domenica 12 gennaio 2014

shalom & altro

Are you a couple ? Do you live in the same house ? Which countries have you visited in the last five years ? Do you have any arab friends living in Israel or in Europe ? Are you carrying anything for them in your luggage ? Did you visit Syria before the civil war ? Which is the tour operator that has organized your trip to Syria ? Why did you visit Malaysia ?
Le solerti domande del personale di terra allungano l’attesa al check-in del volo Milano-Tel Aviv confermando la pre-annunciata meticolosità nei controlli di sicurezza previsti per i voli El Al, peraltro guardati a vista e scortati da un mezzo della polizia italiana fino al decollo. Inevitabilmente si è infastiditi dall’eccesso di zelo e dall’invadente approccio investigativo del personale El Al, ma tutto ciò fa sicuramente riflettere sui processi e protocolli di controllo richiesti dallo stato di Israele, siano essi da giudicare eccessivi e paranoici o necessari come risposta ad un calcolato rischio terroristico.

Ancora frastornati dal volo notturno, prendiamo uno sherut (taxi collettivo) dall’aeroporto Ben Gurion fino alla porta di Damasco di Gerusalemme da cui ci avviamo attraverso il quartiere musulmano della Città Vecchia, ancora deserto e silenzioso alle 7 del mattino prima dell’apertura dei negozi; da qui ri-scendiamo verso il Monte del Tempio con l’inevitabile controllo con metal detector: il Muro Occidentale si sta già affollando di famiglie ebree per il bar mitzvah, che viene spesso celebrato contestualmente alle preghiere del mattino del lunedì o giovedì, come oggi; i ragazzi vengono accompagnati da amici e parenti, e spesso anche da musicisti, verso il piazzale antistante il Muro; durante il rito – o dopo, non capisco – i familiari lanciano caramelle in segno di gioia. L’atmosfera festosa della celebrazione si confonde con il fervore degli ortodossi e le loro preghiere dondolanti davanti al Muro. Nel lato sud della piazza, si apre l’unico accesso per i non-musulmani al Monte del Tempio (al-Haram al-qudsī al-sharīf), attraverso un’anti-estetica passerella in legno che convoglia i turisti, dopo un’estenuante coda, attraverso l’ennesimo metal detector fino alla porta Mughrabi. Lo scenario del Monte, o Spianata delle Moschee, è pacifico e arioso, immediatamente così lontano dal brusio e dai vicoli contorti della Città Vecchia: lo splendore della Cupola della Roccia e della moschea Al-Aqsa, i capannelli di donne e uomini arabi, rigorosamente separati, le spesse mura a dividere dal resto della città, la vista sul Monte degli Ulivi ed il suo sterminato cimitero ebraico.

Capisci subito che non sei finito in una città ma in un centrifugato di storia: tutto parla di tradizioni secolari, di eredità millenarie ancora incrollabili, di incredibile concentrazione e sovrapposizione di credi e sacralità.

Sulla roccia del sacrificio di Isacco, nell’VIII secolo a.C. Salomone costruì il primo Tempio per ospitarvi l’Arca dell’Alleanza, custodita nel Sancta Sanctorum. Distrutto dai babilonesi, il Tempio venne ricostruito nel V secolo a.C. e nuovamente distrutto dall’imperatore romano Tito nel 70 d.C., dopo la prima guerra giudaica. Nel VI secolo d.C., dopo secoli di abbandono, gli arabi edificarono la moschea Al-Aqsa e la Cupola della Roccia, secondo l’Islam il punto di arrivo di Maometto durante il suo miracoloso viaggio notturno (isrāʾ, dalla Mecca fino al ‘Tempio Ultimo’ identificato con Gerusalemme), seguito dall’ascesa al cielo (miʿrāj). Il Monte è quindi venerato sia dagli arabi che dagli ebrei, ma i secondi si limitano al Muro Occidentale, unico residuo del Tempio che fu, non potendo accedere al Monte per il rischio di calpestare il Sancta Sanctorum (non sapendo esattamente dove si trovi e assumendo che l’ubicazione islamica della Roccia non sia corretta, non possono rischiare di profanare il luogo più sacro dell’ebraismo). Ma Gerusalemme è città santa anche per il Cristianesimo, perché qui predicò e morì Gesù Cristo: la consacrazione e venerazione di questi luoghi iniziò nel III secolo d.C., sotto Giustiniano, quando venne edificata la Basilica del Santo Sepolcro. Dopo la conquista araba del VI secolo d.C., i secoli di lotte sanguinose fra Crociati e “infedeli”, Saladino ri-affermerà il dominio arabo in “Terra Santa”. I luoghi sacri della Cristianità attraversano la città e sono oggi co-gestiti dalle confessioni religiose (Cattolici, Ortodossi, Armeni, Copti) secondo quanto stabilito dalla Statu Quo del 1852, che regola i diritti di accesso delle comunità cristiane. La Via Dolorosa attraversa il Quartiere Musulmano con le stazioni della Passione di Cristo e converge verso la Basilica del Santo Sepolcro, ubicata nel Quartiere Cristiano, dove si trova sia il Golgota (luogo della Crocifissione) che il Sepolcro di Gesù. Emblematica della sovrapposizione storico-culturale di Gerusalemme, è la gestione della Basilica: sede del Patriarcato Ortodosso, è venerata anche dai cattolici che però non possono celebrarvi Messa; le chiavi della Basilica sono da secoli affidate a due famiglie arabe, una custode delle chiavi e una della porta. Pertanto, ogni giorno, la Basilica viene aperta da musulmani. Simbolico retaggio fotografico della Statu Quo è la scala inamovibile nel cortile della Basilica.

La Città Vecchia è quindi un dedalo di vicoli, scalinate, salite e discese, suddivisa fra il più caotico e rumoroso Quartiere Arabo a nord verso la porta di Damasco, il più ordinato e ristrutturato Quartiere Ebraico a sud-est, il Quartiere Armeno a sud-ovest e il Quartiere Cristiano a nord della porta di Giaffa, l’unico addobbato per le feste natalizie con qualche Babbo Natale appeso alla finestre ed un grande albero illuminato all’ingresso della Porta Nuova. Per le strade si incrociano arabi, ebrei ortodossi che camminano rapidi verso il Muro, pellegrini cristiani, turisti generici, poliziotti israeliani. Di notte è deserta, probabilmente sazia dell’invasione turistica diurna.

Al di fuori delle mura della Città Vecchia, Gerusalemme rispecchia invece i decenni di irrisolto conflitto e separazione fra arabi e israeliani essendo di fatto una città divisa e con uno statuto ufficialmente non riconosciuto dalla comunità internazionale. Alla fine del Mandato britannico in Palestina, l’ONU aveva proposto una gestione comune della città ma con la guerra del 1948 era stata divisa in due aree, di cui l’area orientale sotto il controllo giordano come il resto della Cisgiordania (West Bank). Con la Guerra dei Sei Giorni del 1967, Israele ha di fatto occupato completamente la città riconoscendola come capitale dello stato e sede del parlamento (la Knesset): la comunità internazionale non riconosce questo status e mantiene le ambasciate a Tel Aviv. In ogni modo, la parte orientale della città rimane araba mentre la parte occidentale, la Città Nuova, è israeliana: questo comporta un’interessante alternanza di stili e atmosfere, sorprendentemente vicini e al limite della sovrapposizione. Uscendo dalla porta di Damasco, la toponomastica è improvvisamente islamica – Solimano, Saladino, Ibn-Battuta, Al-Muqaddasi – si incontrano tassisti e dimesse stazioni di autobus locali, bancarelle e la tipica disorganizzazione funzionale dei paesi arabi. Uscendo dalla porta di Giaffa, invece, si entra nella moderna Città Nuova israeliana: la via commerciale Mamilla, la strada pedonale Jaffa percorsa dal tram leggero, le caffetterie, le vie dello shopping, le strade dei ristoranti, i cani al guinzaglio (seppur pochi sempre un’anomalia in Medio Oriente). Mehane Yehuda è un vivace e coloratissimo mercato su Jaffa, piuttosto ordinato e pulito, con interessanti contrasti cromatici che scatenano le reflex dei turisti: fragole e peperoni rossissimi a contrasto con gli abiti neri degli ortodossi, le distese di dolci mediorientali e i forni con pane pita e challah (il pane morbido a treccia tipico dello Shabbat). A nord della via Jaffa, si estende il quartiere ultra-ortodosso di Mea Shearim, isolato e chiuso nelle sue tradizioni e aspetto da ghetto dell’europa orientale. Cartelli in inglese intimano ai turisti di rispettare la riservatezza (e arretratezza) del quartiere, in quanto il contatto con normali comportamenti e stili occidentali costituisce un’offesa per gli Haredim abitanti il quartiere.
A est della Città Vecchia, superata la valle di Giosafat, sorge il Monte degli Ulivi sede di varie chiese cristiane e di un impressionante cimitero ebraico. Ai piedi del monte sorgono da un lato la cattolica Chiesa di tutte le Nazioni (o dell’Agonia), a fianco del giardino del Getsemani, l’uliveto dove Gesù si ritirò dopo l’Ultima Cena, e la ortodossa Chiesa dell’Assunzione (o Tomba di Maria) con una toccante chiesa sotterranea. La vita mondana nella Città Nuova sembra essere piuttosto attiva, opinione che mi viene confermata dal dj del Roza, un ristorante-cocktail bar nel vicolo Feingold, vivace locale che propone cibi kosher, focacce, piatti medio-orientali e qualche contaminazione fusion in un ambiente moderno, che vira verso il locale notturno con il passare delle ore.

Venerdì, mentre mangiamo un felafel tardo-pomeridiano da Basti lungo la Via Dolorosa, vediamo aumentare il flusso di ebrei verso il Monte, in preparazione della preghiera del Venerdì: la vista del Muro Occidentale affollato per lo Shabbat è sorprendente, un fiume di persone che prega, si riunisce in gruppi, canta e balla. C’è un fervore brulicante e caotico, che mischia appartenenza e credo religioso ad orgoglio nazionalista e di gruppo. I turisti che osano fotografare vengono redarguiti malamente. La folla sciama dalla piazza e si riversa nella città verso la cena del venerdì sera: le attività si fermano, i negozi e molti ristoranti sono chiusi, i servizi pubblici sono sospesi o ridotti fino al tramonto del sabato.

Ad un passo da Gerusalemme, siamo in Cisgiordania (West Bank), protagonista insieme a Gaza degli ultimi decenni di storia del conflitto arabo-israeliano. Sotto il controllo giordano dal 1948 al 1967, è stata occupata da Israele dopo la Guerra dei Sei Giorni; gli accordi di Oslo del 1993 hanno sancito la suddivisione del territorio in 3 zone: area A controllata e amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese, area B controllata da Israele ma amministrata dalla ANP e area C controllata e amministrata da Israele. A questo si deve aggiungere l’inseverimento delle misure di controllo del territorio israeliano successivo alla seconda intifada, con la costruzione della “barriera di separazione” (il muro) e la perdurante situazione di tensione fra arabi e insediamenti israeliani (coloni) in alcune zone nevralgiche. La questione Palestinese – ossia la situazione dei Territori, “Occupati” o “Contesi” a seconda dei punti di vista, dei profughi e della striscia di Gaza, del terrorismo e delle correnti palestinesi, del comportamento del governo israeliano, autoritario o necessario a seconda dei punti di vista – mi risulta ancora più complessa adesso che ho visitato il paese.

Sabato mattina arriviamo a Betlemme con l’autobus arabo n.21 che parte dalla porta di Damasco di Gerusalemme. Betlemme è una caotica città araba, con souq, vie affollate, e, alla fine, la Basilica della Natività nel luogo dove nacque Gesù, ovviamente gremita di turisti e pellegrini cattolici e ortodossi. Veniamo abbordati da Ahmed, sedicente ingegnere arabo che si offre come guida e svicolatore professionista di code: la sua specialità, infatti, non consiste nello spacciare due o tre banali informazioni sulla chiesa bensì nel trovare un modo per farti saltare la lunghissima coda per visitare la Grotta della Natività. Dopo il fallimento del primo tentativo – farci entrare dall’uscita con l’aiuto dei guardiani arabi compiacenti – Ahmed ha il colpo di genio: ci aggrega forzatamente alla processione cattolica che scende nella Grotta, infilandoci nella coda fra i frati italiani e recuperando alcune candele per farci calare nella parte. Geniale, sebbene il tutto sia molto surreale e smorzi eventuali trasporti religiosi di fronte alla sacralità del luogo.

Dopo poco più di un’ora in servìs (taxi collettivo arabo) arriviamo a Ramallah, città palestinese a nord di Gerusalemme, sede dell’ANP. Piuttosto vivace, ma inevitabilmente caotico, il centro città nei dintorni della piazza Al Manara, piccola rotonda con i suoi inusuali leoni in pietra. Ramallah ospita la Muqāṭaʿa, complesso di edifici sede dell’ANP che comprende anche il mausoleo di Arafat, un edificio bianco guardato a vista da soldati – stile molto austero e freddo, mi aspettavo qualcosa di meno celebrativo, più popolare e meno dittatoriale nella scelta architettonica.

Al rientro sperimentiamo il passaggio del checkpoint di Qalandia. I giovanissimi militari israeliani mitra-dotati non parlano inglese, ci fanno scendere dall’autobus e ci intimano di attraversare il check-point a piedi. Il passaggio pedonale è in pratica una gabbia con tornelli automatici da cui si accede in piccoli gruppi al metal detector e contestuale controllo documenti. Alla fine niente di preoccupante ma i tempi morti, i metodi militari e l’atmosfera di controllo totale devono costituire un peso – sia pratico che emotivo – non trascurabile per chi vive quotidianamente questa realtà.

La domenica siamo ad Hebron, altra città emblematica del conflitto arabo-israeliano sia per il suo ruolo religioso che storico. Le Tombe dei Patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe e le relative mogli) rendono Hebron un luogo sacro per ebrei, cattolici e musulmani e sono oggi due ambienti distinti nello stesso edificio, con accessi separati: da una parte la moschea e dall’altra la sinagoga, comunicanti attraverso il cenotafio di Abramo, che si trova in una “terra di nessuno” intermedia su cui possono affacciarsi sia gli arabi dalla moschea che gli ebrei dalla sinagoga (per stare tranquilli ed evitare eventuali pensieri strani, è stato piazzato un vetro anti-proiettile lungo la traiettoria di tiro fra le due grate…). Qui nel 1994 un colono ebreo uccise 29 arabi in preghiera, facendo irruzione armato nella moschea. Ad Hebron viveva storicamente una comunità ebraica, apparentemente in pace e sintonia con gli arabi, che fu vittima del Massacro del 1929, quando la rivolta della popolazione araba portò alla morte di 67 ebrei, i quali avevano rifiutato la protezione dell’Haganah contando sui buoni rapporti con la comunità locale. Gli ebrei lasciarono quindi la città che, nel 1948, passò al controllo giordano come il resto della Cisgiordania. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, gruppi di coloni ebrei cominciarono ad occupare Hebron: prima fondando l’insediamento Kiryat Arba fuori città (quartiere che oggi conta più di 7.000 residenti) poi insediandosi direttamente nel centro città occupando edifici abitati da palestinesi ed inasprendo la tensione con la popolazione locale in una continua sfida (“usurpazione” e “occupazione” per il punto di vista palestinese e di molta comunità internazionale, “diritto alla ri-appropriazione” per i coloni e gli israeliani più integralisti). Oggi Hebron è quindi divisa in due parti (H1 sotto il controllo palestinese e H2 sotto il controllo israeliano) e conta circa 40.000 abitanti palestinesi contro 500 coloni ebrei insediati in città, massicciamente protetti dall’esercito israeliano. I frequenti scontri fra coloni e palestinesi e gli attacchi terroristici degli anni passati hanno portato ad una surreale suddivisione della città fra quartieri off-limits ai palestinesi, strade bloccate, check-point, muri e fili spinati, vie commerciali ormai deserte e abbandonate. La città vecchia in H1 è una tipica città araba con vicoli, negozi e le celebri reti di protezione, che servono ad impedire che quanto lanciato dai coloni dalle soprastanti finestre – spazzatura, cibo, altro – finisca in testa ai passanti. Alcune aree di H2 sono quanto di più vicino ad uno scenario di guerra mi sia mai capitato di vedere: strade deserte, edifici abbandonati, militari israeliani mitra-dotati che passeggiano stancamente, solitarie torrette che presidiano il territorio. Incredibile ai miei occhi la caparbietà militante degli ebrei di Hebron che rispondono agli attacchi terroristici costruendo e mettendo ancora più radici: emblematica la costruzione di una yeshivah (centro studi ebraico) sul luogo dove una bambina fu uccisa da un terrorista. Incontriamo anche un israeliano integralista che sostiene i metodi repressivi del governo: “cos’altro fare quando loro ti uccidono ?” e “il primo dovere di un governo è difendere i suoi cittadini” le sue perle di saggezza.

Al tramonto saliamo su una collina, passeggiando in un uliveto conteso fra arabi e israeliani e fra rampanti insediamenti di coloni. Il sole scende sulla città indorando gli edifici ocra: per un attimo non si vedono le strade deserte, il filo spinato, gli edifici diroccati ed il nuovo cemento armato degli insediamenti, ma soltanto una città. “Pace in Medio Oriente”: termine quasi mitico che sentivo rimbalzare in TV fin da bambino, gode di alterne fortune a seconda degli equilibri mondiali. Lo stallo fa forse comodo a tutti coloro che vivono sulle roadmap e i negoziati di pace: c’è forse un’intera industria della pace che perderebbe la sua raison d'être se si trovasse una soluzione. Soluzione che deve necessariamente nascere dal dialogo e dal trovare un terreno comune, fatto di concessioni e compromessi. Ho più domande e dubbi in testa che idee: continuo a pensare che l’idea originaria del sionismo e della dichiarazione Balfour, se non sbagliata, andasse gestita diversamente (sì al ritorno, no all’occupazione e usurpazione sulla base di un “diritto al ritorno” difficilmente reclamabile dopo secoli); continuo a pensare che i metodi repressivi del governo israeliano siano spesso eccessivi e spesso sono portato a parteggiare per le cause dei palestinesi. Credo vada rispettata la forza e coesione degli israeliani, la caparbietà nel costruirsi una patria, re-inventarsi una lingua, ma proprio per questa sua posizione dominante dovrebbe essere altrettanto forte nell’accettare il dialogo, frenare le istanze più militanti e integraliste. Sono profondamente scettico, ma voglio convincermi a credere che possa esistere una possibilità di dialogo.

Lunedì mattina arriviamo a Tel Aviv, nella scalcinata stazione degli autobus centrale da cui riusciamo ad uscire con fatica, dopo aver evitato le stratosferiche proposte dei tassisti in favore di un autobus urbano (comodo, basta capire da dove parte). Tel Aviv è una vivacissima città di mare, giovane e vitale, ricca di locali, ristoranti e negozi: probabilmente un posto piacevole dove passare un weekend di mare e sofisticata mondanità, ma sono così sovraccarico di sensazioni e spessore storico che la città riesce a trasmettermi molto poco. In ogni modo, le vie strette e i semplici ristorantini del quartiere yemenita lasciano spazio alle bancarelle del mercato Carmel; da qui scendiamo sul lungomare per una passeggiata al sole ed un piacevole pranzo di mezze all’aperto – nonostante la cameriera diversamente cortese, che sembra essere una caratteristica piuttosto diffusa a Tel Aviv. Giaffa è un borgo ristrutturato di vicoli e botteghe artigiane, bello ma un po’ troppo pulitino e rimesso a lucido. Neve Tzedek, uno dei quartieri più vecchi di Tel Aviv (fine Ottocento), è diventato oggi un quartiere alla moda, popolato di ristoranti, bar, locali e studi; forse meno famosi, magari più bohemienne, i caffè e locali di Florentin, poco più a sud. Dopo l’inevitabile controllo passaporti, visitiamo l’Haganah museum che racconta con fervente orgoglio la difesa del popolo d’Israele, da organizzazione quasi amatoriale fino a diventare la base dell’esercito israeliano (IDF) nel 1948. Le derive terroristiche di Irgun e Banda Stern vengono citate solo marginalmente, con un’interpretazione sufficientemente neutra. Nel quartiere universitario a nord, si trova invece il Museo della Diaspora, un lungo percorso sul destino di esule del popolo ebraico, effettivamente toccante e profondo.

La notte di San Silvestro è occasione di grande mondanità e i locali si affollano: nessuno è interessato allo scoccare della mezzanotte e non esistono brindisi per il nuovo anno, ma di certo la festa va avanti tutta la notte. Noi siamo in aeroporto alle 4 del mattino, sufficientemente storditi per l’ora: fortunatamente i controlli di El Al sono rapidi e indolori.