del mondo inca, fondato dal mitico Manco Capac partito dalle acque del Titicaca alla ricerca della valle promessa. Cuzco è ricca di chiese cattoliche, prontamente costruite dagli spagnoli per imporre la religione dei conquistatori alla ex-capitale inca; sembra che ci sia sempre una manifestazione colorata o un corteo di protesta nella Plaza de Armas. Gli affascinanti vicoli acciottolati che salgono verso San Blas ammaliano i turisti e li conducono al quartiere bohémien sulla collina, da cui partono le ripide scalinate verso il Cristo Blanco che domina la città, sotto un cielo costellato di aquiloni nella domenica pomeriggio delle famiglie peruviane.
Nonostante la sovrabbondante offerta turistica – quasi nauseante la sequenza di negozi di souvenir – in alcuni angoli la città mantiene un suo fascino suggestivo, di luogo speciale, quasi magico. Sensazione che cresce man mano che ci si addentra nella valle sacra, dalle rovine assolate di Pisac ai ventosi panorami di Ollantaytambo, ma forse ancora prima, quando scendendo da Cuzco la strada si apre panoramica sulla valle dell’Urubamba, in un unico colpo d’occhio totale.
Alla fine, Machu Picchu.
Macchina turistica efficiente: si arriva ad Aguas Calientes con il costoso treno della Perurail, si vaga fra una serie infinita di negozi di souvenir, alberghetti e ristoranti ed il mattino presto si sale al sito. Macchu Picchu è scenograficamente sorprendente, poco altro da aggiungere: le vette, le rovine, il verde, le nuvole basse e poi il sole.

Epilogo peruviano
L’ultimo giorno a Lima vaghiamo stanchi, di certo il passaggio dal sole andino e dagli scenari della Valle Sacra al grigiore urbano della capitale non ci rallegra. Un signore anziano ci avvicina mentre vaghiamo nel supermercato Metro, in un abito grigio liso, una volta elegante: amareggiato, di punto in bianco denuncia l’operato delle compagnie internazionali che sfruttano le risorse peruviane, portando fuori dal paese i profitti delle miniere del nord.

domenica 12 febbraio 2012

a Vaiano

Voglio andare a Vaiano, per provare di nascosto l’effetto che fa
Federico Fiumani, Vaiano

perché ti sembra strano che in una canzone che canta lo svagato desiderio di andare a Vaiano per trovare un disperato ma reale aggancio con la realtà, che brama l’erba verde, l’erba alta che da lontano sembra schiuma, che aspira ad un campo di calcio dell’Appennino Tosco-Emiliano, ti sembra proprio strano che ad un certo punto arrivi una chitarra tagliente che lascia una vibrazione tesa, al limite del dolore, e ti regala un profondo senso di fuga o memoria o desiderio, non capisco bene qual è la sensazione dominante, ma di sicuro qualcosa che arriva in profondo e ti prende là dove fa più male.

domenica 15 gennaio 2012

sultanato

Fra gli auguri e i rapidi scambi di informazioni prenatalizie, qualcuno finisce sempre per chiedermi dove sia l’Oman. Di solito mi salvo con uno sbrigativo sotto Dubai. Più difficile rispondere con altrettanta sintesi alla successiva domanda (e perché l’Oman ?).

Nelle vuote ore all’aeroporto del Cairo in attesa del volo notturno per Muscat, un cartellone pubblicitario cita una frase di Berlusconi: Nothing new has happened here, Egyptians are making history as usual. Non capisco come vada interpretata: irriverenza egiziana nei confronti di Berlusconi che ha sottostimato la primavera araba oppure riconoscenza per il tributo al peso storico del popolo egiziano ?
Nuova attesa indolente nella hall del Radisson finché Europcar non ci consegna i Land Cruiser appena immatricolati, 40 km di tachimetro, con cui usciamo finalmente da Muscat, attraversando un’infinita serie di cantieri, svincoli e centri commerciali in costruzione a conferma del continuo sviluppo della capitale dell’Oman.

Salito al potere nel 1970, l’attuale sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd, monarca assoluto, ha contribuito alla rapida crescita del paese, investendo in infrastrutture ed educazione, facendo leva sulle esportazioni di petrolio e gas ma, vista la scarsità delle risorse fossili, avviando anche progetti di diversificazione economica (turismo, sviluppo industriale, attrazione di capitali esteri).
Il palazzo del sultano, fra l’altro, è un pacchiano edificio dorato a Muscat, con obsolete mitragliatrici puntate verso il mare, immerso nella pace asfaltata e simmetrica del quartiere del potere politico.

Lasciando la costa e addentrandoci nella regione di Al Batinah, ci attende il primo forte (Nakhal) e una sorgente di acqua calda, Ath Towra, dove tamarri omaniti lavano la loro auto mentre i bambini fanno il bagno vestiti e i turisti occidentali si concedono una fish pedicure gratuita. Karma Police ci accompagna nel Wadi Beni Awf, fra rocce maestose e, di nuovo, inesauribili lavori di costruzione della strada asfaltata lungo il wadi.
Un omanita loquace e simpaticamente marpione, si improvvisa guida turistica del villaggio abbandonato di As Sulaif, prima di spostarci alle tombe di Al Ayn, tumuli di pietra nello scenario arido del Jebel Misht.
La roccia domina il paesaggio omanita, la strada ridotta ad un nastro d’asfalto nella vastità della natura. Il senso della prospettiva scatena la voglia di foto, i frequenti saliscendi immortalati di continuo, come se ogni curva svelasse un’angolazione imprevista.
Ancora forti (Jabrin, Bahla), le grotte di Al Hoota attrezzatissime per visite turistiche, il villaggio abbandonato di Tanuf, il suq di Nizwa. Dopo un posto di blocco della polizia, ci si arrampica sul Jebel Akhdar fino al Siq Plateau, un sorprendente altopiano di oltre 2.000 m. Quasi non si ha la percezione della quota finché il panorama roccioso non si spalanca imprevisto sotto gli occhi.

Superate le incertezze della pista sabbiosa (encomio ai nostri autisti), arriviamo in uno sfarzoso campo tendato. Le dune di Wahiba confermano le sensazioni già provate nel deserto: il senso dello spazio, la fuga dell’orizzonte, il silenzio del vento. Qualche nuvola vela il cielo notturno, poi si dirada e riappaiono le stelle.
Sulla via del rientro, fermiamo i fuoristrada per avvicinarci ad un gruppo di dromedari allo stato brado che attraversano serafici la pista. Alcuni si allontanano indifferenti, altri si avvicinano curiosi dimostrando inaspettato interesse per la mia t-shirt pugliese.
Il primo tuffo è nel Wadi Bani Khalid, vicino ad una pozza dove sguazzano allegri immigrati pakistani (o del Bangladesh o indiani, non saprei dire con esattezza), che rappresentano una buona percentuale della popolazione omanita.

Come facilmente prevedibile, il turtle-watching a Ras al Jinz è un trappolone turistico: un’unica tartaruga assediata mentre ricopre le uova, tartarughe neonate che vengono depositate a mano direttamente sul bagnasciuga ad uso delle foto dei turisti. Nonostante la sospetta manipolazione, lo spettacolo della natura riesce comunque ad avere il sopravvento sugli animi più scettici, quando l’alba illumina una spiaggia stupenda.
Invece di recuperare qualche proficua ora di sonno, trasformiamo la mattinata al Turtle Beach di Ras al Hadd in un brunch infinito, un paio d’ore seduti al tavolo vista mare, cullati dalla brezza mattutina a parlare di cinema e altro, con frequenti visite al buffet della colazione.

Pessima cena indiana e slavato caffè al cardamomo a Sur per ammazzare l’attesa della mezzanotte, accolta sulla terrazza dell’hotel, grazie ad Eugenio e Renzo che con provvidenziale bottiglia di spumante nascosta nel bagaglio ci permettono l’immancabile brindisi al 2012.
Nella mattinata del primo gennaio, la sorpresa del Wadi Shab, con la bella grotta raggiungibile a nuoto e con breve tratto di immersione.
In serata siamo a Muscat, nel suq sommersi dalle pashmine. Dopo cena, ci riaffacciamo alla mondanità occidentale infilandoci al Trader Vic’s, catena di locali in stile polinesiano ospitata dall’Intercontinental Hotel nel quartiere di Qurm. Il Mai Tai segna il nostro ritorno al peccaminoso mondo dell’alcool, dopo giorni di lassi e succhi di mango.
Le montagne spigolose avvolgono Muscat, con l’elegante corniche ed il porto dove è ancorato lo yacht del sultano. Vista dal mare, non si direbbe che dietro lo spazio raccolto di Mutrah esista una città da oltre un milione di abitanti, moderna e attraversata da superstrade ad alto scorrimento. Al mercato del pesce, mi trovo a fissare rapito l’abilità dei tagliatori, non tutti propriamente amichevoli nei confronti dei turisti.

Fra i rapidi saluto del rientro, cerco di sintetizzare perché l’Oman. Di solito riporto della natura rocciosa, degli spazi e prospettive, dei colori e atmosfera della penisola arabica (il bianco immacolato delle tuniche maschili dishdasha, il nero profondo degli abiti femminili, l’azzurro del cielo). Continuo a leggere perplessità nei più refrattari.

sabato 7 gennaio 2012

picchiare la testa

Come quando mia madre mi diceva:
- Cosa ci vai a fa’ in giro fuori che ci stanno i ladri e le puttane ?
- Appunto, mamma. Esco
Bobo Rondelli, L’Uomo che aveva picchiato la testa (regia di Paolo Virzì)

Dice bene Bollani nel film-documentario di Virzì: è come se Rondelli non avesse mai voluto uscire dal guscio della sua livornesità. Forse per ritrosia, disinteresse, attaccamento, orgoglio, Bobo è un fenomeno prettamente locale, sebbene abbia tutti i numeri per diventare uno chansonnier ammaliante e profondo ma al tempo stesso brillante e sdrammatizzante. Complimenti a Virzì che, con l’abituale umanità e leggerezza che lo contraddistingue, confeziona una serie di appunti sentiti sul suo amico Rondelli e sulla sua Livorno e i suoi uomini.