domenica 15 gennaio 2012

sultanato

Fra gli auguri e i rapidi scambi di informazioni prenatalizie, qualcuno finisce sempre per chiedermi dove sia l’Oman. Di solito mi salvo con uno sbrigativo sotto Dubai. Più difficile rispondere con altrettanta sintesi alla successiva domanda (e perché l’Oman ?).

Nelle vuote ore all’aeroporto del Cairo in attesa del volo notturno per Muscat, un cartellone pubblicitario cita una frase di Berlusconi: Nothing new has happened here, Egyptians are making history as usual. Non capisco come vada interpretata: irriverenza egiziana nei confronti di Berlusconi che ha sottostimato la primavera araba oppure riconoscenza per il tributo al peso storico del popolo egiziano ?
Nuova attesa indolente nella hall del Radisson finché Europcar non ci consegna i Land Cruiser appena immatricolati, 40 km di tachimetro, con cui usciamo finalmente da Muscat, attraversando un’infinita serie di cantieri, svincoli e centri commerciali in costruzione a conferma del continuo sviluppo della capitale dell’Oman.

Salito al potere nel 1970, l’attuale sultano Qābūs bin Saʿīd Āl Saʿīd, monarca assoluto, ha contribuito alla rapida crescita del paese, investendo in infrastrutture ed educazione, facendo leva sulle esportazioni di petrolio e gas ma, vista la scarsità delle risorse fossili, avviando anche progetti di diversificazione economica (turismo, sviluppo industriale, attrazione di capitali esteri).
Il palazzo del sultano, fra l’altro, è un pacchiano edificio dorato a Muscat, con obsolete mitragliatrici puntate verso il mare, immerso nella pace asfaltata e simmetrica del quartiere del potere politico.

Lasciando la costa e addentrandoci nella regione di Al Batinah, ci attende il primo forte (Nakhal) e una sorgente di acqua calda, Ath Towra, dove tamarri omaniti lavano la loro auto mentre i bambini fanno il bagno vestiti e i turisti occidentali si concedono una fish pedicure gratuita. Karma Police ci accompagna nel Wadi Beni Awf, fra rocce maestose e, di nuovo, inesauribili lavori di costruzione della strada asfaltata lungo il wadi.
Un omanita loquace e simpaticamente marpione, si improvvisa guida turistica del villaggio abbandonato di As Sulaif, prima di spostarci alle tombe di Al Ayn, tumuli di pietra nello scenario arido del Jebel Misht.
La roccia domina il paesaggio omanita, la strada ridotta ad un nastro d’asfalto nella vastità della natura. Il senso della prospettiva scatena la voglia di foto, i frequenti saliscendi immortalati di continuo, come se ogni curva svelasse un’angolazione imprevista.
Ancora forti (Jabrin, Bahla), le grotte di Al Hoota attrezzatissime per visite turistiche, il villaggio abbandonato di Tanuf, il suq di Nizwa. Dopo un posto di blocco della polizia, ci si arrampica sul Jebel Akhdar fino al Siq Plateau, un sorprendente altopiano di oltre 2.000 m. Quasi non si ha la percezione della quota finché il panorama roccioso non si spalanca imprevisto sotto gli occhi.

Superate le incertezze della pista sabbiosa (encomio ai nostri autisti), arriviamo in uno sfarzoso campo tendato. Le dune di Wahiba confermano le sensazioni già provate nel deserto: il senso dello spazio, la fuga dell’orizzonte, il silenzio del vento. Qualche nuvola vela il cielo notturno, poi si dirada e riappaiono le stelle.
Sulla via del rientro, fermiamo i fuoristrada per avvicinarci ad un gruppo di dromedari allo stato brado che attraversano serafici la pista. Alcuni si allontanano indifferenti, altri si avvicinano curiosi dimostrando inaspettato interesse per la mia t-shirt pugliese.
Il primo tuffo è nel Wadi Bani Khalid, vicino ad una pozza dove sguazzano allegri immigrati pakistani (o del Bangladesh o indiani, non saprei dire con esattezza), che rappresentano una buona percentuale della popolazione omanita.

Come facilmente prevedibile, il turtle-watching a Ras al Jinz è un trappolone turistico: un’unica tartaruga assediata mentre ricopre le uova, tartarughe neonate che vengono depositate a mano direttamente sul bagnasciuga ad uso delle foto dei turisti. Nonostante la sospetta manipolazione, lo spettacolo della natura riesce comunque ad avere il sopravvento sugli animi più scettici, quando l’alba illumina una spiaggia stupenda.
Invece di recuperare qualche proficua ora di sonno, trasformiamo la mattinata al Turtle Beach di Ras al Hadd in un brunch infinito, un paio d’ore seduti al tavolo vista mare, cullati dalla brezza mattutina a parlare di cinema e altro, con frequenti visite al buffet della colazione.

Pessima cena indiana e slavato caffè al cardamomo a Sur per ammazzare l’attesa della mezzanotte, accolta sulla terrazza dell’hotel, grazie ad Eugenio e Renzo che con provvidenziale bottiglia di spumante nascosta nel bagaglio ci permettono l’immancabile brindisi al 2012.
Nella mattinata del primo gennaio, la sorpresa del Wadi Shab, con la bella grotta raggiungibile a nuoto e con breve tratto di immersione.
In serata siamo a Muscat, nel suq sommersi dalle pashmine. Dopo cena, ci riaffacciamo alla mondanità occidentale infilandoci al Trader Vic’s, catena di locali in stile polinesiano ospitata dall’Intercontinental Hotel nel quartiere di Qurm. Il Mai Tai segna il nostro ritorno al peccaminoso mondo dell’alcool, dopo giorni di lassi e succhi di mango.
Le montagne spigolose avvolgono Muscat, con l’elegante corniche ed il porto dove è ancorato lo yacht del sultano. Vista dal mare, non si direbbe che dietro lo spazio raccolto di Mutrah esista una città da oltre un milione di abitanti, moderna e attraversata da superstrade ad alto scorrimento. Al mercato del pesce, mi trovo a fissare rapito l’abilità dei tagliatori, non tutti propriamente amichevoli nei confronti dei turisti.

Fra i rapidi saluto del rientro, cerco di sintetizzare perché l’Oman. Di solito riporto della natura rocciosa, degli spazi e prospettive, dei colori e atmosfera della penisola arabica (il bianco immacolato delle tuniche maschili dishdasha, il nero profondo degli abiti femminili, l’azzurro del cielo). Continuo a leggere perplessità nei più refrattari.

sabato 7 gennaio 2012

picchiare la testa

Come quando mia madre mi diceva:
- Cosa ci vai a fa’ in giro fuori che ci stanno i ladri e le puttane ?
- Appunto, mamma. Esco
Bobo Rondelli, L’Uomo che aveva picchiato la testa (regia di Paolo Virzì)

Dice bene Bollani nel film-documentario di Virzì: è come se Rondelli non avesse mai voluto uscire dal guscio della sua livornesità. Forse per ritrosia, disinteresse, attaccamento, orgoglio, Bobo è un fenomeno prettamente locale, sebbene abbia tutti i numeri per diventare uno chansonnier ammaliante e profondo ma al tempo stesso brillante e sdrammatizzante. Complimenti a Virzì che, con l’abituale umanità e leggerezza che lo contraddistingue, confeziona una serie di appunti sentiti sul suo amico Rondelli e sulla sua Livorno e i suoi uomini.