sabato 28 settembre 2013

Thai & C.

Prologo
Il Frecciarossa decelera al passaggio da Rho Fiera e in lontananza appare il profilo della torre Unicredit, icona della nuova skyline milanese del progetto Porta Nuova: la slanciata spire del complesso progettato da César Pelli anticipa simbolicamente l’ambizione architettonica che incontrerò nei primi giorni di viaggio, il Burj Khalifa come paradigma dello sviluppo degli Emirati Arabi e le Petronas Tower come testimonianza del progresso malese di fine anni Novanta, peraltro opera dello stesso Pelli.

Dubai
Della mia breve permanenza in attesa del volo notturno per la Malesia, rimangono alcune impressioni sufficientemente banali e immediate: Dubai è calda, ricca, esagerata e nuovissima. Uscito dal colossale aeroporto, la linea rossa della metro direzione Jebel Ali mi scarica a Downtown Dubai, dove un lungo tunnel iper-condizionato porta al Dubai Mall, il più grande centro commerciale del mondo, una vastità imbarazzante di marmi e negozi che comprende pure un acquario ed una pista di pattinaggio su ghiaccio. Frastornato da tanto commercio, appena riesco ad uscire vengo investito da un bel caldo ottundente e mi trovo davanti un laghetto artificiale su cui svetta il Burj Khalifa, il grattacielo più alto del mondo, opera di Skidmore, Owing & Merrill, storico studio americano fondato a Chicago negli anni Trenta e a cui si deve buona parte della skyline della città americana, oltre a vari edifici sparsi per il mondo. Sviluppato dalla Emaar properties, la più grande società immobiliare del Golfo, il progetto Downtown Dubai ben rappresenta l’ipertrofia della città, il ricco sviluppo urbanistico garantito da un’inesauribile vena di denaro e investimenti, sintetizzato dall’affascinante slancio del Burj Khalifa con il suo contorno di anacronistici edifici retrò e spettacoli d’acqua. Altre rapide impressioni: l’immacolata eleganza delle tuniche maschili (thawb) che già mi aveva affascinato in Oman; l’ovattata atmosfera del taxi Lexus che mi riporta all’aeroporto; la disponibilità apparentemente illimitata di spazio; le luci notturne della città a contrasto del nero del Golfo in lontananza. Verso le 3 di notte mi imbarco su un Airbus A380, l’aereo passeggeri più grande del mondo: crollo addormentato sommerso da tutti questi record.

Kuala Lumpur
L’umidità malese si fa sentire per le strade di KL, che immaginavo più estesa come città: comunque caotica e trafficata, alterna la città “vecchia” intorno a Merdeka square e Chinatown, al quartiere “nuovo” che gravita intorno alle Petronas Tower. Chinatown è colorata e pittoresca, ma niente di più della solita accozzaglia di bancarelle di prodotti contraffatti e chioschi alimentari. Merdeka square è praticamente deserta di sera, mentre giovani malesi e stranieri affollano la zona mondana di Changkat Bukit Bintang, una sequenza di cocktail e discobar, terrazze vista struscio e automobili sportive parcheggiate da improvvisati doorman. Le Petronas Tower, corredate da un ameno giardino con piscina pubblica e gratuita per i bambini, sono notevoli: oltre all’altezza, resto colpito dalla struttura degli edifici, basata su uno schema caratterisco dell’architettura araba ripetuto nelle due torri. Il traffico locale viene smaltito dalla monorotaia e dalla linea di treni sopraelevati LRT mentre il traffico aereo è gestito dal moderno scalo KLIA a cui si affianca il modesto ma affollatissimo LCCT, hub dei voli low cost. L’atmosfera dell’LCCT ricorda una stazione ferroviaria, caotica, con carrelli carichi di bagagli – di gran moda lo scatolone in cartone tipo trasloco – e percorsi pedonali nel piazzale per raggiungere gli aerei parcheggiati (non vedo shuttle bus, figurarsi i finger…).

Tailandia, a nord
Nella prima serata a Chiang Mai vengo sommerso dall’infinito mercato domenicale in Ratchadamnoen, da cui evado con fatica guadagnando il primo piatto di pad thai del viaggio, accompagnato da un curry verde di pollo. Il giorno successivo, a dispetto della stagione umida, il sole esplode su Chiang Mai mentre vaghiamo in bicicletta per i vari templi, stroncando i miei desideri di uscire dalla città vecchia per raggiungere mete fuori porta. L’overdose di sole, afa e templi mi vede provato nel tardo pomeriggio a bere smoothie praticamente gelati in un locale esterofilo per occidentali wifi-dipendenti, prima della cena da Morradoke ed il primo massaggio Thai, che scopro essere abbastanza energico, oltre che vergognosamente economico (meno di 4 € per 1 ora) anche se confrontato ai bassissimi costi della vita per un turista in Tailandia. Il giorno dopo, blindato in un van Toyota iper-condizionato, supero Chiang Rai e raggiungo il Mekong che scorre torbido al confine fra Myanmar, Tailandia e Laos nel celebre Triangolo d’oro, una volta principale area mondiale di produzione di oppio, poi superata dall’Afghanistan. Da quel poco che ho letto, credo che il traffico di droga sia ancora una specialità della zona, anche se la produzione si è spostata verso il Myanmar e in parallelo si sono sviluppati altri settori oltre l’eroina. Ciò che mi ha sorpreso e di cui non ero minimamente a conoscenza, è l’esistenza di una “Zona Economica Speciale” (SEZ) in territorio laotiano dove Wei Zhao, un intraprendente imprenditore cinese, sta costruendo un complesso turistico incentrato sul casinò Kings Roman, scherzosamente chiamato Laos Vegas. L’idea di base è quella di offrire al pubblico, principalmente cinese, una zona franca dove è permesso il gioco d’azzardo, esportando il modello Macao al Triangolo d’oro; l’investimento solleva tuttavia alcune perplessità: innanzitutto sulla posizione, potenzialmente rischiosa per il parallelo traffico di droga e non così facilmente raggiungibile se non via fiume dalla Cina o via terra dall’aeroporto Chiang Rai; poi sul sospetto che possa venire utilizzato per riciclare proventi del traffico di droga o per esportare valuta dalla Cina, un po’ come succede con i casinò di Macao; ed infine per il rischio che attiri prostituzione e malavita. Da banali turisti non riusciamo a visitare il Kings Roman ma solo Don Sao, isoletta del Laos poco lontana con uno squallido mercato di souvenir e paccottiglia cinese. Attraversiamo Mae Sai sotto una bella pioggia tropicale che si abbatte sul confine fra Tailandia e Myanmar, prima di rientrare a Chiang Mai per una cena, nuovamente dall’affidabile Morradoke.

Tailandia, da nord a sud
Con scarsa lungimiranza, decidiamo di attraversare il paese in treno, da Chiang Mai fino alla vecchia capitale Ayuttaya, poco distante da Bangkok. Il viaggio si rivela estenuante dato che il treno accumula quasi 3 ore di ritardo sulle 10 già previste dall’orario, e rimaniamo bloccati nei vagoni congelati dall’aria condizionata mentre fuori scorrono campi di tè, un verde rigoglioso e piccoli paesi sotto la pioggia battente. Le hostess distribuiscono coperte e cibo durante tutto il viaggio. Giriamo in bicicletta per i templi sotto le nuvole afose di Ayuttaya, affascinati dal Wat Chaiwatthanaram, con le sue rovine e il prang lungo la riva del Chao Praya che scorre verso sud. I viaggi organizzati affollano il Wat Phra Si Sanphet, dove vengo offerte addirittura gite a dorso di elefante per le strade della città pur di offrire un tocco di esotismo thai ai turisti in gita giornaliera da Bangkok. Durante un breve passaggio logistico da Bangkok, sfruttiamo l’attesa del treno notturno per il sud uscendo dalla stazione Hua Lamphong per una breve passeggiata nella caotica Chinatown, un’affollata sequenza di bancarelle alimentari, vicoli e palazzi fatiscenti. Il caos è aumentato dai lavori stradali in Charoen Krung road con passaggi pedonali obbligati fra le botteghe nel frastuono dei lavori. Alcune bancarelle espongono cibi non meglio identificati e identificabili, altre sono cariche di durian, il fantomatico frutto del sud-est asiatico bandito da molti hotel per il suo pessimo odore, che non avrò modo di sperimentare. Le 9 ore sul treno 85 da Bangkok a Chumpon sono piuttosto faticose nei posti in seconda classe, senza aria condizionata, con finestrini aperti e luci accese tutta la notte. Dopo altre 3 ore di viaggio il traghetto Songserm mi scarica irrimediabilmente esausto al porto di Koh Tao.

Tailandia, le isole
Koh Tao è ricoperta da una fitta vegetazione ed è oggi fondata sull’industria del diving: la località principale Sairee Beach è una processione di diving resort e locali, popolata da giovani turisti che si intrattengono fra corsi di immersione e serate alcoliche. L’isola è abitata solo dalla metà del secolo scorso, dopo che l’amnistia l’aveva svuotata dei detenuti politici esiliati. Con qualche incertezza da neofita, prendo il brevetto PADI Open Water e inizio timidamente a scoprire il mondo sommerso in alcuni classici siti di immersione di Koh Tao, Twin Rocks e Japanese Garden davanti all’isoletta di Koh Nang Yuan, paradiso terrestre invaso dai turisti in gita giornaliera e dalle scuole di diving. Brevetto a parte, rimane poco tempo da trascorrere in spiaggia o mollemente sdraiati sui divani di qualche bar-terrazza, fra cibi esterofili (qui va più di moda il burger che i noodles ed abbondano i barbecue di pesce fresco ad uso dei turisti), gli immancabili shake di frutta e le birre locali, ovviamente gelate. I giovani si dilettano invece con i secchielli di cocktail, che vengono miscelati anche per strada dalle bancarelle lungo la passeggiata di Sairee. Non evitiamo qualche sano temporale tropicale, immediato e violento. Koh Pha Ngan è principalmente nota per i Full Moon Party, colossali serate danzanti ad Haad Rin, e per le sue spiagge. Nonostante l’abbondanza di resort e turisti in viaggio organizzato, in questo periodo di luna crescente l’isola non è particolarmente affollata e le spiagge offrono spazio e tranquillità, almeno per quel poco che riesco a vedere in due giorni. Le giornate a Pha Ngan scorrono comunque rilassate, fra palme, spiaggia, mare azzurro e bar direttamente sulla sabbia. Rinomata ed effettivamente bella la spiaggia di Haad Knuat (Bottle Beach), raggiungibile via mare da Chalok Lum: dopo un avvio spedito e fiducioso, il nostro longtail boat fonde il motore sulla via del rientro, fra gli sguardi amareggiati del pilota, che aggiunge invano acqua al circuito di raffreddamento.

Tailandia, Bangkok
Bangkok è calda, affollata e vasta. Nella zona “vecchia” (Ko Ratanakosin e Banglamphu) un fiume di turisti assalta il tempio Wat Phra Kaew e il palazzo imperiale, rendendoli invivibili nonostante la ricchezza architettonica. Non bastasse la folla, è richiesto un abbigliamento consono e all’ingresso vengono prestati dei pantaloni lunghi, caldissimi, ai visitatori in braghette. Pittoresco il mercato degli amuleti su Th Maharat, circondato dalla solita offerta sovrabbondante di cibo da strada: alle 9 del mattino le signore dei banchetti sono intente a friggere quantità industriali di pollo e pesce per affrontare la giornata di vendita. Khao San è un’accozzaglia di bancarelle e ristorantini, pittoresca ma posticcia e ripetitiva (ed il cibo non mi sembra niente di che). La città cambia faccia addentrandosi nella Bangkok benestante, quella dei grandi hotel lungo fiume o degli elitari bar sulle terrazze (Sirocco Sky bar, Moon bar at Vertigo), vero colpo d’occhio metropolitano. L’altro scorcio imperdibile è la città vista dal fiume: il Chao Praya scorre ampio e gonfio d’acqua, percorso da traghetti urbani, chiatte scure e motoscafi privati, e la città appare fra grattacieli, hotel di lusso ed edifici modesti, monaci in arancio attendono su pontili galleggianti.

Epilogo
Il ritorno è un’estenuante trafila di voli e scali e noiose attese notturne: prima l’aeroporto Don Muang di Bangkok, una volta unico scalo di Bangkok, poi chiuso e sostituito dal più moderno Suvarnabhumi, infine riaperto come hub dei voli low-cost. Oggi rimane una struttura di vecchia concezione, sovradimensionata rispetto al traffico quindi in buona parte deserta: è curioso vedere gli aerei attraversare interi piazzali deserti prima di raggiungere la propria area di sosta. Più tardi il caos del LCCT di KL, poi il KLIA e infine lo sfarzo del duty free di Dubai.

sabato 2 febbraio 2013

mi sono perso ad Istanbul

Wir sind die Turken von morgen salmodiava Giovanni Lindo Ferretti nel brano Punk Islam, citando Kebab-Träume degli allora celebri tedeschi D.A.F. Noi siamo i turchi di domani, cantavano, nel tentativo di accostare l’estetica dell’Europa continentale anni Ottanta al mondo islamico della Turchia, ponte verso il Medio Oriente. Questa citazione mantiene il fascino nostalgico per la contro-cultura europea dell’epoca e sembrerebbe quanto mai anacronistica dopo venti anni di storia: i riferimenti culturali sono evoluti, il Medio Oriente è molto più presente nel nostro immaginario, Istanbul è una metropoli da 13 milioni di abitanti, modello avanzato di città globale e proiettata verso il futuro. Eppure, se ribaltata di prospettiva, questa citazione sembra ancora attuale: i turchi sono gli europei di domani ?

Appena arrivati dall’aeroporto Atatürk e lasciati i bagagli nell’economico scantinato dell’Orient Hostel di Sultanhament, ci avviamo ad una prima passeggiata serale nel centro città, fra i minareti magicamente illuminati della Moschea Blu, scendendo fino al Corno d’oro, con il traffico del ponte Galata, i suoi pescatori e gli insistenti ristoratori, poi le ripide scalinate che salgono a Tünel e il primo incontro con lo struscio perenne di Istiklal caddesi. Prima cena in un meyhane, con raki e meze, un gatto che cammina guardingo su un cornicione, due coppie di giovani professionisti benestanti che, ovviamente, fumano come dei turchi.

Sultanhamet è il quartiere storico, costellato di monumenti: eccessivamente affollato di giorno, si spopola parecchio la sera pur mantenendo una sua piacevole atmosfera. Santa Sofia (Aya Sofya in turco), inaugurata nel VI secolo d.C. da Giustiniano come principale chiesa della città, saccheggiata dai Crociati, convertita in moschea nel XV secolo e infine sconsacrata e convertita in museo da Atatürk negli anni ’30 del secolo scorso, è un’imponente testimonianza degli strati storici sedimentati nella città, fra splendore bizantino e conquista islamica. A due passi, la ricchezza architettonica delle cisterne sotterranee di Yerebatan Sarnici e la maestosità della Moschea Sultanhamet (Blu) che con i suoi morbidi tappetti e gli interni ariosi ci introduce ad un’overdose di moschee: dalla raccolta e preziosa Küçük Aya Sofya con il suo patio assolato, a Sokollu Mehmet Pasa con i bambini che giocano a calcio nel cortile, passando per Sehzade vicino ai resti dell’acquedotto fino all’enorme Süleymaniye, commissionata da Solimano il Magnifico al celebre architetto Sinan e posizionata su un colle a guardia del Corno d’oro.

A differenza degli altri paesi islamici che ho visitato, le moschee sono tutte aperte ai turisti, non so per precisa volontà dei turchi di offrire i loro luoghi di culto agli occhi degli infedeli, per superare i confini fra le grandi religioni monoteistiche. Le decorazioni iconoclaste, il rito della preghiera, i tappeti e gli enormi lampadari che scendono dalle cupole mi trasmettono nuovamente il fascino dell’Islam.

A pranzo passeggiamo per Fatih, quartiere a nord di Sultanhament: servendoci un saporito adana kebab, un ristoratore di Itfaye caddesi che assomiglia al cantante brutto dei Ricchi e poveri, sottolinea sorridente le somiglianze fra turchi e italiani: una faccia una razza…

Trovo il Gran Bazar piuttosto deludente, più simile ad un centro commerciale moderno che ad un animato bazar arabo. Più interessante il Bazar egiziano a Eminomu, ricco e colorato grazie ai banchi di spezie. Poco distante da quest’ultimo, la stazione di Sirkeci era in passato il punto di arrivo dell’Orient Express: oggi, oltre a gestire treni locali, ospita un modesto e gratuito museo sul passato delle ferrovie turche. Altra esperienza non pienamente soddisfacente, ma devo ammettere che me lo aspettavo, è il rito dell’hammam al Cagaloglu: architettura storica ed elegante, il rito del corpo sempre affascinante, ma il servizio è costoso e sbrigativo. In fondo non mi aspettavo un trattamento di favore in uno degli hammam più famosi al mondo, che autocelebra fin dall’insegna l’essere stato inserito da Patricia Schultz nei suoi “1000 posti da visitare prima di morire”.

Come in ogni città globale che si rispetti, il museo Istanbul Modern ricavato in ex magazzino sul Bosforo, espone opere di arte contemporanea e un interessante percorso sull’arte turca negli ultimi secoli. Solita fauna di hipster che vagano fra le opere; biglietto adesivo da attaccarsi addosso come al MCA di Chicago (probabilmente lo fanno in molti altri posti, ma io l’ho visto solo lì).

Il quartiere di Beyoglu, a est del Corno d’Oro, concentra i quartieri più moderni del centro città: in alto, la via commerciale Istiklal caddesi, pedonale e percorsa da un vecchio e lento tram, allinea i negozi delle grandi catene mondiali. Sorprende la perenne fiumana di gente che scivola davanti alle vetrine, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno. Svicolando dalla folla dello struscio e scendendo verso il Bosforo, si incontrano le vie più caratteristiche di Cihangir e Cukurcuma, con piazze e animati caffè dove sorseggiare un tè sotto le lampade a infrarossi: anche nella stagione invernale, molti locali di Istanbul si vivono all’esterno, dato che tutti hanno un dehor o una terrazza riscaldata.

Con uno dei frequenti traghetti in partenza da Eminomu, attraversiamo il Bosforo verso il quartiere di Kadiköy sulla sponda asiatica. Il quartiere si rivela vivace e animato fra Mühürdar caddesi e Güneşlibahçe sokak, vie pedonali di mercati, bar e meyhane. Anche qui, un grande affollamento di turchi a passeggio per il sabato pomeriggio, seppur piovoso.

E’ indubbio che gli scorci più affascinanti e rappresentativi della città siano quelli visti dall’acqua: dal Bosforo appare il magico profilo di Sultanhamet, che sembra un’astronave con la rotondità delle sue cupole e i minareti slanciati; sempre dal Bosforo, sfilano i villaggi lungo la costa, da Ortaköy fino a Bebek sulla sponda europea e le ville sul mare della sponda asiatica. Altro scorcio suggestivo si ha all’entrata del porto di Kadiköy, con la silhouette tedesca della stazione ferroviaria di Haydarpaşa e la vicina moschea, in una contaminazione di stili che ben simboleggia la storia passata e l’attuale natura cosmpolita della città.