sabato 2 febbraio 2013

mi sono perso ad Istanbul

Wir sind die Turken von morgen salmodiava Giovanni Lindo Ferretti nel brano Punk Islam, citando Kebab-Träume degli allora celebri tedeschi D.A.F. Noi siamo i turchi di domani, cantavano, nel tentativo di accostare l’estetica dell’Europa continentale anni Ottanta al mondo islamico della Turchia, ponte verso il Medio Oriente. Questa citazione mantiene il fascino nostalgico per la contro-cultura europea dell’epoca e sembrerebbe quanto mai anacronistica dopo venti anni di storia: i riferimenti culturali sono evoluti, il Medio Oriente è molto più presente nel nostro immaginario, Istanbul è una metropoli da 13 milioni di abitanti, modello avanzato di città globale e proiettata verso il futuro. Eppure, se ribaltata di prospettiva, questa citazione sembra ancora attuale: i turchi sono gli europei di domani ?

Appena arrivati dall’aeroporto Atatürk e lasciati i bagagli nell’economico scantinato dell’Orient Hostel di Sultanhament, ci avviamo ad una prima passeggiata serale nel centro città, fra i minareti magicamente illuminati della Moschea Blu, scendendo fino al Corno d’oro, con il traffico del ponte Galata, i suoi pescatori e gli insistenti ristoratori, poi le ripide scalinate che salgono a Tünel e il primo incontro con lo struscio perenne di Istiklal caddesi. Prima cena in un meyhane, con raki e meze, un gatto che cammina guardingo su un cornicione, due coppie di giovani professionisti benestanti che, ovviamente, fumano come dei turchi.

Sultanhamet è il quartiere storico, costellato di monumenti: eccessivamente affollato di giorno, si spopola parecchio la sera pur mantenendo una sua piacevole atmosfera. Santa Sofia (Aya Sofya in turco), inaugurata nel VI secolo d.C. da Giustiniano come principale chiesa della città, saccheggiata dai Crociati, convertita in moschea nel XV secolo e infine sconsacrata e convertita in museo da Atatürk negli anni ’30 del secolo scorso, è un’imponente testimonianza degli strati storici sedimentati nella città, fra splendore bizantino e conquista islamica. A due passi, la ricchezza architettonica delle cisterne sotterranee di Yerebatan Sarnici e la maestosità della Moschea Sultanhamet (Blu) che con i suoi morbidi tappetti e gli interni ariosi ci introduce ad un’overdose di moschee: dalla raccolta e preziosa Küçük Aya Sofya con il suo patio assolato, a Sokollu Mehmet Pasa con i bambini che giocano a calcio nel cortile, passando per Sehzade vicino ai resti dell’acquedotto fino all’enorme Süleymaniye, commissionata da Solimano il Magnifico al celebre architetto Sinan e posizionata su un colle a guardia del Corno d’oro.

A differenza degli altri paesi islamici che ho visitato, le moschee sono tutte aperte ai turisti, non so per precisa volontà dei turchi di offrire i loro luoghi di culto agli occhi degli infedeli, per superare i confini fra le grandi religioni monoteistiche. Le decorazioni iconoclaste, il rito della preghiera, i tappeti e gli enormi lampadari che scendono dalle cupole mi trasmettono nuovamente il fascino dell’Islam.

A pranzo passeggiamo per Fatih, quartiere a nord di Sultanhament: servendoci un saporito adana kebab, un ristoratore di Itfaye caddesi che assomiglia al cantante brutto dei Ricchi e poveri, sottolinea sorridente le somiglianze fra turchi e italiani: una faccia una razza…

Trovo il Gran Bazar piuttosto deludente, più simile ad un centro commerciale moderno che ad un animato bazar arabo. Più interessante il Bazar egiziano a Eminomu, ricco e colorato grazie ai banchi di spezie. Poco distante da quest’ultimo, la stazione di Sirkeci era in passato il punto di arrivo dell’Orient Express: oggi, oltre a gestire treni locali, ospita un modesto e gratuito museo sul passato delle ferrovie turche. Altra esperienza non pienamente soddisfacente, ma devo ammettere che me lo aspettavo, è il rito dell’hammam al Cagaloglu: architettura storica ed elegante, il rito del corpo sempre affascinante, ma il servizio è costoso e sbrigativo. In fondo non mi aspettavo un trattamento di favore in uno degli hammam più famosi al mondo, che autocelebra fin dall’insegna l’essere stato inserito da Patricia Schultz nei suoi “1000 posti da visitare prima di morire”.

Come in ogni città globale che si rispetti, il museo Istanbul Modern ricavato in ex magazzino sul Bosforo, espone opere di arte contemporanea e un interessante percorso sull’arte turca negli ultimi secoli. Solita fauna di hipster che vagano fra le opere; biglietto adesivo da attaccarsi addosso come al MCA di Chicago (probabilmente lo fanno in molti altri posti, ma io l’ho visto solo lì).

Il quartiere di Beyoglu, a est del Corno d’Oro, concentra i quartieri più moderni del centro città: in alto, la via commerciale Istiklal caddesi, pedonale e percorsa da un vecchio e lento tram, allinea i negozi delle grandi catene mondiali. Sorprende la perenne fiumana di gente che scivola davanti alle vetrine, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno. Svicolando dalla folla dello struscio e scendendo verso il Bosforo, si incontrano le vie più caratteristiche di Cihangir e Cukurcuma, con piazze e animati caffè dove sorseggiare un tè sotto le lampade a infrarossi: anche nella stagione invernale, molti locali di Istanbul si vivono all’esterno, dato che tutti hanno un dehor o una terrazza riscaldata.

Con uno dei frequenti traghetti in partenza da Eminomu, attraversiamo il Bosforo verso il quartiere di Kadiköy sulla sponda asiatica. Il quartiere si rivela vivace e animato fra Mühürdar caddesi e Güneşlibahçe sokak, vie pedonali di mercati, bar e meyhane. Anche qui, un grande affollamento di turchi a passeggio per il sabato pomeriggio, seppur piovoso.

E’ indubbio che gli scorci più affascinanti e rappresentativi della città siano quelli visti dall’acqua: dal Bosforo appare il magico profilo di Sultanhamet, che sembra un’astronave con la rotondità delle sue cupole e i minareti slanciati; sempre dal Bosforo, sfilano i villaggi lungo la costa, da Ortaköy fino a Bebek sulla sponda europea e le ville sul mare della sponda asiatica. Altro scorcio suggestivo si ha all’entrata del porto di Kadiköy, con la silhouette tedesca della stazione ferroviaria di Haydarpaşa e la vicina moschea, in una contaminazione di stili che ben simboleggia la storia passata e l’attuale natura cosmpolita della città.